Quando giugno arrivava al suo culmine e il sole sembrava fermarsi sopra il Monte Capanne, a San Piero iniziava un'attesa speciale. Era il tempo dei Fuochi di San Giovanni.
Per i ragazzi del paese non era una semplice festa: era una vera missione. Con carretti di fortuna costruiti con vecchie assi, ruote recuperate e corde consumate, giravano per vicoli, corti e campagne raccogliendo tutto ciò che poteva bruciare. Cartoni, cassette rotte, rami secchi e vecchi pezzi di legno diventavano un tesoro da trascinare fino a Facciatoia.
Lì cresceva giorno dopo giorno il grande falò. Ogni fascina aggiunta era motivo di orgoglio e di sfida tra le diverse bande di ragazzi, che volevano vedere il proprio fuoco più alto e più luminoso degli altri.
Poi arrivava la sera del 23 giugno. Quando il cielo si colorava di blu profondo e le prime stelle comparivano sopra il paese, una scintilla accendeva la catasta. Le fiamme si alzavano verso il cielo, illuminando i volti dei presenti e tingendo di rosso le vecchie case di granito.
Da Facciatoia lo sguardo correva lontano. Nella pianura sottostante del Piano di Campo, agli Alzi, al Pin di Mezzo e in tanti altri luoghi della campagna, decine di fuochi rispondevano al grande falò sanpierese. Era come una costellazione di fiamme sulla terra, un dialogo antico tra le comunità e la natura.
Gli anziani raccontavano che quei fuochi servivano a scacciare le disgrazie, a proteggere i raccolti e a propiziare l'inizio della mietitura del grano. Le scintille che salivano nel cielo portavano con sé desideri, speranze e preghiere per una stagione generosa.
E mentre le fiamme crepitavano nella notte di San Giovanni, il paese intero sembrava ritrovare un legame antico, fatto di terra, lavoro e comunità. Un legame che ancora oggi vive nei ricordi di chi, da bambino, spinse un carretto traballante lungo le strade di San Piero per alimentare il grande fuoco di Facciatoia.