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Monte Capanne: L'attendamento della Commissione Geodetica

Scritto da  Silvestre Ferruzzi Lunedì, 05 Ottobre 2026 09:41

Nell’archivio fotografico Alinari c’è una vecchia diapositiva su lastra di vetro, datata tra Ottocento e Novecento, che può dirsi stupefacente. Scattata dal professore fiorentino Giorgio Roster, raffigura un brullo paesaggio montano – le capre, allora, erano tante e mangiavano tutto – a non troppa distanza dalla vetta del Monte Capanne. Quello che colpisce subito è la presenza di muri in pietra a secco e, soprattutto, di due bianchissime tende di tela base circolare, rinforzate da un «calzolo» perimetrale di grossi sassi.

 

Davanti ad esse, in piedi, quattro membri alla commissione che si occupava della soprastante stazione geodetica, posta sul punto più alto dell’Olimpo elbano: una struttura troncopiramidale che serviva per fini cartografici e misurazioni geografiche. Più stazioni geodetiche collegate tra loro formavano una rete di triangoli, ossia una rete di triangolazione; in tal modo, misurando gli angoli di questi triangoli con strumenti ottici, i cartografi potevano calcolare le distanze esatte su vastissime porzioni di territorio.

 

Ma dov’erano esattamente collocate le due tende che ospitavano i quattro operatori? La diapositiva del Roster, fortunatamente, riesce a catturare l’immagine di due inconfondibili massi che si trovano tuttora nel punto in cui l’altopiano del Ferale lascia spazio allo spallone roccioso che lo divide dalla cima del Monte Capanne.

 

Oggi non ci sono più le capre, e di conseguenza la bassa macchia mediterranea d’alta quota – qui siamo a 762 metri – è abbondantemente ricresciuta. I muretti a secco che appartenevano all’attendamento non si osservano più; ma neppure cinque metri a destra, guardando il Capanne, oggi esiste uno dei pochissimi domoliti pastorali – localmente «capanne» o «grottini» – di questo versante settentrionale. A costruirlo con le stesse pietre del vecchio attendamento della commissione geodetica fu quasi certamente il pastore sanpierese Aristide Martorella (1892-1963), che intorno al 1930 abitava nel sottostante paese di Poggio; conduceva le capre lungo il crinale del Ferale e d’inverno le ricoverava in una stalla del paese presso Via della Volta. Aristide rincasava col buio, in modo che le capre si assopissero e non si allontanassero dal caprile; con le pelli dei capretti realizzava dei piccoli scendiletto per i figli. Aristide era zio di Mamiliano Martorella, il noto pastore che dette inizio alla tecnica costruttiva standardizzata dei domoliti elbani.

 

Il ricovero per i quattro smilzi addetti della stazione geodetica non c’è più; si è trasformato in una sentinella di roccia, il ricovero dove il pastore produceva le sue preziose ricotte. E anche il pastore avrà pensato a qualcosa di bello, a quel sacro, a quella potenza che intravide anche la mia mamma: «Il massiccio del Monte Capanne è il mio Sinai. Mi fermo ad una fontanella naturale; bevo di quell’acqua freschissima che stilla dalla roccia in tre rivoli. Ringrazio il cielo di questo dono insperato. Sono già in un paradiso in terra e mi sento di ringraziare dal profondo l’Artefice di tutto questo».

 

Silvestre Ferruzzi 

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Ultima modifica il Lunedì, 05 Ottobre 2026 09:44