Un’imponente conchiglia lavorata dall’uomo migliaia di anni fa, per servire da strumento di segnalazione e corredo funebre, è riemersa quasi intatta dal terreno di Pianosa. Si tratta di un magnifico esemplare di Charonia lampas, il grande Gasteropode comunemente noto come Tritone. La conchiglia è stata recuperata la mattinata del 29 ottobre nell’area di Poggio Belvedere, a ridosso della Sepoltura PL33, nella Necropoli di Caccia Reale, risalente al tardo Neolitico – prima Età dei Metalli. Tutto l'intervento e le relative operazioni sul campo sono stati preventivamente concordati e autorizzati dalla competente Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno.
La presenza sull'isola si inseriva nell'ambito di un programma di ricerche geologiche condotto insieme ad alcuni colleghi del CNR. La vicenda ha preso una piega inattesa il 28 ottobre scorso durante il trasferimento marittimo da Marina di Campo a Pianosa a bordo della M/N Nettuno. Giuseppe Giangregorio — membro della RTI che gestisce i servizi turistici e la logistica su incarico del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano — mi ha mostrato la foto di un reperto malacologico, scoperto in un piccolo taglio del terreno, durante il lavoro di monitoraggio e manutenzione dei percorsi.
L'ipotesi che potesse trattarsi di una conchiglia di eccezionale valore archeologico ha trovato immediata conferma alle ore 12:00 della stessa giornata quando, insieme al ricercatore Lorenzo Milaneschi e guidati da Giangregorio, ci siamo recati sul posto per un primo sopralluogo tecnico. Constatata l'impossibilità di stabilirne l'integrità nel sottosuolo, abbiamo scelto la via della massima cautela, programmando lo scavo per la mattina successiva con la strumentazione idonea.
Il recupero si è svolto la mattina del 29 ottobre. Attraverso un micro-scavo stratigrafico nella terra umida pervasa da un fitto intreccio di radici, siamo riusciti a estrarre la conchiglia in ottimo stato di conservazione.
La vera sorpresa è giunta dall'osservazione dell'apice della spira: infatti, la conchiglia presenta un'evidente asportazione intenzionale dell'estremità. Questa lavorazione antropica, documentata fin dal Paleolitico, serviva a trasformare il guscio in una potente tromba naturale, un oggetto simbolico di pregio destinato ad accompagnare il defunto nella sepoltura. Il reperto, sfuggito agli scavi dell'Ottocento e rimasto nascosto sotto un sottile velo di terra, è riemerso grazie al recente dilavamento delle piogge.
Il ritrovamento riveste un valore profondamente emozionante, intessuto di storia e memoria familiare. Come si nota anche in uno degli scatti a corredo — dove l'esemplare è stato provvisoriamente collocato accanto alla sepoltura PL33, da cui verosimilmente proviene — il reperto restituisce un legame visivo immediato con la sua sede originale. Un Tritone del tutto analogo, proveniente sempre da Pianosa (scavato all'interno della celebre "Grotta dei Due Scheletri"), fu infatti rinvenuto nel lontano 1864 da Raffaello Foresi ed è oggi uno dei reperti di spicco conservati al Museo Civico Archeologico della Linguella a Portoferraio. Recuperare a distanza di oltre 160 anni un secondo Tritone sulla stessa isola, riannodando quel filo invisibile iniziato con le ricerche di Raffaello Foresi, di cui porto orgogliosamente il cognome, è un'emozione straordinaria e una preziosa conferma di quanto l'Isola di Pianosa continui ancora oggi a raccontare del nostro territorio.
Il reperto è stato posto immediatamente in sicurezza ed è depositato presso il Museo delle Scienze Geologiche e Archeologiche dell'Isola di Pianosa.
Luca Maria Foresi - Università di Siena

