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L’UE ha perso la sfida con la Storia ma i popoli europei potranno vincerla

Scritto da  Dott. Yari Lepre Marrani   Domenica, 19 Aprile 2026 18:15

L’unità politica e militare, la forza sociale trascinante del Vecchio Continente.  Un'analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani

L’Europa si trova oggi davanti a un passaggio storico che ricorda, per intensità e drammaticità, altri momenti cruciali della sua lunga vicenda. Il tema dell’unificazione del continente non è nuovo: è una tensione che attraversa i secoli, riaffiorando ogni volta che crisi profonde mettono in discussione l’equilibrio tra Stati, potere e identità. Oggi, tra instabilità geopolitica, ritorno dei nazionalismi e indebolimento delle istituzioni comunitarie, la questione torna con forza: l’Europa può ancora diventare una grande potenza oppure è destinata a un lento declino?

 


Per comprendere la portata di questo bivio, è utile guardare indietro. Il sogno di un’Europa unita ha animato figure e imperi che hanno tentato, con mezzi spesso violenti, di creare una struttura politica continentale. Carlo Magno, con il suo Sacro Romano Impero, cercò di dare un ordine politico e religioso unitario a gran parte dell’Europa occidentale. Più tardi, Napoleone Bonaparte impose un sistema amministrativo e giuridico relativamente omogeneo su vaste aree del continente, diffondendo il Codice Civile e una visione centralizzata dello Stato. Anche Adolf Hitler, seppur in modo tragico e distruttivo, tentò una forma di dominio europeo, dimostrando quanto pericolosa possa essere un’unificazione basata sulla forza e sull’annientamento delle differenze.

 


Questi tentativi fallirono perché imposti dall’alto e fondati sulla coercizione. Tuttavia, rivelano una costante: la frammentazione europea ha sempre generato conflitti, mentre l’idea di unità ha rappresentato, pur nelle sue distorsioni, una risposta alle divisioni. Dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, questa consapevolezza portò alla nascita del progetto europeo moderno, basato non sulla conquista ma sulla cooperazione.

 


In questo contesto emerge la figura di Altiero Spinelli, autore del Manifesto di Ventotene. Spinelli intuì che la pace e la stabilità in Europa non potevano essere garantite da un semplice equilibrio tra Stati sovrani, ma richiedevano una vera federazione, dotata di istituzioni comuni, una costituzione e un potere politico sovranazionale. La sua visione non era quella di una semplice unione economica, ma di uno Stato federale europeo capace di agire come soggetto politico unitario.

 


A distanza di decenni, l’Unione Europea appare però lontana da quell’ideale. Nata come progetto di integrazione progressiva, ha costruito un mercato unico e una moneta comune, ma non ha mai completato il passaggio verso una piena unione politica. Le sue istituzioni sono spesso percepite come lente, tecnocratiche e incapaci di rispondere con efficacia alle crisi. La gestione delle crisi finanziarie, migratorie e geopolitiche ha evidenziato divisioni profonde tra gli Stati membri, mettendo in luce i limiti strutturali dell’attuale architettura.
Il ritorno dei nazionalismi in molti Paesi europei e le politiche dell’amministrazione di Donald Trump hanno ulteriormente complicato il quadro. Il multilateralismo, che per decenni ha sostenuto la cooperazione internazionale, è stato messo in discussione, mentre le spinte sovraniste hanno rallentato il processo di integrazione. In questo contesto, l’Europa appare spesso divisa e incapace di parlare con una sola voce su questioni cruciali come la difesa, la politica estera e l’energia.

 


Alla vigilia di importanti anniversari simbolici come quello dei Trattati di Roma, emerge con forza la necessità di una svolta. Limitarsi a difendere l’esistente non basta più. Le sfide globali — dalla competizione tra grandi potenze alla sicurezza, dalla transizione energetica alle nuove tecnologie — richiedono una capacità decisionale e una forza politica che l’attuale Unione Europea fatica a esprimere.

