Una notte di teatro tra storia e memoria
La sera del 26 luglio, nella suggestiva cornice naturale del parco dell’Open Air Museum Italo Bolano, la Compagnia delle Tisane ha portato in scena La tana di Alberto Bassetti, in una versione rielaborata da Barbara Randazzi Formicani e Fabio Punis dal titolo “Nell’ombra”. Un adattamento originale e profondamente coinvolgente, capace di instaurare con il testo un dialogo vivo, senza tradirne la complessità.
L’opera si colloca sullo sfondo degli anni di piombo, la dolorosa stagione della storia italiana durante la quale il terrorismo e la violenza politica segnarono profondamente la vita civile del Paese. La messinscena, tuttavia, non si limita a rievocare quel periodo, ma ne esplora le conseguenze più intime e durature: le ferite invisibili, i sensi di colpa, le verità taciute e l’impossibilità di liberarsi completamente dal passato. Le scelte sceniche, il ritmo della narrazione e alcune significative soluzioni drammaturgiche conferiscono allo spettacolo una notevole intensità emotiva. Ogni elemento concorre a creare un’atmosfera sospesa, nella quale la memoria non procede in modo lineare, ma riaffiora attraverso frammenti, esitazioni e improvvise lacerazioni.
La forza espressiva della Compagnia delle Tisane
La Compagnia delle Tisane ha saputo tradurre con efficacia questa impostazione registica in uno spettacolo di grande coerenza espressiva. Il racconto si sviluppa con naturalezza e conduce progressivamente lo spettatore oltre la semplice ricostruzione di una vicenda legata a un preciso momento storico. La storia diviene così un’indagine sulle conseguenze della violenza, sui traumi capaci di attraversare un’intera esistenza e sul valore, insieme necessario e doloroso, della memoria. Ciò che è accaduto non rimane confinato nel passato: continua a proiettare la propria ombra sul presente, condizionando affetti, scelte e identità. Per chi ha assistito alla rappresentazione, l’esperienza ha lasciato un’impressione profonda. A chi non era presente vale la pena restituire almeno il nucleo della vicenda e le domande che essa solleva, perché questa messinscena non si limita a raccontare una storia: invita il pubblico a confrontarsi con uno dei capitoli più complessi della nostra storia recente e, al tempo stesso, con le zone più oscure dell’animo umano.
Una ferita che distrugge ogni certezza
Nel dramma rappresentato il passato riaffiora gradualmente, fino a svelare una vicenda segnata dalla violenza, dal dolore e dalla ricerca, mai davvero compiuta, di una forma di giustizia. Al centro della narrazione si trova la violenza sessuale subita da Olimpia: un evento traumatico che sconvolge irrimediabilmente non soltanto la sua esistenza, ma anche quella delle persone che le sono accanto. Il dramma si fa ancora più profondo quando emerge l’identità del responsabile: Leopoldo, l’uomo amato dalla sorella di Olimpia. La rivelazione provoca un autentico crollo interiore. In un solo istante vengono distrutti progetti, legami e certezze; si spezza la fiducia negli altri e vacilla l’idea stessa di futuro. Il mondo, come più volte evocato nel testo, sembra dissolversi, lasciando dietro di sé soltanto smarrimento, dolore e disperazione.
Quando la giustizia cede il passo alla vendetta
Di fronte a una ferita tanto profonda, le protagoniste scelgono di non affidarsi alla giustizia istituzionale. La loro risposta è la vendetta. Quattro donne decidono di punire Leopoldo e organizzano un agguato durante il quale gli sparano. Quel gesto assume un significato che va oltre il desiderio di castigare il colpevole: rappresenta il tentativo disperato di ristabilire un equilibrio ormai infranto e di reagire a una violenza che ha cancellato ogni certezza. Eppure il testo lascia emergere una verità ancora più amara: neppure l’atto estremo della vendetta può restituire ciò che è stato perduto. Non può cancellare il trauma, né mettere a tacere il rimorso che continuerà ad accompagnare le protagoniste. Il confine tra giustizia e vendetta si fa allora incerto. Lo spettatore viene posto davanti a un interrogativo difficile, al quale l’opera non offre risposte rassicuranti: è possibile riparare davvero una violenza, oppure ogni tentativo di rispondere al male con altro male finisce per generare nuove ferite?
