Un eloquente silenzio
Facendo seguito agli articoli precedenti pubblicati in Elbareport sullo stesso argomento, la vicenda della casermetta scomparsa dalla sommità del bastione di Santa Fine non riguarda più soltanto la memoria cittadina o la nostalgia per un elemento ormai perduto del profilo storico di Portoferraio. Dopo anni di silenzi, di presenza dimenticata, di testimonianze frammentarie e di assenza di spiegazioni pubbliche convincenti, la questione sembra ormai chiamare direttamente in causa il tema della tutela del patrimonio storico e architettonico della città. A questo punto, la domanda appare inevitabile: può davvero una struttura muraria inserita nel contesto delle antiche fortificazioni portoferraiesi scomparire senza che resti una traccia pubblica delle ragioni della sua demolizione, delle eventuali autorizzazioni concesse e della destinazione finale dei materiali che la componevano? La richiesta di chiarimenti non nasce da spirito polemico, né dalla volontà di alimentare il consueto gioco dello “scaricabarile”, ma da una considerazione molto più semplice e concreta: quel manufatto non era una presenza marginale né trascurabile. Perché, dunque, una struttura di quella mole è scomparsa dalla sommità di Santa Fine?
Nessuna traccia sopra la fortezza
Anche se probabilmente aggiunta in epoca successiva rispetto all’impianto originario delle fortezze lorenesi, essa faceva ormai parte integrante della rappresentazione storica e paesaggistica della città. Le fotografie del passato lo dimostrano chiaramente. Per anni quella costruzione ha contribuito a definire uno dei profili più caratteristici della Portoferraio storica. Oggi invece non ne rimane più nulla. Nessun rudere evidente e nessuna traccia consistente è visibile lungo il pendio; così come alcun accumulo di materiali è stato notato sul fondo del mare sottostante, da spiegare la scomparsa di una costruzione composta da pietra, calce e murature di notevole consistenza. Ed è proprio questa assenza totale di residui materiali a rendere la vicenda ancora più difficile da comprendere.
Quale autorizzazione
In casi del genere appare inevitabile pensare che un eventuale intervento di demolizione non possa essere avvenuto senza autorizzazioni, verifiche tecniche o comunque senza il coinvolgimento degli organi istituzionalmente preposti alla tutela del patrimonio storico e paesaggistico. È quindi naturale ritenere che la Soprintendenza competente disponga, o abbia disposto nel tempo, di elementi utili a chiarire la vicenda. Se tutto si fosse svolto regolarmente sotto il profilo amministrativo e autorizzativo, ciò renderebbe ancor più importante una ricostruzione pubblica della storia di quella struttura e delle motivazioni che ne hanno determinato la completa eliminazione. Perché il punto centrale oltre a capire chi abbia demolito la casermetta, è conoscere come sia stato possibile che una presenza storicamente documentata, come nella fotografia qui acclusa, sia uscita dal paesaggio monumentale della città senza che ne sia rimasta una memoria pubblica adeguata e condivisa.
Il destino di una struttura scomparsa
La tutela dei beni storici non riguarda soltanto gli edifici monumentali maggiori o le strutture perfettamente conservate; riguarda anche quei manufatti secondari, quelle stratificazioni minori che contribuiscono comunque a raccontare la continuità storica di un luogo. Ed è difficile pensare che un simile patrimonio possa semplicemente dissolversi nell’indifferenza degli organi preposti alla sua tutela. Proprio per questo la vicenda della casermetta di Santa Fine sembra meritare oggi non tanto polemiche quanto chiarezza. Si tratta infatti di una chiarezza che ha valore non soltanto di ricostruire il destino di una struttura scomparsa, ma anche di restituire alla città quella consapevolezza storica senza la quale perfino le fortificazioni più celebri rischiano di trasformarsi in scenografie del passato, prive di memoria.
Alberto Zei