Portoferraio nasce da un’idea. Prima ancora che una città, Cosmopoli fu un progetto: una città di fondazione voluta da Cosimo I de’ Medici nel Cinquecento e concepita secondo un disegno nel quale difesa, architettura, approvvigionamento delle risorse e organizzazione della vita quotidiana facevano parte di un unico organismo. Una città fortificata, costruita per resistere agli assedi e pensata per essere, per quanto possibile, autosufficiente. Le mura, i forti, le strade, le chiese e soprattutto il sistema di cisterne per raccogliere e conservare l’acqua raccontano ancora oggi una città nella quale niente poteva essere lasciato al caso: in assenza di sorgenti nel centro storico, non si lasciava andare perduto nemmeno un bicchiere d’acqua.
Quelle tracce sono ancora qui, sotto i nostri piedi, dentro le mura, negli edifici e nella forma stessa della città. Eppure su quelle vecchie glorie sembrano essersi depositate, negli anni, dita e dita di polvere. Una polvere che non è soltanto incuria materiale, ma perdita di visione, programmazione e capacità di riconoscere il valore di ciò che Portoferraio ha ricevuto in eredità.
Una responsabilità prima di tutto politica e amministrativa, perché spetta a chi governa custodire il patrimonio pubblico, programmare la manutenzione, utilizzare con criterio le risorse e impedire che immobili e infrastrutture realizzati con il denaro della collettività diventino contenitori vuoti o ruderi. Ma, su un piano diverso, riguarda anche chi la città la abita, perché il degrado prospera nell’assuefazione: quando un edificio abbandonato smette di indignarci, una strada rattoppata diventa normale e ciò che è di tutti finisce per essere percepito come qualcosa che non appartiene a nessuno.
È su questa doppia responsabilità — di chi Portoferraio la amministra e di chi la vive — che si è sviluppato il confronto della seconda serata di Libera Festa, organizzata dal Circolo Isola d’Elba di Rifondazione Comunista.
Prima di guardare alle crepe della Portoferraio contemporanea, la serata ha ricordato Luciana Gelli, attraverso le parole di Cinzia Salomoni. Spigolosa, battagliera, talvolta scomoda, Luciana aveva attraversato decenni di vita portoferraiese occupandosi di sanità, ambiente, spiagge libere, servizi pubblici, verde, strade e decoro urbano. E non si limitava alla protesta: nel 2019 donò all’ospedale di Portoferraio un ecocardiografo del valore di circa seimila euro e, alla domanda sul perché, rispose: «Per me è come investire nella mia casa». Alla sanità elbana avrebbe poi destinato un lascito di 622 mila euro. Un impegno al quale, è stato ricordato, Portoferraio non avrebbe ancora restituito un riconoscimento adeguato: da qui la proposta di una targa o un’intitolazione e di legare il suo nome alla riqualificazione delle sale mortuarie e alla realizzazione di una Sala del Commiato, progetto del quale Luciana stessa aveva parlato.
Dalla città progettata alla città rattoppata, si potrebbe facilmente dire adesso. Da qui è partito il dibattito con Leonardo Preziosi, presidente di Italia Nostra all’Elba; Giuseppe Massimo Battaglini, storico ed ex dirigente del settore cultura del Comune di Portoferraio; Gloria Peria, responsabile della Gestione Associata degli Archivi Storici; Marcella Merlini, capogruppo consiliare comunale; e Daniele Palmieri, esponente di PRC-Elba e consigliere comunale, che ha condotto il confronto.
Preziosi ha scelto di non cominciare con l’elenco di ciò che non funziona. Ha ricordato invece un filmato degli anni Cinquanta, Boomerang, nel quale chi arrivava a Portoferraio trovava un grande cartello di benvenuto: un’immagine sufficiente a domandarsi quale sia oggi il biglietto da visita della città.
E poi c’è Cosmopoli, nome continuamente evocato per richiamare il passato prestigioso di Portoferraio. Ma, ha osservato Preziosi, Cosmopoli non era un’etichetta: era il risultato di una politica di altissimo livello culturale e progettuale.
Il contrasto è visibile persino in pochi metri di strada. Nel tratto tra Piazza dei Giardinetti e via Roma, la pavimentazione diventa un campionario di pietra antica, granito, asfalto e materiali diversi, sovrapposti senza continuità. E proprio sotto quei rattoppi sopravvive una delle antiche cisterne.
Sopra, la città rattoppata. Sotto, la città progettata.
