Se a Portoferraio non è stato facile sfuggire alla morsa del solleone di questa estate particolarmente torrida, molti visitatori, soprattutto turisti, hanno trovato un inatteso rifugio nel fresco dei locali della Gran Guardia, all’interno delle mura medicee che dominano il porto. Qui, unendo l’utile al dilettevole, hanno avuto l’occasione di visitare la mostra di arte figurativa di Flavio Orsi. La notevole affluenza registrata all’esposizione suggerisce una considerazione più ampia: Portoferraio conferma ancora una volta la propria capacità di esprimere e accogliere un fermento artistico crescente, al quale contribuiscono non soltanto le singole personalità dei pittori, ma anche la realtà collettiva rappresentata dal Circolo Artisti dell’Isola d’Elba, capace di mantenere vivo e riconoscibile il dialogo tra arte, territorio e pubblico.
Una dimensione sospesa
È proprio all’interno di questo scenario che la pittura di questo autore rivela oggi un passaggio particolarmente interessante della propria evoluzione. Ci sono artisti per i quali la pittura non coincide mai con la semplice restituzione del reale. È piuttosto, un’urgenza interiore: una forma di conoscenza, un’improvvisa accensione capace di trasformare ciò che lo sguardo incontra. Nelle opere della sua prima stagione, l’artista ha costruito nel tempo un universo visivo profondamente riconoscibile, maturato lungo i viali, i moli e le banchine del porto, nel silenzio della notte. È proprio in questa dimensione sospesa, tra mare e oscurità, che ha preso forma una pittura nella quale la luce è divenuta progressivamente protagonista, non soltanto come elemento atmosferico, ma come autentico principio generatore dell’immagine.
La prima maniera: la luce che ascende dal buio
In quella fase iniziale, la notte non costituisce un semplice sfondo: è materia pittorica, spazio mentale, luogo dell’intuizione. Durante le camminate notturne, tra il profumo della salsedine, il riflesso dell’acqua e l’eco dei passi sull’asfalto umido, l’immagine sembra nascere come un’improvvisa folgorazione. Il porto reale viene progressivamente trasfigurato, fino a diventare territorio interiore. La cifra stilistica di questa stagione risiede soprattutto in un movimento preciso: la luce nasce dal basso. È una luminosità viscerale che emerge dalle profondità dell’ombra, attraversa il porto e tende verso l’alto, imprimendo alla composizione una tensione verticale, quasi trascendente. Il molo, le acque scure, le sagome delle imbarcazioni diventano così il punto di partenza di una ricerca che supera il dato paesaggistico. Ogni quadro assume la forma di un’ascensione: il bagliore che affiora dal buio sembra rappresentare l’idea che prende corpo, la coscienza che attraversa la notte, la possibilità stessa della luce di prevalere sull’oscurità.
La luce discende e avvolge il reale
Se nelle esposizioni precedenti la luce discendente poteva essere percepita soltanto come un’intuizione ancora latente, è nella mostra attuale che la ricerca raggiunge una nuova evidenza e una più compiuta maturità espressiva. Non si tratta di una frattura rispetto al passato, né dell’abbandono di una precedente identità pittorica. Al contrario, siamo di fronte a un’evoluzione coerente: le premesse della precedente stagione vengono sviluppate, ampliate e condotte verso una nuova concezione dello spazio e della luce. È proprio nell’architettura luminosa di alcune sue opere che questa metamorfosi appare più evidente. La luce non esplode più dal basso nel tentativo di attraversare l’ombra. Ora sembra discendere sulla scena come una pioggia luminosa, calda e avvolgente, capace di investire l’intero spazio pittorico. Se nelle produzioni precedenti la luce era tensione, emersione e conquista, oggi diventa presenza in quanto non deve più combattere contro l’oscurità: occupa la tela, la attraversa, avvolge le forme e restituisce al paesaggio una nuova pienezza percettiva. È come se lo sguardo dell’artista si fosse progressivamente ampliato: dall’intensità verticale della luce che ascendeva dalle profondità della notte fino a una luminosità diffusa, capace di accogliere il mondo nella sua interezza.
Una nuova semiotica del paesaggio
A questa trasformazione luministica corrisponde anche una diversa interpretazione del reale. Le coste, il mare e i paesaggi d’acqua conservano la loro originaria forza lirica, ma acquistano ora una nuova consistenza. Non sono più soltanto luoghi della memoria o proiezioni dell’interiorità: diventano presenze pienamente percepibili, realtà che la luce rende manifeste. Si delinea così una nuova semiotica della rappresentazione pittorica. La luce di questo pittore non sottrae il mondo allo sguardo e non lo dissolve nell’indefinito ma al contrario, lo rivela. Non solo, evidenzia altresì le forme, amplifica la percezione, trasforma il paesaggio senza negarne l’esistenza. Il dato naturale viene così trasformato ma non cancellato. È proprio nell’equilibrio tra riconoscibilità e trasfigurazione che si manifesta una delle conquiste più interessanti di questa nuova stagione pittorica: la capacità di conservare, persino attraverso la leggera opalescenza dell’acqua, la dimensione poetica ed ecologica del paesaggio, restituendogli, nello stesso tempo, una nuova evidenza fisica e luminosa.
Dalla notte all’anfiteatro di luce
Il percorso dell’artista può allora essere letto nelle sue ultime composizioni come un continuo movimento di ricerca nel corso della sua stessa produzione. E questo non è da poco. E perché? Perché dalla luce catartica che emergeva dalle tenebre del porto, alla luminosità piena e avvolgente delle opere più recenti, ciò che cambia non è soltanto il modo di rappresentare il paesaggio, ma il rapporto stesso tra luce, spazio e realtà. La notte della prima stagione non viene rinnegata: rimane come memoria profonda dell’opera matrice dalla quale la nuova intuizione pittorica ha potuto prendere forma. Oggi nei quadri di questo pittore si è aperta una nuova più ampia dimensione; il paesaggio non è più attraversato da un unico movimento ascensionale, ma diviene una sorta di anfiteatro di luce, uno spazio nel quale cielo, mare e terra partecipano con la medesima vibrazione luminosa. È in questa continuità, più che nella semplice contrapposizione tra due periodi, che risiede la forza della metamorfosi. Il mare, infatti, non è mai stato soltanto un soggetto: è il grande specchio attraverso il quale Flavio Orsi autore continua, mediante la luce, a interrogare ciò che esiste sotto della superfice e a portare allo sguardo su ciò che il mare stesso custodisce nel suo fondale. Si tratta di una ricerca tesa alla costante rivelazione di una natura nascosta, che traspare, illuminata, ossia, di un luogo pittorico in cui luce, forma, rappresentazione e realtà finiscono per coincidere. Vedere per credere.
Alberto Zei