Alla Gran Guardia di Portoferraio, la mostra “I colori nell’arte” di Manuela Cenci, presenta una successione di opere unite da un soggetto dominante: il mare dell’Isola d’Elba.
Una prima osservazione potrebbe fermarsi proprio qui. Marine, coste, spiagge, promontori, scogli, ancore, paesi affacciati sull’acqua. Ma procedendo lungo il percorso espositivo si comprende che la ripetizione del soggetto non rappresenta un limite, né una semplice predilezione paesaggistica. È piuttosto la scelta consapevole di un unico grande elemento naturale attraverso il quale l’artista sviluppa variazioni di luce, di colore, di spazio e di sentimento. Il mare viene rappresentato in tutte le sue possibili declinazioni.
Talvolta è immobile e trasparente, tanto da lasciar intravedere il fondale. Talvolta riflette il sole al tramonto, trasformandosi in una successione di strisce bianche e azzurre. Altrove lambisce spiagge chiarissime, caratteristiche di numerosi tratti della costa elbana, oppure si distende sotto una riva aperta, punteggiato da chiazze circolari di schiuma bianca. In altre opere compaiono elementi che sembrano introdurre una presenza umana indiretta. Un’ancora appoggiata sopra un muretto, per esempio, si affaccia su un mare trasparente; in lontananza uno scoglio chiude parzialmente la prospettiva, mentre sulla destra l’acqua continua verso il mare aperto. In un’altra composizione, un paese sorge all’estremità di una falce costiera, con una spiaggia bianca raccolta nella sua curva.
Sono immagini riconoscibili, legate alla morfologia e alla luce dell’Isola d’Elba. Non si tratta dunque di paesaggi astratti o di marine genericamente mediterranee. Dietro la stilizzazione rimane sempre percepibile la concretezza di un luogo: una costa, una spiaggia, un promontorio, una rada, un tratto di mare osservato realmente. Eppure, proprio attraverso la stilizzazione, il luogo geografico comincia a oltrepassare sé stesso.
Dal segno al significato
La pittura di questa pittrice può essere letta attraverso il passaggio dalla dimensione semiotica a quella semantica. La dimensione semiotica riguarda ciò che vediamo materialmente nell’opera: il tratto, la forma, il colore, la texture, la disposizione degli elementi, il rapporto fra pieni e vuoti, fra terra e acqua, fra luce e ombra. Sono questi i segni attraverso i quali il paesaggio viene costruito.
Le montagne diventano profili semplificati; le spiagge sono fasce chiare; mente la schiuma si condensa in macchie bianche. Il riverbero del sole si traduce in strisciate luminose. Il confine fra cielo e mare viene affidato a una linea orizzontale che, invece di interrompere lo spazio, sembra prolungarlo.
Da questa organizzazione dei segni nasce il significato, ossia la semantica. Infatti, la trasparenza dell’acqua non comunica soltanto la limpidezza del mare elbano, ma anche un desiderio di profondità e di chiarezza. L’orizzonte oltre a rappresentare il punto in cui il cielo incontra il mare, diviene l’indicazione di una continuità che prosegue oltre ciò che il quadro può contenere. L’ancora non è soltanto un oggetto marinaresco, ma il segno della permanenza, dell’appartenenza, forse anche del bisogno di trattenere ciò che il mare, per sua natura, conduce altrove.
Lo scoglio che chiude una parte della prospettiva, lasciando tuttavia libero il mare sulla destra, crea una tensione fra limite e apertura. La costa protegge e nello stesso tempo confina. Il mare accoglie, ma continua indefinitamente oltre la terra.
Un mare calmo, ma non immobile
Nella maggior parte delle opere il mare appare calmo. Anche quando è attraversato dalla schiuma, dal riflesso del sole o da leggere variazioni cromatiche, non possiede la violenza della tempesta. È un mare contemplativo, osservato nel momento in cui la natura sembra trovare un equilibrio.
Questa calma, tuttavia, non coincide con l’immobilità. La superficie dell’acqua cambia continuamente. Il bianco si inserisce nell’azzurro, il verde emerge dalla trasparenza, il sole interrompe l’uniformità del colore, la schiuma crea forme destinate a dissolversi. Il paesaggio sembra stabile, ma ecco la sorpresa, contiene già la propria trasformazione. È forse in questa tensione fra permanenza e mutamento che la pittura di Manuela Cenci trova la sua maggiore coerenza. La costa rimane; la luce cambia. Lo scoglio resiste; l’acqua si rinnova. L’ancora trattiene mentre l’orizzonte invita ad andare oltre.Il colore diventa così lo strumento attraverso il quale l’artista cerca un equilibrio possibile fra ciò che può essere fermato nella pittura e ciò che, nella realtà, continua inevitabilmente a trasformarsi.
