I messaggi dei Papi raggiungono la base? Quanto di essi penetra fra i cristiani di parrocchia? Non mi riferisco tanto al cosiddetto "zoccolo duro", formato da persone impegnate costantemente nei gruppi, nelle associazioni e nei movimenti cattolici. Penso alle persone che partecipano alle pratiche religiose domenicali e, soprattutto, a quelle delle grandi feste cristiane e in alcuni momenti dell'esistenza (i battesimi, le prime comunioni e le cresime, qualche matrimonio e i riti funebri).
Si tratta di una percentuale di persone in costante diminuzione, secondo le statistiche, ma che comunque mantiene un qualche contatto con la Chiesa. E forse ascoltano la parola del vangelo e, sicuramente, le parole (omelia) del presidente dell'assemblea liturgica. Da qui l'importanza della predicazione. Tanto che papa Francesco ha dedicato all'omelia diversi passaggi nei suoi discorsi, specie nella programmatica esortazione apostolica Evangelii gaudium. Così, l'omelia è uno degli strumenti attraverso i quali si può comunicare la forza del messaggio evangelico e la sua attualizzazione come proposta dall'insegnamento dei Papi.
La scorsa settimana, nella Notte di Natale, nella chiesa di San Giuseppe, il parroco della comunità pastorale di Portoferraio, in aderenza all'episodio evangelico della Natività, ha parlato di Pace. "In quel Bambino [Gesù] ci è indicata la via per la quale possiamo anche noi camminare verso la pace". Ha parlato di sobrietà, giustizia e pietà come modalità di vita. Ha messo in evidenza, da una parte, i potenti che decidono e, dall'altra, i piccoli e i poveri che obbediscono e subiscono. "Potenti che fanno e disfano, perché sono nella posizione di poterlo fare, e piccoli cui è lasciata solo la libertà di pagarne le consguenze". Come non cogliere una sintonia con le parole di papa Leone pronunciate nell'omelia romana del giorno dopo: "Fragile è la carne delle popolazioni inermi, provate da tante guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le menti e le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire.".
Le parole del parroco che più offrono un orientamento appaiono quelle conclusive, a condizione che chi le ascolta le faccia proprie nell'interiorità: è l'invito ad assumere "la prospettiva di un Dio che si fa uomo e piccolo; che entra nel mondo per la via dell'umiltà". Eccole:
"E allora questa sera proviamo a immaginare che il bambino nato nella mangiatoia ci voglia invitare a un esercizio semplice ma dalle conseguenze rivoluzionarie, per noi e per il mondo. Vi invito stasera, ognuno di noi, a guardare ogni essere umano, la realtà, il mondo, gli altri... a partire dal basso di quella mangiatoia e non dall'alto di chi ha il potere di vita e di morte su intere nazioni, di chi ha il potere di contare gli altri e di decidere la loro vita e la loro morte. Guardare il mondo dalla mangiatoia e non dal trono! Allora sarà possibile percorrere vie di pace, anche tra di noi, nelle nostre comunità, nelle nostre relazioni, nelle nostre società. Guardare dal basso e non dall'alto... Un esercizio semplice: solo questione di prospettiva!".
Esercizio, rivoluzione, sguardo, prospettiva... parole che evocano la necessità di un cammino. Un modo di essere e di vivere che è prepararsi alla pacificazione personale e del mondo. Un modo che ci è testimoniato da san Francesco d'Assisi e, con lui, ultimamente, da Francesco e Leone.
Sì, la pace c'è se la si prepara con mezzi di pace (così come la guerra si fa perché la si prepara con la produzione e il commercio delle armi, la ricerca tecnologica e gli investimenti finanziari, in aggiunta a scelte economiche di morte).
Come potrà essere possibile, per gli ascoltatori del vangelo di pace (della pace di Cristo che è l'opposto di quella del "mondo"), non sentirsi messi in discussione? Non sarà invece che, anche grazie a questo contributo, crescano artigiani di pace, per il bene di tutti, anche di coloro che la pace vera la ostacolano per propri interessi (grandi - affaristi - e piccoli - quanti investono in azioni di società che lucrano sulle armi! -) o per sottomissione alla "menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi" dei primi?
L'anno 2026 non porterà nulla di indipendente dalle nostre scelte.
dal blog di Nunzio Marotti