La finale del Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba – Raffaello Brignetti mette quest’anno a confronto tre opere molto diverse, accomunate però dall’ambizione di interrogare alcuni grandi temi del nostro tempo: la responsabilità, la memoria e la verità. Gianluca Di Feo, con Il cielo sporco, affronta il rapporto sempre più problematico fra l’uomo e una tecnologia capace di intervenire nella guerra; Marcello Fois, con L’immensa distrazione, affida alla memoria il compito di attraversare un’esistenza familiare e, con essa, un secolo di storia; Luca Mastrantonio, con Piombo e latte, parte da un fatto di cronaca per indagare il bisogno umano di attribuire al dolore cause, connessioni e significati.
Si tratta di tre opere eloquenti che meritano una lettura accanto ai loro punti di forza, che metta alla prova anche la loro coerenza. Emergono così incongruenze e contraddizioni che nascono dalle stesse premesse sulle quali gli autori costruiscono i propri racconti. Una lettura critica acquista maggiore interesse quando, accanto ai meriti di un’opera, ne mette alla prova anche la coerenza.
Di Feo: la guerra delle macchine resta una guerra degli uomini
Il cielo sporco possiede la forza dell’attualità. Gianluca Di Feo racconta una trasformazione ormai evidente nei conflitti contemporanei: droni, sorveglianza, individuazione dei bersagli, elaborazione automatizzata dei dati e crescente impiego dell’intelligenza artificiale. Proprio sul tema centrale della responsabilità emerge però la prima incongruenza. Quando una macchina acquisisce capacità sempre maggiori di osservare, selezionare e colpire, si pone la domanda su chi debba rispondere dell’esito finale. Formulata come alternativa fra uomo e macchina, la questione rischia tuttavia di creare un problema che concettualmente non esiste.
La responsabilità resta umana
Ogni sistema d’arma viene progettato, programmato, autorizzato e inserito dall’uomo in una catena operativa. Tra l’ordine iniziale e l’effetto finale potranno collocarsi migliaia di operazioni automatiche, ma l’automatismo non possiede coscienza morale né può assumersi la responsabilità delle conseguenze. Il problema reale consiste quindi nello stabilire quale uomo, o quali uomini, debbano risponderne: l’operatore, il comandante, chi autorizza la missione o determina le condizioni d’impiego. La tecnologia può rendere più complessa l’attribuzione delle responsabilità; non può trasferirle alla macchina. Un secondo punto riguarda l’accostamento fra drone, autonomia e intelligenza artificiale, concetti collegati ma differenti. Un drone può essere pilotato dall’uomo; un sistema può svolgere funzioni automatiche senza una sofisticata IA; l’intelligenza artificiale può assistere una scelta lasciando all’operatore la decisione finale. Riunire tutto sotto l’immagine della “guerra delle macchine” possiede efficacia narrativa, ma rischia di comprimere differenze decisive.
Lo stesso vale quando alla tecnologia viene attribuita quasi una propria forza storica. I droni consentono nuovi modi di combattere, ma sono Stati, eserciti e uomini a scegliere di adottarli. Più potente diventa la tecnologia, maggiore diventa la responsabilità di chi decide di impiegarla. Il cielo potrà diventare sempre più “sporco” di droni. La decisione di mandarli in quel cielo continuerà ad appartenere agli uomini.
Fois: quando la memoria diventa onniscienza
Con L’immensa distrazione cambiano scenario e linguaggio. Marcello Fois sceglie il grande romanzo familiare e affida a Ettore Manfredini, morto a novantacinque anni, il compito di attraversare la propria esistenza e quella della famiglia. Dalle origini povere all’ascesa imprenditoriale, dalle leggi razziali alla tragedia della famiglia Teglia, il destino individuale diventa storia di un’intera epoca. È la memoria a governare il tempo: episodi lontani ritornano, particolari acquistano nuovi significati e la morte illumina retrospettivamente il passato. Proprio qui emerge l’incongruenza principale. La memoria può restituire ciò che un uomo ha vissuto, conosciuto o percepito. Non può ricordare ciò che quell’uomo non ha mai saputo. Ettore, invece, arriva a conoscere pensieri, sentimenti, sogni ed episodi della vita altrui ai quali non ha assistito. La memoria personale diventa così onniscienza. La letteratura può certamente concedere a un morto una conoscenza impossibile ai vivi; ma, quando Ettore conosce anche l’inconoscibile, non sta più ricordando: sta sapendo.
