Ogni autentica opera teatrale nasce da una domanda, prima ancora che da una risposta. Quando un testo o un personaggio appartengono alla memoria culturale collettiva, il rischio è quello di ripeterne passivamente la tradizione. Il teatro ritrova invece la propria funzione quando interroga ciò che sembra già noto, restituendogli vitalità e forza critica. È in questa prospettiva che si colloca Diamanti all’Inferno nell’infinito, presentato dalla Compagnia delle Tisane nella suggestiva cornice dell’Open Air Museum Italo Bolano messo a disposizione per l’ occasione, dalla Presidente Alessandra Ribaldone. Nel cuore nero della notte, lo spazio scenico è stato modellato da luci dinamiche rosse e blu, curate da Gisella Perego capaci di evocare il fuoco della dannazione, la profondità del pensiero e il mistero dell’infinito. Nata da un’idea di Angela Chih, che ne ha curato anche la regia, con la collaborazione di Maria Assunta Scannerini, la rappresentazione non si è limitata a una successione di interpretazioni sceniche, ma ha invitato lo spettatore a rileggere immagini, simboli e testi della tradizione attraverso una sensibilità contemporanea.
Leopardi e la coscienza moderna
Lo spettacolo si apre con il giovane Leopardi, immerso nel silenzio di una scrittura interminabile, interrotta dalla declamazione di alcune sue composizioni. L’interpretazione dell’attrice Ester Cuccu ha condotto lo spettatore all’interno degli scritti giovanili del poeta, testimonianza della sua progressiva formazione intellettuale. Come nel conio di una moneta, il procedimento ne spiega la formazione, ma è la moneta compiuta ad acquistare valore. Allo stesso modo, un esperimento giovanile di ascendenza dantesca può illuminare la crescita di Leopardi, senza poter essere posto sullo stesso piano dei capolavori della maturità. La critica più recente, tuttavia, non si ferma al carattere imitativo o quasi parodico dell’opera presentata, ma vi riconosce un laboratorio poetico nel quale confluiscono Dante, Petrarca, Virgilio, le visioni sacre settecentesche ed elementi gotici o perturbanti. Imitando Dante, Leopardi ne indossa idealmente le vesti per verificare che cosa accada quando quello stesso universo venga abitato da una coscienza moderna.
L’infinito leopardiano
Non si tratta dunque di riprodurre il passato, ma di sottoporlo alle domande del presente. Anche L’infinito può essere sottratto alle letture più consuete. L’infinito leopardiano non riguarda soltanto ciò che supera i confini dello spazio e del tempo: è anche il luogo interiore nel quale l’uomo misura se stesso, confrontandosi con una dimensione arcana che lo attrae perché va oltre e perciò, insieme molto spesso lo intimorisce. Perché questo? Perché questa poesia non descrive soltanto un’esperienza contemplativa, ma interroga la nostra preferenza sulle certezze del presente rispetto alle incertezze degli «arcani mondi» e dell’«arcana felicità» del possibile.
L’Inferno e l’ambiguità del giudizio
Dall’infinito leopardiano si apre l’Inferno di Angela Chih. Con cipiglio fiero e nell’inconfondibile veste intellettuale dantesca, prende avvio la sequenza delle anime dannate. Avvolti nel rosso purpureo della scena, i personaggi raccontano il proprio dolore nella contraddittoria condizione di peccatori e vittime. Ma a chi dobbiamo credere, quando il giudizio divino è già avvenuto? Le anime parlano dopo la condanna, ma continuano a giustificarsi e a costruire la propria memoria. Le loro parole non sono testimonianze neutrali: rappresentano l’ultimo spazio nel quale possono difendere l’immagine di sé.
Francesca: amore o autoassoluzione?
Francesca da Rimini interpretata da Lonia Fiorillo, è il personaggio che più facilmente suscita compassione. Anche l’interpretazione scenica, attraverso il corpo e la voce, ha accompagnato lo spettatore verso una partecipazione emotiva al suo dolore. Da secoli la sua vicenda viene letta come il dramma di un amore travolto dal destino. Eppure rimane una domanda: Francesca è davvero del tutto sincera? Quando attribuisce ogni responsabilità al dio ”Amore”, non sta forse trasferendo altrove la responsabilità delle proprie scelte? «Amor condusse noi ad una morte» può essere letto anche come una raffinatissima forma di autoassoluzione. Non fu un’entità mitologica astratta a decidere, ma furono due persone a oltrepassare consapevolmente un limite. Dante si commuove fino a svenire, ma la pietà umana non cancella il giudizio morale. È nello spazio tra compassione e responsabilità che Francesca continua a interrogarci.
