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Il Fiocinaro e l’estate dell’occhiate

Scritto da  Umberto Mazzantini da Enjoy Elba 2021 Lunedì, 21 Giugno 2021 08:07

 

Quella fu un’estate di mare bianco, guastato da pochi timidi temporali, calma e sospesa, come la pausa forzata che mi ero presa nel mio lavoro di sommozzatore in giro per l’Italia. Una vacanza estiva mai fatta fino ad allora, nella mia stessa isola, che diventò una lenta scoperta.
L’anno esatto non lo ricordo, ma avevo sicuramente poco più di 20 anni e, figlio di un pescatore analfabeta e fratello di un pescatore che aveva schivato la scuole e le bocciature per pura fortuna dei tempi, conoscevo il mare anche per averlo visto da sotto, nelle sue radici marine che svaniscono nel buio profondo, che i pescatori non conoscono ma intuiscono.
Non ero però pescatore e non lo sarei diventato mai, ma in quell’estate di mare immobile sotto il sole imparai qualcosa sull’arte di una strana pesca: quella con i nattelli, che è pesca di superficie e d’occhio per le increspature invisibili dell’acqua che formano le occhiate, di lanci calcolati, di sugheri rotondi alla deriva, armati di ami e innescati con pezzi di pane, di inseguimenti e recuperi, di pesci d’argento che tentano fughe impossibili e a volte ci riescono. Di destrezza e pazienza.
E quell’estate imparai anche la pazienza dei pescatori.
A insegnarmela fu il mi’ cugino Piero, che tutti chiamavano già il Fiocinaro per la sua abilità che io non avrei mai avuto. Piero faceva il manovale, ma la sua passione che non l’ha mai lasciato è il mare, perché un pescatore non diventa eccezionale se non ama il mare: il mare non ama i ladri, ma regala cose preziose a chi lo rispetta, a chi lo capisce. E il Fiocinaro era il mare, uno che sente le correnti invisibili.
Fu un’estate silenziosa, di pochi discorsi e molte risate, interrotta da cacce marine frenetiche, da approdi in spiagge circondate da scogli e canneti, dove accendere un piccolo fuoco e cuocere le occhiate appena pescate, dividersi una birra o una bottiglia di vino, addormentarsi all’ombra delle tamerici e poi ripartire, tornare in un mondo che era lì, vicinissimo e lontano.
Un tempo sospeso, rinnovato ogni giorno ma mai uguale.
E un giorno trovammo, davanti alla prua del barchettino che era diventato la nostra zattera di naufraghi volontari, una palla rosa, fremente, per noi aliena, bersagliata da lecce fameliche e impazzite che si allontanarono appena sentirono troppo vicino il rumore del fuoribordo. Calammo un secchio che avevamo a bordo in quel cuore marino palpitante e tirammo fuori, quasi senza acqua, una massa di gamberetti rosati, con piccoli occhi neri. Ci attrezzammo per cucinarli e ce ne andammo alla minuscola spiaggia prima della Madonnina, una striscia di sassi neri attaccata a scogli bruni, dove attizzammo un fuocherello e, con uova e farine facemmo dei piccoli crostacei delle frittelle dorate, dal sapore forte, e con un odore inebriante di mare e di alghe. Non sapevamo che avevamo mangiato il cibo delle balene, il krill, e che quei gamberi erano probabilmente scampati al banchetto che le gigantesche signore del mare fanno ogni anno di fronte alle coste dell’Elba, mentre risalgono dal profondo nel loro viaggio verso il Mar Ligure e i loro convegni amorosi e le loro faccende materne, Non lo sapevamo e ci costò caro. Perché il minuscolo krill è roba da giganti marini e non da giovani uomini e il giorno dopo il barchettino restò all’ancora perché noi eravamo impegnati e restare il più vicino possibile a un gabinetto.
Poi quell’estate magica e sospesa finì come sempre finiscono le estati: con la partenza delle rondini allineate sul filo e dei turisti allineati davanti ai traghetti. E dell’inizio dell’autunno, da allora, mi resta sempre la filastrocca del Fiocinaro: “Tombolelli e palamite che l’occhiate so’ finite. Palamite e tombolelli, so’ finiti i tempi belli”.


Umberto Mazzantini da Enjoy Elba 2021

 

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