“La distrazione”
Da qui deriva una seconda tensione. La memoria umana è incompleta: seleziona, dimentica, interpreta e talvolta sbaglia. L’onniscienza concessa a Ettore tende invece a sciogliere proprio quell’incertezza che costituisce la materia autentica del ricordo. Anche la resa dei conti morale cambia: Ettore giudica il proprio passato dopo aver acquisito conoscenze che l’Ettore vivente non possedeva. Il personaggio chiamato a confrontarsi con i limiti della propria esistenza viene dunque liberato, attraverso la morte, da quegli stessi limiti. La scelta è narrativamente potente, ma il contrasto rimane: dove termina la memoria di Ettore e dove comincia l’onniscienza? E non sta forse proprio qui una singolare “distrazione” narrativa, nel sovrapporre ciò che appartiene naturalmente alla memoria a una conoscenza che assume invece caratteri quasi paranormali? È questa sovrapposizione a rendere L’immensa distrazione affascinante e, nello stesso tempo, criticamente discutibile.
Mastrantonio: il pensiero magico e la catena dei significati
Piombo e latte di Luca Mastrantonio percorre una terza strada. Tutto parte dalla notte del 17 agosto 1978, quando Dirk Hamer viene colpito da un proiettile mentre dorme su una barca all’isola di Cavallo. Morirà dopo oltre cento giorni. Seguirà una lunga vicenda giudiziaria nella quale entrerà Vittorio Emanuele di Savoia. Il racconto si estende al padre di Dirk, il medico Ryke Geerd Hamer, che elaborerà la cosiddetta “Nuova medicina germanica”, fondata sull’idea di un rapporto determinante fra trauma psichico e malattia. Entrano poi nella vicenda Birgit Hamer, sorella di Dirk, le conseguenze familiari della tragedia e lo stesso autore. Cronaca, memoria, inchiesta e riflessione si sovrappongono. Ed è qui che compare la maggiore contraddizione. Mastrantonio mette in discussione il pensiero magico, cioè la tendenza a costruire rapporti causali e spiegazioni assolute là dove i fatti non consentono di dimostrarli. Nello stesso tempo, però, organizza il racconto facendo dello sparo del 1978 un punto originario dal quale sembra propagarsi una lunga onda di conseguenze e significati.
Il contrasto logico è evidente: si critica il bisogno di ricondurre eventi differenti a un disegno complessivo e, contemporaneamente, si costruisce una concatenazione narrativa capace di dare unità a quegli stessi eventi. Naturalmente una concatenazione letteraria non equivale a una dimostrazione di causalità. Il paradosso rimane però evidente: il libro invita a diffidare della necessità di trovare una spiegazione complessiva del dolore, mentre parte della sua forza deriva proprio dal collegare episodi lontani facendoli gravitare intorno alla tragedia originaria. Un secondo nodo riguarda il confine fra verità accertata e verità narrativa. Mescolando cronaca, memoria, autobiografia e interpretazione, il libro accresce la propria forza letteraria ma rende più delicata la distinzione fra ciò che i fatti dimostrano e il significato attribuito loro dal racconto. Il paradosso di Piombo e latte può quindi riassumersi così: combatte la tentazione di dare al dolore una spiegazione assoluta, ma costruisce una potente architettura narrativa per dare connessione e significato al dolore che racconta.
Tre libri, tre domande aperte
Le tre opere finaliste sono profondamente diverse anche nelle loro incongruenze. In Di Feo la macchina sembra complicare il principio della responsabilità, mentre questa resta necessariamente umana; inoltre drone, autonomia e intelligenza artificiale rischiano di essere avvicinati più di quanto le loro differenze consentano. In Fois la memoria supera i propri confini e diventa conoscenza assoluta; il protagonista giudica il passato disponendo di informazioni che in vita non possedeva. In Mastrantonio si combatte il pensiero magico attraverso una costruzione fondata proprio su connessioni e corrispondenze, mentre la fusione fra cronaca e narrazione rende sottile il confine fra fatto e interpretazione. Questi nodi non cancellano il valore dei tre libri. Dimostrano, semmai, quanto sia più utile discuterli criticamente che accompagnarli con una lode incondizionata. Un’opera importante deve poter essere interrogata anche nei punti nei quali le sue premesse e le sue conclusioni non coincidono perfettamente. Il 5 settembre saranno le giurie a scegliere il vincitore. Fino ad allora il confronto appartiene ai lettori. Ed è proprio quando i libri generano consenso, dissenso e discussione che un premio letterario riesce davvero a produrre cultura.
Alberto Zei