 


Da qui nasce la proposta, spesso controversa, di un salto qualitativo: la creazione di una vera federazione europea, dotata di una costituzione comune, di un sistema giuridico unificato e di una capacità militare autonoma e credibile. In questa prospettiva, l’Europa potrebbe finalmente agire come una grande potenza, capace di difendere i propri interessi e valori in un mondo sempre più competitivo.

 


Tuttavia, un simile progetto solleva interrogativi profondi. La storia europea insegna che ogni tentativo di unificazione deve confrontarsi con la pluralità delle identità, delle culture e delle tradizioni politiche. Una federazione imposta o percepita come distante dai cittadini rischierebbe di fallire, alimentando ulteriormente le tensioni interne.
Per questo motivo, molti osservatori ritengono che il futuro dell’Europa dipenda dalla capacità di costruire un nuovo consenso politico dal basso, capace di superare le divisioni ideologiche tradizionali. Non si tratterebbe di un progetto “di destra” o “di sinistra”, ma di una visione che metta al centro l’interesse comune europeo, cercando di conciliare democrazia, efficienza e rappresentanza.

 


In questo scenario, il tema della leadership diventa cruciale. La storia dimostra che i grandi cambiamenti politici spesso sono guidati da figure capaci di interpretare il proprio tempo e di mobilitare energie collettive. Tuttavia, è altrettanto evidente che una leadership efficace, nel contesto europeo contemporaneo, deve operare entro un quadro democratico solido, evitando derive autoritarie che contraddirebbero i valori stessi su cui l’Europa si fonda.

 


Il giudizio sull’Unione Europea attuale è oggetto di un acceso dibattito. C’è chi la considera un progetto incompiuto ma indispensabile, e chi invece la vede come un sistema inefficace e distante dai cittadini. In ogni caso, è difficile negare che l’assetto attuale presenti limiti significativi e che una riflessione profonda sul suo futuro sia necessaria.
L’Europa, dunque, è davvero a un bivio. Da una parte, può scegliere di rafforzare la propria integrazione, rilanciando l’idea federale e costruendo istituzioni più efficaci e legittimate democraticamente. Dall’altra, rischia di rimanere intrappolata in una struttura ibrida, incapace di evolversi e sempre più marginale nello scenario globale.
Il sogno di un’Europa unita, evocato da pensatori come Spinelli e De Gasperi e tentato, in forme diverse, da figure storiche del passato, resta ancora aperto. Ma la sua realizzazione dipenderà dalla capacità di conciliare unità e diversità, potere e democrazia, ambizione e consenso. Solo affrontando queste sfide con lucidità e senso storico sarà possibile evitare il declino e dare all’Europa un ruolo all’altezza della sua storia.

 


Per proseguire questa riflessione in modo più sistematico, è utile adottare uno sguardo storico-comparativo che consenta di cogliere le costanti e le discontinuità dei tentativi di unificazione europea. L’idea di una costruzione politica continentale non nasce nel Novecento, ma affonda le sue radici nel Medioevo e nella prima età moderna, quando si sviluppa il concetto di “res publica christiana”, una comunità di popoli uniti da una comune appartenenza religiosa e da un’autorità superiore, almeno simbolica.
Il Sacro Romano Impero, inaugurato con Carlo Magno e proseguito nei secoli successivi, rappresentò uno dei primi tentativi di creare una struttura sovranazionale europea. Tuttavia, la sua natura rimase sempre ambigua: più una confederazione di poteri locali che uno Stato unitario. Questa debolezza strutturale anticipa uno dei problemi fondamentali dell’Europa contemporanea: la difficoltà di conciliare autonomia locale e autorità centrale.

