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Addio Francesco Guccini

Scritto da  Maria Gisella Catuogno Sabato, 08 Agosto 2026 10:01

Ci sono eventi su cui non vorresti scrivere nulla, quando accadono, perché sai che le tue parole non sono all’altezza della situazione e non possono aggiungere niente al molto che si è detto e pubblicato. Poi non ce la fai, perché la commozione è più forte del proposito e ti ritrovi davanti al foglio bianco.

 

Ieri Francesco Guccini ci ha lasciato e a molti questa perdita pare quella di un amico di vecchia data, di un maestro di vita, di un aedo che ha costellato gli anni di un’intera esistenza: con quel suo fare bonario e al contempo autorevole, con quei testi orecchiabili e insieme coltissimi, con quella malinconia struggente e ad un tempo dissacrante. Un uomo e un artista autentico, pronto a denunciare le eterne ingiustizie del mondo, i colleghi opportunisti, certi critici musicali, chi voleva etichettarlo negandogli l’assoluta libertà intellettuale che rivendicava, ma che sapeva guardare anche con umanissima pietas alla nostra condizione umana, così fragile e precaria: una meteora che illumina per un attimo il buio del cielo per spengersi subito dopo, inghiottita dalla tenebra. Un anarchico, in fondo, come l’autore di “Addio Lugano bella”, che tanto amava.

 

“La locomotiva”, “L’avvelenata”, “Bisanzio”, “Bologna”, “Culodritto”, “Addio”… chi se le scorda? Come l’indimenticabile concerto che tenne al penitenziario di Porto Azzurro per i detenuti e la cittadinanza esattamente quarant’anni fa, nella stagione d’oro del “carcere aperto”, prima della tragica estate dell’anno dopo e della rivolta che pose fine ad ogni illusione di riforma. E leggenda vuole che in cambio della performance sia stato chiesto un bicchiere di vino bianco secco e fresco.

 

Guccini ci mancherà: malgrado l’amato e scelto esilio a Pavana, in una sorta di ritorno alle origini, lo vedevamo spesso in tv, non aveva perso il gusto dell’apparizione e del confronto; ora, la sua lucida riflessione sull’attualità, sui tempi grami che stiamo vivendo, non ci sarà più e una nuova stilla di solitudine si aggiungerà alle tante altre che collezioniamo vivendo. Ci resteranno le sue canzoni, come è avvenuto per Fabrizio De André o per Lucio Dalla, a ricordarci il valore dell’umanità e dell’impegno, contro “l’immensa vanità del tutto”.

 

Maria Gisella Catuogno

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Ultima modifica il Sabato, 08 Agosto 2026 10:04