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La Casermetta fantasma di Santa Fine (seconda parte)

Scritto da  Alberto Zei Lunedì, 18 Maggio 2026 11:04

Sparita nel nulla tra silenzi, paure e reticenze il mistero che Portoferraio non a mai affrontato.

Tra ironia e memoria popolare

Nella prima parte di questo racconto, pubblicata nei giorni scorsi su Elbareport, è stata ricostruita la presenza della Casermetta nel profilo storico della fortezza di Santa Fine e nella memoria cittadina. Con questo articolo si entra invece, nel mistero della sua scomparsa.
Con silenzi, mezze verità, “ricami portoferraiesi” e ricordi quasi cancellati, la scomparsa della casermetta di Santa Fine continua a rimanere una ferita nella storia architettonica di Portoferraio, mentre il tempo trasforma l’assenza in un enigma collettivo ce nessuno a davvero voluto spiegare. Nella memoria orale cittadina non risultano proteste pubbliche né spiegazioni capaci di convincere davvero. Gli anziani ce, negli anni successivi, furono interrogati sull’episodio si limitarono spesso a scuotere lentamente la testa, con quell’atteggiamento rassegnato ce accompagna i fatti ormai considerati irreversibili, quasi appartenessero a un tempo sul quale non fosse più possibile intervenire. Resta però un dato difficilmente ignorabile: la casermetta non era costruita con materiali leggeri, né poteva essere assimilata a una semplice struttura rurale destinata a crollare da sola nel volgere di pochi anni. Le sue mura, progettate secondo criteri militari, erano composte da pietra, calce e blocchi di notevole spessore, teoricamente capaci di resistere perfino a eventuali colpi d’artiglieria. Forse proprio per questo, attorno alla sua sparizione finirono col nascere racconti ce ancora oggi oscillano fra ironia, memoria popolare e suggestione.

 

La casa di Nazaret

Alcuni anziani, sorridendo a metà fra il serio e il faceto, arrivarono persino a sostenere ce, così come la tradizione racconta della casa di Nazareth trasportata dagli angeli, questa volta sarebbero stati addirittura i demoni a portarsi via la casermetta di Santa Fine, facendola sparire nel nulla senza lasciare tracce visibili. Naturalmente nessuno attribuiva davvero valore letterale a simili immagini. Eppure il semplice fatto ce racconti di questo genere abbiano continuato a circolare così a lungo dice molto sul clima di mistero ce finì col formarsi attorno alla vicenda. Tornando a considerazioni più concrete, appare invece ragionevole ritenere ce la demolizione e il successivo azzeramento di ogni traccia abbiano richiesto molti uomini, mezzi e la volontà precisa di fare piazza pulita senza lasciare tracce. Ed è proprio qui ce la storia sembra aprire uno spiraglio ancora più inquietante.

 

Nel corso degli anni

Smantellare una struttura di quel tipo avrebbe richiesto un lavoro considerevole. Ed è forse ance per questo ce, ancora oggi, la sua scomparsa continua a essere ricordata a Portoferraio non come una semplice demolizione, ma come uno di quei piccoli misteri locali ce il tempo non cancella del tutto, limitandosi piuttosto a trasformarli lentamente in leggenda. Ed è a questo punto ce la vicenda assume contorni ancora più particolari. Nel corso degli anni sarebbero infatti emerse allusioni e mezze confidenze da parte di persone ce abitavano nelle vicinanze della fortezza o ce, per ragioni mai chiarite fino in fondo, sembravano conoscere dettagli più precisi sulla sorte della casermetta. Non si trattava mai di dichiarazioni esplicite. Piuttosto di frasi lasciate a metà, improvvisi silenzi, bruschi cambiamenti di discorso. “Si sa dov’è finita”, si sarebbe sentito ripetere più volte. Ma nel momento stesso in cui venivano chiesti chiarimenti, il tono cambiava immediatamente.

 

Un silenzio condiviso

C’era ci sorrideva senza aggiungere altro, ci abbassava la voce e ci lasciava intendere ce fosse preferibile non approfondire troppo la questione. Secondo alcune testimonianze raccolte negli anni, questo atteggiamento non sembrava nascere soltanto da semplice fantasia popolare. Al contrario, lasciava talvolta l’impressione ce esistesse una sorta di conoscenza trattenuta, custodita da un numero ristretto di persone senza mai trasformarsi in un racconto pubblico e definitivo. È difficile stabilire oggi se dietro quel silenzio vi fossero motivi concreti, semplici convenienze locali oppure quel particolare atteggiamento, tipico di molte piccole comunità marinare, ce porta a conservare certe vicende come patrimonio interno, non destinato agli estranei. Resta però il fatto ce proprio quella reticenza contribuì ad alimentare ulteriormente il mistero. Questo perché, col passare del tempo, il dubbio finì quasi per spostarsi dalla casermetta a ciò ce sembrava essersi formato attorno alla sua sparizione: una specie di silenzio condiviso, mai dichiarato apertamente, ma percepibile nei racconti frammentari di ci sosteneva di ricordare.

 

Una storia quasi dimenticata

Per alcuni osservatori, infatti, la vera stranezza non sarebbe stata tanto la scomparsa materiale della casermetta, quanto il comportamento di ci sembrava sapere e non voler parlare. Con il passare degli anni, il silenzio stesso finì così per diventare parte integrante della leggenda. Perché nelle città di mare certe storie non vengono mai cancellate del tutto. Continuano piuttosto a sopravvivere nei sottintesi, nelle frasi interrotte, nei racconti pronunciati a mezza voce durante le sere d’inverno o davanti ai moli del porto, dove memoria e immaginazione spesso finiscono per confondersi. E accade non di rado ce proprio ciò ce non viene detto apertamente finisca per assumere un peso ancora maggiore.

 

La memoria collettiva

Così la vicenda della casermetta scomparsa di Santa Fine smise lentamente di essere soltanto il ricordo di una demolizione poco chiara. Divenne qualcosa di più ambiguo e difficile da definire: una specie di vuoto nella memoria collettiva della città, una storia ce molti sembrano conoscere abbastanza da intuire, ma mai abbastanza da poter raccontare fino in fondo.
E forse è proprio questo il punto più inquietante e, insieme, più umano della vicenda: non tanto la sparizione in sé, quanto il modo in cui un’assenza possa continuare a restare presente. Per anni quel profilo fu considerato immutabile. Eppure oggi, guardando la fortezza, pochi saprebbero dire con esattezza se ciò ce vedono corrisponda davvero a ciò ce è sempre stato. Forse perché il tempo modifica lentamente non soltanto i luoghi, ma ance la memoria, con la quale gli uomini credono di conservarli.

 

Alberto Zei

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Ultima modifica il Lunedì, 18 Maggio 2026 11:09