 


Nel XVI secolo, l’impero di Carlo V cercò di riprendere e ampliare questa visione, includendo vasti territori europei sotto un’unica corona. Anche in questo caso, tuttavia, la pluralità linguistica, culturale e religiosa rese impossibile una vera integrazione politica. La frattura provocata dalla Riforma protestante segnò un punto di non ritorno, sancendo la frammentazione dell’Europa in Stati sovrani sempre più autonomi.

 


Con la nascita dello Stato moderno, soprattutto dopo la Pace di Westfalia, si affermò il principio della sovranità nazionale. Questo modello garantì stabilità interna ma rese strutturale la competizione tra Stati, ponendo le basi per i conflitti che avrebbero segnato i secoli successivi. L’Europa divenne così un sistema di equilibri instabili, in cui la guerra rappresentava uno strumento ordinario della politica.

 


In età contemporanea, il progetto di Napoleone Bonaparte può essere interpretato come un tentativo di superare questo sistema attraverso un’unificazione giuridica e amministrativa. Il Codice Napoleonico introdusse principi di uguaglianza formale e razionalizzazione normativa che influenzano ancora oggi molti ordinamenti europei. Tuttavia, l’elemento coercitivo e la dimensione egemonica del progetto ne determinarono il fallimento, alimentando reazioni nazionaliste.

 


Un discorso analogo, ma su scala ancora più drammatica, vale per il progetto del Terzo Reich guidato da Adolf Hitler, il cui tentativo di costruire un “nuovo ordine europeo” si fondava su presupposti ideologici incompatibili con qualsiasi forma di convivenza pluralistica. Questo precedente storico ha segnato profondamente la coscienza europea, rendendo particolarmente sensibile il tema dell’unificazione politica.

 


Dopo il 1945, il progetto europeo si sviluppò in modo radicalmente diverso, privilegiando l’integrazione economica come strumento per prevenire nuovi conflitti. La creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e, successivamente, dei Trattati di Roma rappresentò un approccio graduale e pragmatico. Tuttavia, come già evidenziato da Altiero Spinelli, questo metodo rischiava di rimanere incompleto se non accompagnato da una vera unione politica.

 


Il Manifesto di Ventotene proponeva infatti una rottura più netta con il passato: la creazione di una federazione europea dotata di una costituzione e di istituzioni democratiche sovranazionali. Spinelli individuava con chiarezza il limite degli Stati nazionali, incapaci di garantire pace e progresso in un contesto globale sempre più interdipendente.
Se si analizza l’evoluzione dell’Unione Europea negli ultimi decenni, emerge una tensione irrisolta tra integrazione e sovranità. L’introduzione dell’euro ha rappresentato un passo significativo verso l’unificazione, ma senza una corrispondente unione fiscale e politica ha generato squilibri e tensioni. Le crisi recenti hanno mostrato come l’assenza di un’autorità centrale forte limiti la capacità di risposta dell’Unione.

 


Da un punto di vista teorico, si potrebbe affermare che l’Europa si trova in una fase “intermedia”, che gli studiosi di scienza politica definirebbero come una “quasi-federazione”. Tuttavia, questa condizione appare sempre meno sostenibile nel lungo periodo. Le grandi potenze globali — Stati Uniti, Cina, Russia — operano come attori unitari, dotati di strumenti politici, economici e militari integrati. L’Europa, al contrario, continua a presentarsi come un mosaico di interessi nazionali spesso divergenti.

 


Il riferimento alla politica dell’amministrazione di Donald Trump è particolarmente significativo in questo contesto. Il ridimensionamento dell’impegno americano nel multilateralismo ha messo in evidenza la dipendenza europea in materia di sicurezza e difesa. Questo ha riaperto il dibattito sulla necessità di una capacità militare autonoma, che non può prescindere da una struttura politica unitaria.

