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Luigi Totaro: "I paradossi della Storia"

Scritto da  Luigi Totaro Venerdì, 22 Maggio 2026 11:57

Il termine “semita” fu coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marr per definire l'odio specifico contro gli ebrei (noto in passato come ‘antigiudaismo’), sebbene si riferisca a un gruppo linguistico che in linguistica e antropologia individua un vasto gruppo di popolazioni (e relative lingue antiche e moderne) originarie del Vicino Oriente e del Corno d’Africa, come -tra le altre- arabi, ebrei, assiri, babilonesi e aramei. Dal punto di vista linguistico, definire una persona "semita" non equivale a dire "ebreo", poiché l'etichetta si applica a decine di etnie diverse.

 

Dal punto di vista scientifico e antropologico, non esiste una "razza ebraica". Il concetto di razza applicato agli esseri umani è privo di fondamento biologico. Gli ebrei costituiscono piuttosto un antico gruppo etno-religioso, uniti da una storia, una cultura e una fede condivise, ma estremamente eterogenei dal punto di vista genetico e somatico. (Fonte: ‘Wikipedia’)

 

Allo stesso modo, il termine “ebreo” non coincide immediatamente con il termine “israeliano”, che definisce piuttosto gli abitanti dello Stato di Israele, proclamato ufficialmente il 14 maggio 1948, un giorno prima della scadenza del mandato britannico sulla Palestina. La sua nascita ha dato inizio alla prima guerra arabo-israeliana ed è culminata in un drammatico conflitto che ha ridisegnato gli equilibri del Medio Oriente. (Fonte: ‘Wikipedia’)

 

Attualmente lo Stato di Israele conta circa 10,2 milioni di abitanti. Secondo l'Ufficio Centrale di Statistica, i dati demografici ufficiali si suddividono nelle seguenti componenti principali: ‘Ebrei e altre minoranze’ -circa 7,8 milioni (76%)-; ‘Arabi israeliani’ -circa 2,1 milioni (21,1%)-; ‘Lavoratori stranieri e altri non classificati’ -circa 300.000 (2,9%)-. Nel mondo vivono circa 16,5 milioni di ebrei, che rappresentano meno dello 0,2% della popolazione globale. Più dell'85% della comunità mondiale è concentrata in due aree: Israele (che ospita circa 7,8 milioni di ebrei e rappresenta il principale centro demografico) e gli Stati Uniti (con circa 6,3 milioni). (Fonte: ‘Wikipedia’)

 

Ciò premesso, appare evidente che il termine “antisemitismo” non ha senso; e ne ha ancor meno se riferito a un atteggiamento di disprezzo per un’etnia che non coincide assolutamente con lo Stato di Israele, e tanto meno per i sedici milioni e mezzo di coloro che si riconoscono come ‘ebrei’ per condivisione di storia, cultura e fede religiosa. Anche se in numero preponderante gli Ebrei che vivono fuori dallo Stato di Israele non dissentono dalle sue politiche -pur non aspirando assolutamente
di trasferirvisi-.

 

Lo Stato di Israele ha un proprio governo, una propria politica interna ed estera, delle alleanze e - come è ovvio- dei contrasti interni (pochi) ed esterni. Non condividere politiche e azioni del Governo dello Stato di Israele appartiene al diritto di critica che ciascun membro della comunità politica umana detiene ed esercita.

 

Allo stesso modo, nei confronti del popolo ebraico -come dei popoli islamici o cristiani o richiamantisi ad altre religioni e altri culti o a nessuna religione e culto- è dovuto il rispetto che la Costituzione Repubblicana sancisce all’art. 19: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto […]”; e certamente riguardo agli ebrei sussiste il dovere di non dimenticare la persecuzione che -senza alcuna possibile giustificazione- il Nazismo e il Fascismo esercitarono nei loro confronti -come nei confronti di altre minoranze- in nome di una insensata superiorità ‘raziale’.

 

Lo stato di Israele, nato come ‘stato laico’, ha assunto negli ultimi decenni un carattere fortemente confessionale, fino ad approdare -per le continue guerre con il Popolo palestinese- a forme di radicalismo isolazionista e suprematista, con forti connotazioni razziste e con forme di comportamento assimilabili a quelle delle persecuzioni subite dai nazisti e dai fascisti durante la Shoà.

 

Le reazioni diffuse all’estro contro le politiche del Governo di Israele -purtroppo assenti quando ad essere perseguitati erano gli Ebrei- mostrano ogni giorno un’impopolarità montante nei suoi confronti, di fronte alla quale la reazione è l’accentuarsi del radicalismo, ‘confortato’ dal continuo richiamo a un imprecisato ‘antisemitismo’, ormai invocato in maniera inflattiva. E con il radicalismo politico, cresce in misura esponenziale la violenza esercitata verso i nemici -cioè tutti coloro che non sono disposti a subirla-, a sua volta foriera di altra violenza in risposta, fino al terrorismo, quello tragicamente vero e quello strumentalmente attribuito a tutti coloro che dissentono.

 

Contro tutti loro, dai Palestinesi espropriati delle loro terre ai pacifisti della Flotilla, dagli studenti agli operai, dal Papa ai dissidenti ebrei, la risposta è Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, e la sua esibita violenza, i suoi discorsi e i filmati che pubblica sui social. Il tutto consumato “in nome
di Dio!”.

 

Luigi Totaro

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Ultima modifica il Venerdì, 22 Maggio 2026 12:23