“Com’è profondo il mare” diceva il bellissimo refrain di una celebre canzone di Lucio Dalla del 1977, la prima -sembra- di cui aveva scritto tanto le parole quanto la musica. Me l’hanno riportata alla memoria l’esito del Referendum confermativo della Legge costituzionale voluta dal Governo sulla giustizia che si è celebrato a inizio settimana, e le riflessioni seguite alla sua inopinata bocciatura, a conclusione di un dibattito serrato fra i sostenitori del SÌ e quelli del NO.
Il 1977 era uno degli anni di piombo, e Dalla -presente alla realtà del suo tempo al di là dell’apparente scanzonatura del suo modo di proporsi (ma come dimenticare la struggente confessione di “Quale allegria”, nello stesso album?- descrive l’aria pesante che si respira: «Ci nascondiamo di notte/Per paura degli automobilisti/Degli linotipisti/Siamo i gatti neri/Siamo i pessimisti/Siamo i cattivi pensieri/E non abbiamo da mangiare…». Smarrimento, paura, angoscia, incertezza del presente e del domani: «E' inutile/Non c'è più lavoro/Non c'è più decoro/Dio o chi per lui/Sta cercando di dividerci/Di farci del male/Di farci annegare…». Povertà, perdita della dignità, guerre di religione e ideologiche -naufragi e persecuzioni di profughi, di fuggiaschi da realtà oppressive, intollerabili-. «Con la forza di un ricatto/L'uomo diventò qualcuno/Resuscitò anche i morti/Spalancò prigioni/Bloccò sei treni/Con relativi vagoni/Innalzò per un attimo il povero/Ad un ruolo difficile da mantenere/Poi lo lasciò cadere/A piangere e a urlare…». Speranze, illusioni, delusioni, sogno di libertà soffocato da chi la libertà non la conosce o non la tollera, disperazione: «Poi da solo l'urlo/Diventò un tamburo/E il povero come un lampo/Nel cielo sicuro/Cominciò una guerra/Per conquistare/Quello scherzo di terra/Che il suo grande cuore/Doveva coltivare/Ma la terra/Gli fu portata via/Compresa quella rimasta addosso/Fu scaraventato/In un palazzo, in un fosso/Non ricordo bene/Poi una storia di catene/Bastonate/E chirurgia sperimentale…».
Evocato alla fine di ogni strofa, in contrappunto alla sconsolata realtà descritta, arriva il Mare: il mare profondo e vivo, vivo e disconosciuto, ridotto a mero elemento, si scopre come l’altro volto della realtà.
Nel racconto poetico di Dalla il mare è la metafora del mondo: non mediato dai pregiudizi, dalle ideologie, dagli interessi particolari; invisibile, perché sommerso, ma con abitatori che osservano quella che noi chiamiamo realtà perché è l’unica che conosciamo, essendocela creata, ma che è solo una parte dell’universo al quale appartiene -e in quantità prevalente- il mare profondo, complesso e multiforme, spontaneo ma attento a tutto quanto avviene al suo interno e fuori.
«Frattanto i pesci/Dai quali discendiamo tutti/Assistettero curiosi/Al dramma collettivo/Di questo mondo/Che a loro indubbiamente/Doveva sembrar cattivo/E cominciarono a pensare/Nel loro grande mare/Com'è profondo il mare/Nel loro grande mare/Com'è profondo il mare». I pesci, liberi nel mare profondo, vedono un mondo esterno consapevolmente ostile -«cattivo» dice Dalla, e insensato- che teme la libertà del giudizio e cerca di cancellarne ogni espressione: «E' chiaro/Che il pensiero dà fastidio/Anche se chi pensa/E' muto come un pesce/Anzi un pesce/E come pesce è difficile da bloccare/Perché lo protegge il mare/Com'è profondo il mare».
Amara la conclusione: «Certo/chi comanda/Non è disposto a fare distinzioni poetiche/Il pensiero come l'oceano/Non lo puoi bloccare/Non lo puoi recintare/Così stanno bruciando il mare/Così stanno uccidendo il mare/Così stanno umiliando il mare/Così stanno piegando il mare». Patetico, o comunque provvisorio, il tentativo dell’establishment di controllare la vastità degli spazi della mente, della fantasia, della poesia: non gli resta che negare la libertà, la varietà, la diversità, la complessità, proponendo opzioni binarie di modelli ideologici. Ma i pesci cercano -e trovano- nel mare profondo un luogo possibile di temperamento della loro solitudine, di espressione delle loro emozioni, di ricerca di un senso autentico della vita, di esperienza e comunicazione dell’amore.
E questo cosa ha a che vedere con il Referendum?
Ci si è chiesti come mai, ancora una volta, i sondaggi preelettorali abbiano sbagliato le previsioni. Ci si chiede chi sono i cittadini che hanno partecipato alla consultazione ben più numerosi delle previsioni, ci si interroga sul significato di un voto che ha coinvolto inopinatamente la fascia giovane degli elettori.
Ci si era abituati a pensare ai nostri giovani come disincantati, assenti, abulici, estranei alla vita pubblica. Estranei alla nostra vita -o almeno a quella di chi ha governato e governa il Paese-, al punto che le scelte strategiche non hanno previsto alcun intervento che creasse per loro migliori condizioni nel presente, più rassicuranti speranze per il futuro. È stata più forte la preoccupazione di tenerli buoni, di controllarli -come se fossero tutti identificabili nel disagio della movida, della musica ritmata e urlata, degli apericena, delle dipendenze, della quieta accettazione dell’emigrazione (la loro), dell’espulsione dal contesto sociale e culturale del nostro mondo-. Abbiamo attribuito loro un vezzo movimentistico quando li abbiamo visti alle manifestazioni per l’ambiente, per la pace, per le stragi di migranti -e dei migranti stanziali di Gaza- e delle nazioni in guerra. Non ci siamo resi conto che, come diceva Dalla, i pesci osservavano e giudicavano, osservano e giudicano. Non hanno bandiere, non hanno interesse a mettersi in mostra, non vogliono essere terra di conquista. Non parlano, non polemizzano, non si perdono nei giochi consueti dell’aggregazione del consenso.
Ma, a quel che sembra, sanno bene cosa vogliono e cosa non vogliono. Li abbiamo visti qualche anno fa comparire all’improvviso sulla scena politica per scongiurare scelte che a loro non sembravano accettabili -e non per nulla si chiamarono “Sardine”- per poi reimmergersi nel mare profondo, senza lucrare un consenso che avrebbero forse potuto sfruttare nel mondo di qua, ma che non corrispondeva alla loro natura. Li abbiamo incontrati senza bandiere e senza appartenenze laddove -come abbiamo ricordato- le loro parole d’ordine erano anche le nostre.
Ora li abbiamo sentiti presenti per far pesare la loro riflessione in una scelta che devono aver considerato anche una loro scelta. E hanno sconvolto le alchimie delle consultazioni elettorali, ancora una volta senza che nessuno li avesse visti arrivare.
Dobbiamo esser grati ai pesci e al loro mare profondo per aver salvato ciò che di più prezioso abbiamo per orientare la nostra azione politica: la Costituzione della Repubblica. Chi ha apprezzato la loro partecipazione, chi ha considerato provvidenziale il loro impegno, chi si è trovato nella condizione di constatarne l’esistenza fertile e libera, ora sa bene che i pesci e il loro mare profondo -per continuare con la metafora di Dalla- sono una componente essenziale della società. Chi ha il compito di disegnare e costruire il futuro del nostro mondo bisognerà che ne tenga concretamente conto.
Luigi Totaro