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Francesco Guccini a Genova. La vodka e la focaccia

Scritto da  Umberto Mazzantini Venerdì, 07 Agosto 2026 09:17

La prima volta che ho visto un concerto di Francesco Guccini era il 1978, alla Festa Nazionale dell’Unità, in un palazzetto dello sport pieno zeppo di gente che quell’omone con la chitarra sul palco guardava mentre beveva un bicchiere di vino rosso tra una canzone e l’altra e spiegava con poche secche parole i mondi che si aprivano quando la musica tornava a suonare e le canzoni diventavano poesie, a volte barbare, ruvide, a volte romantiche senza mai scadere nel romanticismo.

 

Io avevo 21 anni e con me c’era il mi’ fratello Edoardo che ne aveva appena 14 e al quale non gliene fregava quasi nulla della politica, ma era molto interessato a quella gigantesca baraonda piena di buon cibo e da be’, quel Paese dei Balocchi rosso che i comunisti avevano allestito in faccia al mare di Genova e dove Berlinguer fece uno storico discorso che Edoardo, perso in una folla mai vista, ha probabilmente ascoltato poco e dimenticato subito.

 

Però Edoardo, che allora era una specie di angioletto biondo che dopo quasi 50 anni è sparito nell’uomo barbuto che campeggia nelle rughe di sole e salsedine in una delle foto del Ridi, ce la fece ad addormentarsi al concerto di Guccini, e russava alla grossa proprio mentre migliaia di persone cantavano in coro “La locomotiva” insieme al Maestro e ballavano e battevano le mani e alzavano il pugno, facendo tremare le gradinate del palazzetto genovese.

 

Infatti, Edoardo, che si era già mangiato forse un ettometro di focaccia genovese al metro ripiena di formaggio, non volle venire a uno dei noiosi dibattiti ai quali andavo io e disse che restava a fare un giro tra gli stand, che occupavano uno spazio grande quanto un paese. Lo ritrovai qualche ora dopo nel punto nel quale ci eravamo dati appuntamento, con un bel pezzo di focaccia in una mano e nell’altra una bottiglia di vodka con la quale pasteggiava bevendo direttamente dal collo, e se ne era già trincata la metà. L’aveva vinta allo stand dell’Unione delle Repubbliche Socialiste sovietiche e gliela tolsi subito di mano versando quel che rimaneva nella ghiaia.

 

Ma ormai il danno era stato fatto e quel ragazzino non poteva reggere l’urto di mezzo litro di vodka e di innumerevoli focacce. Le canzoni di Guccini lo cullarono come una ninna nanna e si svegliò solo quando il concerto era finito, dopo un paio di scrolloni per riportarlo alla realtà.

 

Edoardo quindi pagò il biglietto ma non sentì praticamente nulla del concerto. A me, che conoscevo poco Guccini, invece quelle canzoni rimasero attaccate alla pelle e diventarono, insieme a quelle di De Gregori e De Andrè, la colonna sonora della mia vita.

 

Guccini era uno scrittore, un narratore, che scriveva canzoni e ballate. Che ha raccontato una generazione che era anche la mia – perché allora le generazioni avevano appena preso l’abbrivio e non correvano così forte e non cambiavano nome come oggi – mischiando il personale e il politico, le storie e la storia, sempre viste dalla parte della gente comune, a volte dei poveri cristi, col passo, la flemma e lo sguardo di un uomo di Appennino che ha conosciuto la città e non gli è piaciuta mica tanto.

 

Francesco Guccini ha scritto canzoni e storie memorabili, ma se dovessi sceglierne tre non sceglierei quelle “politiche” che spesso canticchiavamo e canticchio, se dovessi citare tra capolavori direi “Canzone per un’amica”, “Autogrill” e “Incontro”. Tre canzoni perfette, forse tra le più belle mai scritte in Italia, che parlano di donne diverse, che parlano di umanità e di perdita e vita.

 

Come cantava e canta ancora in eterno Guccini, “Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.

 

Umberto Mazzantini

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Ultima modifica il Venerdì, 07 Agosto 2026 09:28