Dall’Elba a un paesaggio universale
Il riferimento all’Isola d’Elba resta evidente. Le spiagge bianche del nord di Portoferraio, le insenature, i promontori, i paesi adagiati sulle falci costiere di Capobianco e la particolare trasparenza dell’acqua appartengono a una geografia precisa. Ma il valore dell’opera non si esaurisce nel riconoscimento del luogo in quanto il paesaggio non è più soltanto una località osservata, ma un luogo sentito; e proprio perché sentito profondamente dall’artista può dare allo spettatore, la chiave dell’ interpretazione simbolica dell’ autore e del suo significato favorendo così anche la corrispondenza di eventuali simili ricordi personali sullo stesso tema. Infatti, chi guarda può riconoscere l’Elba, ma può anche ricordare un’altra spiaggia, un’altra costa o un altro tramonto altrove. Così una particolare combinazione di bianco, di azzurro e di luce può richiamare esperienze vissute. L’immagine individuale apre in questo modo una memoria più estesa e condivisa. E’ qui che avviene il passaggio dal particolare all’universale. La pittrice parte da un luogo reale, ma non lo descrive con la precisione documentaria di una veduta geografica. Ne seleziona alcuni caratteri: una curva della costa, il colore della sabbia, il profilo di una montagna o la trasparenza del fondale e il riverbero del sole. Attraverso questa selezione il luogo perde parte della propria specificità materiale e acquista una più ampia capacità evocativa. Il visitatore non è chiamato soltanto a osservare ciò che l’artista ha visto, ma a completare l’opera attraverso ciò che egli stesso ha vissuto.
Il confine che diventa continuità
Uno degli elementi più significativi di queste opere è il rapporto fra il mare e l’orizzonte.
In termini geografici, l’orizzonte appare come un confine in quanto oltre la linea lo sguardo non può procedere. Nella pittura di Manuela Cenci, però, quella linea non viene percepita come una chiusura definitiva. Al contrario, suggerisce che il mare prosegua oltre la superficie dipinta. Il quadro termina, ma il paesaggio continua. Si tratta di una continuità spaziale, ma anche mentale. Lo spettatore viene portato oltre il limite visibile dell’opera, verso uno spazio che non è rappresentato e che tuttavia può essere immaginato. Il mare di questa artista svolge dunque una funzione di soglia: separa la terra dall’infinito, il luogo conosciuto da quello possibile, il presente dal ricordo.
Anche le ancore, i muri, gli scogli e le coste partecipano a questa dialettica. Sono elementi che stabiliscono un limite, ma che proprio per questo rendono ancora più evidente l’apertura verso l’acqua.
Il colore come forma del sentimento
Il titolo della mostra, I colori nell’arte, trova quindi una corrispondenza profonda nelle opere esposte. Il colore non serve soltanto a riprodurre l’apparenza naturale del paesaggio. È il mezzo attraverso il quale l’artista traduce una percezione emotiva. L’azzurro non è semplicemente il colore del mare. Può essere distanza, quiete, profondità. Il bianco non è solo schiuma, ghiaie o riflesso solare: può essere luce, sospensione, improvvisa apertura dello spazio. Il verde della trasparenza marina suggerisce la presenza del fondale e insieme la possibilità di vedere oltre la superficie.
La pittura parte quindi dall’osservazione della realtà, ma lentamente se ne distacca per raggiungere una dimensione più intima. In una fase precedente, si potrebbe dire, l’artista interpretava soprattutto i caratteri visibili del paesaggio: le forme, i colori, la luce, la rifrangenza del sole sulle superfici bagnate e il fascino irripetibile di un momento. Nelle opere attuali sembra invece emergere con maggiore evidenza la volontà di rappresentare non soltanto ciò che l’occhio vede, ma ciò che l’esperienza del paesaggio lascia interiormente intendere. Non è un sentimento esclusivamente personale e incomunicabile. Al contrario, proprio perché nasce da elementi naturali condivisi , il mare, la luce, l’orizzonte e la costa, possono essere riconosciuti da chi possiede una sensibilità affine. E cosi questa pittura diviene un punto d’incontro fra l’interiorità dell’artista e quella del visitatore.
Oltre la descrizione
La mostra di Manuela Cenci non richiede necessariamente che ogni quadro venga identificato con un luogo preciso o che ogni insenatura venga ricondotta a una determinata spiaggia dell’Elba. Il significato complessivo si trova altrove. Ma sono le opere che costruiscono un unico grande racconto del mare attraverso variazioni successive: mare trasparente, mare illuminato, mare contenuto dalla costa, mare aperto, mare osservato dall’alto, mare accanto al paese e il mare oltre l’ancora e lo scoglio. Il soggetto resta sostanzialmente lo stesso, ma cambia continuamente il rapporto fra lo spazio rappresentato e lo stato d’animo che esso suscita. È in questa apparente ripetizione che emerge la ricerca dell’artista. Il mare non viene dipinto perché è semplicemente bello, ma perché offre una forma visibile a qualcosa che non potrebbe essere espresso altrettanto chiaramente con le parole come ad esempio, il rapporto fra stabilità e mutamento o fra appartenenza e lontananza oppure, entrando nelle facoltà fisiologiche, fra memoria e presente, o in quelle dimensionali fra il limite della costa e l’apertura dell’orizzonte. Nella pittura di Manuela Cenci l’Isola d’Elba rimane dunque il punto di partenza. Ma il punto di arrivo è più vasto perché si tratta del paesaggio che, da realtà esterna, diviene esperienza interiore che dal particolare si apre all’universale. E chissà che, per i turisti tentati di portarsi via le variopinte ghiaie dalla spiaggia di Portoferraio, non sia più conveniente passare sotto gli archi³ della Gran Guardia: lì potranno rubare con gli occhi tutto il bianco delle nostre spiagge, senza sottrarre nemmeno un granello, e portarsi a casa, al prezzo di una mostra, non solo le opere d’arte che le raccontano, ma anche l’emozione intatta di averle davvero vissute.
Alberto Zei