Scrive Lucio Caracciolo su Repubblica del 19.10.2025: “Il piano Trump è come il formaggio svizzero: pieno di buchi che ognuno cercherà di tappare o ignorare a modo suo.
Nell’infinita e forse ‘infinibile’ contesa israelo-palestinese è sempre stato così. Perché né gli israeliani né i palestinesi rinunciano all’idea che lo spazio conteso fra Mediterraneo e Giordano sia casa loro. Tutto. Per entrambi qualsiasi concessione è provvisoria”.
Come sempre, la sua analisi mette a fuoco il nodo del problema.
Abbiamo sperato per un momento che in Palestina fosse successo qualcosa di positivo considerando l’investimento diplomatico di Trump e l’enfasi trionfale che ha voluto dare all’“evento” di Sharm el Sheik; e considerando l’apparente consenso che per l’occasione i “cortigiani” europei hanno manifestato al Sovrano d’Oltre Oceano. Ma già l’assenza di Israeliani e Palestinesi dai festeggiamenti che riguardavano in primo luogo loro e i loro morti raccontava che nella bella località egiziana si celebrava soprattutto un equivoco, come osserva Caracciolo.
I Palestinesi abitano la terra che rivendicano per “jus sanguinis”, per “jus soli” e “jus consuetudinis” -anche se non è esatto parlare di Popolo palestinese, per essere piuttosto una aggregazione di tribù relativamente recente-; ma è certo che siano stati in quella regione da epoche remote e senza discontinuità.
La storia degli Israeliani ha una narrazione del tutto differente: dopo la Diaspora -la “Dispersione”, che sarebbe iniziata già con le deportazioni operate da Assiri e Babilonesi (VIII-VI sec. a. C.) e sarebbe giunta a compimento dopo al distruzione del Secondo Tempio nel 70 d. C a seguito della sconfitta da parte del generale (poi imperatore) Tito-, il popolo ebraico (ma anche in questo caso è improprio parlare di “popolo”, trattandosi come per gli altri abitanti di quella terra sventurata di aggregazione di tribù di pastori) abbandonò la Palestina per cercare sostentamento altrove, in tutto il mondo allora conosciuto, e poi nel Nuovo Mondo, conservando una certa identità di appartenenza collegata con la narrazione religiosa tramandata dal “Libro”, ovvero dalle Scritture antiche che ne costituiscono il deposito. In Palestina rimasero piccole comunità pastorali fino alla fine del XIX secolo, condividendo con i Palestinesi terra, economia, usi, e una certa tolleranza religiosa. Tra ‘Ottocento e ‘Novecento queste comunità sentirono il richiamo nazionalistico che la cultura dell’epoca diffondeva dappertutto, dando vita al Sionismo e rivendicando una “patria” per il popolo ebraico, che però ormai viveva altrove: gli Ebrei della Diaspora, nel corso dei secoli si erano stabiliti prevalentemente nelle città di tutta Europa e poi degli Stati Uniti. Oggi si stima che la popolazione ebraica sia costituita da circa 17 milioni di persone in tutto il mondo, in prevalenza negli USA e in Francia -ivi compresi i sei-sette milioni di abitanti di Israele-; queste cifre rendono conto anche del dramma della Shoah, che vide l’annientamento di oltre sei milioni di ebrei su un totale di circa 16 milioni che nei primi anni ‘Quaranta del ‘Novecento erano dispersi in Europa e in America.
Quando, a partire dagli anni ‘Venti -dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano- le grandi potenze europee decisero di procedere al riassetto dell’area medio orientale -dove già si era scoperta la presenza di petrolio (Iran, 1908)-, vennero creati i Regni arabo-islamici, attribuiti ai principali capi tribù del territorio. Non fu invece considerata la creazione di alcuno Stato per gli Ebrei, malgrado le istanze del movimento sionista. La tragedia della Shoah, e il profondo e ben motivato senso di colpa degli Stati europei -e della Germania in particolare-, portarono alla riconsiderazione della possibilità di creare quello che doveva essere “un focolare” per gli Ebrei che avessero voluto tornare nelle terre anticamente abitate dai loro padri. Nel 1947 gli Inglesi preannunciarono il loro disimpegno dalla Palestina, demandando alle Nazioni Unite la soluzione della questione: il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale approvò a larga maggioranza -ma con l’opposizione degli Arabi- la spartizione della Palestina occidentale in uno Stato ebraico e uno arabo. Dopo la fine del controllo inglese il Presidente del Consiglio Nazionale ebraico Ben Gurion proclamò la fondazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948), senza alcun riferimento a motivazioni di tipo religioso che appartengono piuttosto alla narrazione ebraica successiva volta a reclamare una sorta di “jus culturae”.
Lo Stato di Israele, nasce dunque nel 1948, fondato su una deliberazione delle Nazioni Unite, così come l’esistenza dello Stato di Palestina; e solo le Nazioni Unite ne sono garanti sulla base dello “jus cogens”. Il fatto che Poteri terzi abbiano ritenuto di potersi sostituire al fondamentale compito di garanzia dell’ONU sta alla base del prevedibile fallimento delle trattative in corso, se non nell’immediato certo sulla lunga distanza.
Non c’è che da rallegrarsi per il momento di respiro che la “pace in venti punti” ha portato ai Palestinesi devastati da due anni di guerra, e per il conforto che la liberazione degli ultimi ostaggi israeliani ha offerto alle loro famiglie insieme alla pausa dell’ingrato impegno dei tanti militari comandati a una guerra che forse a suo tempo avrebbero fatto a meno di iniziare. Ma la pace è altro.
La guerra -quella “regolare”, come quella terroristica- fa affiorare sempre negli uomini che vi sono coinvolti il peggio di sé. Anche quando li costringe all’eroismo, alla resistenza, alla ribellione. Per questo è riprovevole giocare con la guerra e con la pace, o farne strumento del proprio prestigio personale o incremento del proprio personale potere. O peggio, quando diventa strumento di altro terrore, di ricatto, sopraffazione.
Stridente è il contrasto fra due immagini che descrivono questo momento: da una parte la penosa “foto di gruppo” del Sovrano circondato dalla sua Corte, composta da cortigiani opportunisti e obbedienti ma non si sa quanto costanti nella fedeltà, non devoti ma ossequiosi nei confronti di un Capo che appare poco stimato e poco amato. Dall’altra parte il “mediatore” americano Steve Witkoff che porge al “mediatore” di Hamas le condoglianze per la drammatica morte del figlio -avendone lui stesso perduto uno-: piccola luce di umanità ritrovata.
Certo Witkoff rappresenta Trump, non Israele (anzi!); e Khalil al-Hayya rappresenta Hamas, non i Palestinesi: gli uni e gli altri assenti ai veri tavoli di ogni trattativa, perché né per gli uni né per gli altri c’è da “trattare” o da mediare, come osserva Caracciolo. E l’unico vero e autorizzato garante della pace e dell’ordine internazionale -l’ONU- è stato neutralizzato e ridimensionato a sfondo teatrale.
“La via dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni” recita un antico proverbio ispirato a Ovidio. Quella per uscirne è sterrata e piena di macerie, e per ora di buone intenzioni non se ne vedono.
Luigi Totaro