 


In prospettiva storica, si può osservare come ogni fase di crisi abbia rappresentato anche un’opportunità di trasformazione. La stessa nascita degli Stati nazionali è stata il risultato di processi conflittuali e di riorganizzazione del potere. Analogamente, l’eventuale transizione verso una federazione europea richiederebbe una ridefinizione profonda delle istituzioni esistenti.
Un elemento centrale di questa trasformazione riguarda il diritto. La coesistenza di sistemi giuridici nazionali differenti rappresenta un ostacolo significativo all’integrazione. L’adozione di un codice giuridico comune, pur nel rispetto delle specificità locali, costituirebbe un passo decisivo verso la creazione di uno spazio politico unitario. Anche in questo caso, il precedente napoleonico offre spunti interessanti, pur con tutte le cautele necessarie.

 


Infine, la dimensione politica e sociale non può essere trascurata. La costruzione di uno Stato federale europeo richiederebbe non solo riforme istituzionali, ma anche la formazione di una coscienza civica europea. Questo processo, necessariamente lungo e complesso, dovrebbe coinvolgere i cittadini in modo diretto, superando la percezione di distanza che spesso caratterizza le istituzioni comunitarie.

 


In conclusione, l’Europa si trova di fronte a una scelta che ha pochi precedenti nella sua storia: completare il percorso di integrazione trasformandosi in una vera entità politica unitaria, oppure accettare una posizione marginale nel sistema internazionale. La storia insegna che le mezze soluzioni difficilmente reggono nel lungo periodo. Resta da vedere se il continente saprà trarre insegnamento dal proprio passato per costruire un futuro all’altezza delle sue ambizioni.

 


Le sfide storiche non vanno mai perse. L’Europa ha dolorosamente dimostrato, in settanta anni, come da protagonista potenzialmente vincente di quella che poteva essere la più grande sfida storica degli ultimi secoli, è diventata un continente – fantoccio, privo di qualsiasi identità e visione storica. Ma questa situazione potrebbe non durare aeternaliter se prevarrà l’intraprendenza geopolitica di pochi sul colpevole lassismo socio – politico dei più. Solo allora l’attuale, fallimentare UE, potrà trasformarsi in quel sogno di forza europea che sola è in grado di vincere la sfida storica dell’unità, che la Storia stessa pone all’Europa e ai suoi popoli dalla fine dell’Impero Romano.

Dott. Yari Lepre Marrani

 

Yari Lepre Marrani: classe 1982, maturità classica e formazione giuridica conseguita con una laurea a pieni voti in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca. Nel 2018 ha conseguito la laurea in Scienze storiche presso l’Università Statale di Milano. Nato e cresciuto a Milano, ha sempre lavorato in questa città come Legal credit collector e consulente legale. Nel corso della sua vita ha affrontato molte prove emotive che hanno acuito la sua sensibilità già fortemente sviluppata sin dalla nascita. Il viaggio nella scrittura inizia prima dell’Università quando ha iniziato a collaborare con recensioni e poesie al quotidiano “L’Opinione delle Libertà”(2000).La vita l’ha portato a individuare che la sua passione per la scrittura, nata a 7 anni, era ed è la sua strada, la sua ragione di vita e la sua fonte di realizzazione. Si definisce una persona empatica e volitiva, sempre pronta a intraprendere nuove strade di realizzazione senza mai dare valore al verbo “arrendersi”. Un elemento importante della sua vita è stato il suo approccio alla creatività durante l’infanzia. Ha sempre coltivato il contatto con la natura, le montagne traendone un insegnamento di equilibrio interiore e fisico che ha successivamente voluto trasmettere nei primi componimenti che ha scritto.
Gli studi, il lavoro, l’amore per la narrativa non gli hanno impedito di sviluppare, sin dal liceo, un interesse per la cultura e l’erudizione. Ha così sviluppato una passione accanita, viscerale per tre materie: Storia, letteratura, religione giudaico-cristiana.
Giocatore di scacchi sin dalla pubertà, ha vinto da ragazzo alcuni tornei juniores(1996)

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Ultima modifica il Domenica, 19 Aprile 2026 18:46