Le parole spezzate del trauma
Dal punto di vista stilistico, il testo alterna continuamente ricordo e dialogo conflittuale. Il linguaggio è volutamente frammentato, attraversato da frasi brevi, interruzioni, ripetizioni e improvvisi cambi di registro. Questa scelta espressiva riflette con efficacia lo stato psicologico dei personaggi, incapaci di raccontare gli eventi con ordine e distacco perché ancora profondamente segnati dal trauma. La memoria emerge in modo discontinuo, seguendo la logica delle emozioni più che quella della cronologia. Le parole sembrano spesso arrestarsi proprio davanti a ciò che non può essere detto. Ed è in questa difficoltà del racconto, nei vuoti e nelle esitazioni, che la rappresentazione trova alcuni dei suoi momenti più intensi.
Il silenzio come strategia di sopravvivenza
Accanto al tema della vendetta emerge quello, altrettanto centrale, del silenzio. Nessuna delle donne riesce davvero a parlare apertamente di quanto è accaduto. Il trauma viene nascosto, taciuto o rimosso, mentre ciascuna cerca una personale via di fuga. C’è chi parte per gli Stati Uniti e tenta di costruirsi una nuova vita attraverso lo studio, chi si trasferisce lontano dalla famiglia, chi cerca riparo nel matrimonio e chi, più semplicemente, decide di non affrontare più il passato. Nessuna di queste scelte rappresenta, però, un’autentica liberazione. Sono differenti strategie di sopravvivenza, accomunate dall’impossibilità di elaborare pienamente l’accaduto. L ombra evocata nel titolo, diventa allora non soltanto un luogo fisico, ma anche uno spazio mentale: un rifugio nel quale nascondersi per continuare a vivere, ma che rischia, nello stesso tempo, di trasformarsi in una prigione.
Il passato torna a chiedere conto
Nella parte conclusiva dello spettacolo, le tensioni rimaste represse per anni esplodono in accuse, rimproveri e confessioni soltanto accennate. Ogni personaggio manifesta un diverso modo di convivere con il senso di colpa, con il dolore e con la responsabilità delle proprie azioni.
Il passato, che le protagoniste hanno cercato di allontanare o seppellire, torna a chiedere conto di sé. Nessuna fuga si è rivelata definitiva, nessun silenzio è riuscito a cancellare ciò che è accaduto.
È proprio in questo momento che la rappresentazione raggiunge il suo punto più intenso e inatteso. La regia propone infatti una personale conclusione, offrendo una nuova e perturbante interpretazione degli eventi. Nel corso dell’incontro, le ospiti si convincono che Olimpia nasconda in casa qualcuno. È lei stessa ad alimentare tale supposizione attraverso allusioni e comportamenti ambigui, capaci di suscitare curiosità, interrogativi e, talvolta, giudizi. Intorno a quella presenza invisibile si addensano sospetti, incomprensioni e contrasti sempre più profondi, finché Olimpia decide di mostrare ciò che fino a quel momento è rimasto celato.
Una porta, un’attesa, una verità sconvolgente
L’attesa cresce. Qualcosa tenta di attraversare la porta, urtando ripetutamente contro gli stipiti senza riuscire a passare. Per qualche istante, lo spettatore può credere che stia finalmente comparendo il vecchio padre, evocato durante tutta la rappresentazione. È allora che la regia rovescia radicalmente la prospettiva. La rivelazione finale non si esaurisce in un sorprendente effetto teatrale, ma assume un profondo valore simbolico. Ciò che Olimpia ha custodito “nell’ombra” di sé stessa, appare come il frutto di una regressione psicologica e del disperato bisogno di trasformare la causa della propria distruzione nell’oggetto di una cura assoluta. Ma raccontare oltre significherebbe sottrarre alla rappresentazione la forza della scoperta. Saranno dunque gli spettatori delle prossime repliche a varcare quella soglia e a confrontarsi personalmente con la verità nascosta dietro la porta.
Nessuno esce davvero indenne dalla violenza
Attraverso un intreccio di voci, silenzi e differenti punti di vista, lo spettacolo invita a riflettere non solo sul confine incerto tra giustizia e vendetta ma soprattutto sul peso delle verità taciute e sulle conseguenze che la violenza lascia sulle vittime dirette, sugli gli stessi colpevoli e su tutti coloro che in qualche modo sono coinvolti. Quando le luci si spengono, la storia non si conclude. Continua a lavorare nella coscienza dello spettatore, ricordandogli che il passato, per quanto nascosto, non smette di chiedere ascolto. Ed è proprio questa capacità di prolungarsi oltre la scena, trasformando il teatro in memoria e interrogazione, a rendere la rappresentazione intensa, necessaria e degna di essere ricordata.
Alberto Zei