Presidiava l'isola d'Elba un contingente di truppe facenti parte della 215ª divisione costiera agli ordini del quadrumviro Cesare Maria De Vecchi con il comando a Massa. Le prime disposizioni emanate dal comandante dell'isola - generale Achille Gilardi - mirarono ad agevolare eventuali sbarchi alleati e a ostacolare quello probabile delle forze tedesche ripieganti dalla Sardegna.
Anche qui la sequela di ordini, contrordini, le direttive contrastanti - qui come altrove - con lo spirito dell'armistizio, con la realtà dei fatti portarono a un coacervo, un caos di disposizioni, di controdisposizioni da parte dei singoli comandanti che si aggiunsero a confondere la già poco chiara situazione.
Il mattino del giorno 9 i militari tedeschi che non erano riusciti a raggiungere il continente furono convocati e raggruppati nella caserma Vittorio Emanuele di Portoferraio; questo impedì che la popolazione potesse andare oltre le giustificate manifestazioni di giubilo seguite all'annuncio dell'armistizio dato da radio Roma, mentre venivano liberati dal carcere i detenuti civili e còrsi insieme ad aviatori inglesi - catturati dopo che erano stati costretti ad ammarare nei pressi di Pianosa in seguito ad avaria.
La sera del 9 una formazione navale agli ordini dell'ammiraglio di divisione Romis di Pollone approdò a Portoferraio e ripartì nel tardo pomeriggio del giorno 11 con imbarcato sull "Indomito" il principe Aimone di Savoia, duca di Spoleto, Le batterie costiere aprirono il fuoco contro un ricognitore tedesco inseguito poi dal tiro delle batterie navali, La reazione nazista non tardò tuttavia a farsi sentire. E fu una reazione immediata senza esclusione di colpi. I tedeschi approfittarono dello stato di disorganizzazione delle truppe italiane, e dell' incertezza che regnava in ogni settore di comando. Consapevoli che ogni indugio nel reagire avrebbe significato un vantaggio da parte italiana attaccarono immediatamente le truppe di di presidio di Piombino.
Il giorno 12 Piombino cade. L'isola d'Elba e ormai sotto il tallone nazista, ma tuttavia (il settore fronteggiante il promontorio è scoperto) le ostilità non cessano. Tentativi di sbarco germanici sono stati respinti mentre ogni giorno avvengono lanci di manifestini alternati a mitragliamenti. Il tallone ferreo è rappresentato dalle formazioni di bombardieri Junker 42 che distruggono a decine le case di Portoferraio, sfondano l'ospedale, seminano il panico tra la popolazione civile, mietono vittime tra i militari. Questo accade il giorno 16. I giorno 13. alle ore 10, un parlamentare tedesco accompagnato dal capitano Lo Moro era mandato a Portoferraio per "prendere in consegna l'isola" minacciando le rappresaglie puntualmente eseguite dopo esser stati costretti a tornare indietro con la risposta negativa. Verso la sera del 16 anche tra i civili s'annoverano ingenti perdite; la città vive ore drammatiche: lo sgombero dei feriti avviene con difficoltà, le macerie sono disseminate ovunque, la confusione è al culmine. Una simile situazione non può essere protratta indefinitamente ed è per questo che il generale Gilardi si arrende.
La mattina del 17 arrivano le prime truppe da sbarco e i primi paracadutisti tedeschi. All'inferno del giorno prima segue l'incubo di una vendetta perpetrata selvaggiamente. Non si contano gli episodi di saccheggio, di devastazione, le angherie, i soprusi. Il giorno 11 ottobre il generale Gilardi viene deportato nel campo di Biala Podlaska insieme ad alcuni ufficiali del suo comando. La sua è una storia drammatica, e vedrà vari trasferimenti dal campo di Podlaska a quello di Tschestokova e da quest'ultimo a Schokken sotto l`accusa di "liberazione di prigionieri inglesi e internati còrsi; favoreggiamento per sottrarre alla cattura ufficiali e soldati; intelligenza col nemico..".
(Pagine 101 e 102 del libro "LA RESISTENZA DIETRO LE QUINTE" del Col. Antonio Ricchezza / De Vecchi Ed 1967)