Ugolino: il dolore e la storia
La memoria letteraria conserva del conte Ugolino della Gherardesca soprattutto l’immagine del padre lasciato morire di fame insieme ai propri discendenti. I figli Gaddo e Uguccione e i nipoti Anselmo e Nino, detto il Brigata, rinchiusi a Pisa con lui nella Torre della Muda, non erano tuttavia dei bambini, come suggerisce l’immaginario popolare. Ciò non significa, naturalmente, che fossero responsabili delle azioni politiche attribuite a Ugolino. Il conte fu uno dei protagonisti delle lotte pisane del Duecento. Dopo la disastrosa battaglia della Meloria del 1284, venne accusato di viltà e tradimento, sebbene non esistano prove definitive che avesse favorito Genova. Anche le successive concessioni territoriali a Firenze e Lucca, presentate dai nemici come un tradimento, possono essere interpretate come uno spregiudicato tentativo di salvare Pisa dall’accerchiamento. Catturato durante la lotta per il potere guidata dall’Arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, Ugolino fu lasciato morire di fame con i familiari. La sua sofferenza suscita una compassione immediata, ma non cancella automaticamente le sue responsabilità politiche; allo stesso modo, tali responsabilità non giustificano la crudeltà della pena. Anche in lui vittima e colpevole convivono.
Farinata: dignità o superbia?
In Farinata degli Uberti convivono fierezza, grandezza e superbia. Anche da dannato continua a levarsi con orgoglio, come se nessuna condizione potesse piegarne la dignità. È una figura affascinante perché rappresenta l’uomo che rifiuta di essere definito dalle circostanze. Ma questa forza rischia di trasformarsi in autosufficienza, rendendo impossibile il confronto con gli altri. La sua grandezza confina con la presunzione, ed è proprio questo limite a renderlo moderno: anche il nostro tempo fatica a distinguere la dignità dall’arroganza e la coerenza dall’incapacità di mettersi in discussione.
Ulisse: conoscenza o irresponsabilità?
Ulisse viene spesso celebrato come l’eroe della conoscenza senza confini. Il suo ultimo viaggio suggerisce però una lettura più problematica. Il desiderio di conoscere è una delle aspirazioni più alte dell’uomo, ma diventa moralmente ambiguo quando trascina altri verso un destino che non hanno scelto pienamente. Ulisse non mette in gioco soltanto la propria esistenza in dispregio dei pericoli mortali ma conduce i compagni fino al naufragio. La sua impresa può essere letta anche come una forma di irresponsabilità. L’ambizione personale, per quanto nobile, non autorizza a disporre della vita altrui. Il limite posto da Dante non rappresenta quindi una condanna della conoscenza, ma un richiamo alla responsabilità di ogni guida. Quanto maggiore è il potere di persuadere gli altri, tanto più grave diventa la responsabilità per le conseguenze delle proprie decisioni.
Il teatro come spazio del possibile
Diamanti all’Inferno nell’infinito sottrae così i personaggi alla fissità della tradizione. Francesca non è soltanto l’amante infelice; Ugolino non è soltanto il padre disperato; Farinata non è soltanto l’eroe della dignità politica; Ulisse non è soltanto il simbolo della conoscenza. Lo spettacolo invita a non confondere la compassione con l’assoluzione, il fascino con la verità, la sofferenza con l’innocenza. Nel dialogo fra Dante e Leopardi, fra l’Inferno e l’infinito, l’uomo è chiamato a misurarsi con ciò che non conosce e con ciò che preferirebbe non riconoscere di sé stesso. È forse questo il significato dei “diamanti” evocati dal titolo? Frammenti di verità che continuano a brillare nell’oscurità della contraddizione umana? Il teatro li porta alla luce senza sciogliere ogni ambiguità, ricordandoci che interpretare significa sospendere il giudizio già pronto e tornare a interrogare ciò che credevamo di conoscere.
Alberto Zei