Cinque secoli fa si costruiva un sistema urbano capace di non sprecare un bicchiere d’acqua. Oggi il verde pubblico, è stato ricordato, viene talvolta considerato soprattutto un costo: gli alberi richiedono manutenzione e devono essere annaffiati. Il paradosso è evidente e diventa il simbolo di una perdita più generale di progettualità, cultura, amore per il territorio e lungimiranza. Così Cosmopoli rischia di diventare soltanto un nome che fa sorridere a denti stretti.
Ancora più stridente è apparso il riferimento a un parallelismo proposto nella comunicazione comunale tra la stagione politica contemporanea e quella di Cosimo de’ Medici. Un paragone accolto al tavolo con incredulità: da una parte una politica capace di concepire una città nella sua interezza; dall’altra un’amministrazione alla quale i relatori contestano proprio l’assenza di una visione complessiva. Cosimo poteva celebrare Cosmopoli dopo averla progettata e costruita; richiamarsi oggi a quella stagione significa confrontarsi almeno con la capacità progettuale che la rese possibile.
È questa capacità che, secondo quanto emerso dal confronto, sembra essersi progressivamente perduta. Non si parla soltanto di una buca o di un’aiuola trascurata, ma di interventi frammentari, manutenzioni tardive e soluzioni emergenziali: quelle sorta di “copercelle” richiamate ironicamente da Battaglini, che nascondono un problema senza risolverlo. Marcella Merlini ha parlato di un’amministrazione che finisce per «tamponare l’emergenza», mentre pulizia e manutenzione dovrebbero appartenere alla normale cura della città.
Il problema diventa ancora più evidente quando riguarda immobili e infrastrutture nei quali sono state investite risorse pubbliche e che oggi rimangono fatiscenti, sottoutilizzati, divisi tra istituzioni differenti o non hanno mai restituito alla comunità la funzione per la quale erano stati pensati. Tra gli esempi richiamati, l’edificio della Finanza e gli altri grandi “contenitori” presenti in città: strutture che potrebbero ospitare servizi, cultura, associazioni o attività per i giovani e che invece diventano esse stesse generatori di degrado. Qui la questione non è più soltanto estetica: è denaro pubblico che non produce — o non ha mai prodotto — il beneficio atteso per la comunità.
Merlini ha ricordato le proposte portate in Consiglio comunale: dal recupero del Padiglione dei Mulini a una strategia condivisa per l’ex ospedale di via Victor Hugo, fino al riuso di altri spazi per associazioni, giovani e attività culturali. E ancora temporary shop per riportare attività nel centro storico, vetrine illuminate, consigli di quartiere e accordi tra Comune e associazioni per la cura degli spazi pubblici. Proposte che, secondo Merlini, in molti casi non hanno trovato ascolto.
Ma il degrado materiale, ha ricordato Giuseppe Massimo Battaglini, nasce anche dall’impoverimento della capacità operativa dell’amministrazione. Il suo esempio riguarda i musei: un museo non nasce preparando una stanza e mettendoci «dentro un po’ di oggetti». Servono una direzione qualificata e persone che studino, progettino e sappiano mettere il patrimonio in relazione con la comunità. «Ma un minimo di testa pensante, da qualche parte, ce la vogliamo mettere?», è stata la sua domanda provocatoria.
Qui il ragionamento incontra quello di Gloria Peria sul rapporto tra cultura e lavoro. Dichiarare importante la cultura non basta: bisogna investire nei professionisti che conservano, studiano, progettano e valorizzano il patrimonio.
E la cultura può diventare anche economia e turismo, purché non sia ridotta a decorazione dell’offerta turistica.
Da qui la proposta di ragionare in termini di turismo rigenerativo: non soltanto ciò che il territorio può ottenere dal visitatore, ma ciò che il turismo può restituire al luogo che lo accoglie. Patrimonio, associazioni, recupero degli spazi e partecipazione possono diventare parti dello stesso progetto, facendo della cittadinanza una vera comunità patrimoniale: una comunità consapevole che ciò che ha ricevuto in eredità deve essere custodito e trasmesso.
Anche le gestioni associate sono state indicate come possibile strumento per mettere insieme competenze e risorse in una realtà insulare amministrativamente frammentata, affrontando in maniera sistemica problemi che non si fermano ai confini di un singolo Comune.
Il malcontento può allora assumere un ruolo attivo. L’esempio della mobilitazione contro il progetto Terna del 2007 è servito a mostrare come una comunità apparentemente immobile possa attivarsi quando qualcuno rende visibile un problema e costruisce intorno ad esso una proposta. Da qui l’invito a mettere in rete associazioni, competenze, cittadini e Terzo settore, trasformando il malcontento in progetto.
È a questo punto che una serata nata per parlare di degrado smette di essere soltanto una denuncia. La prima responsabilità resta di chi amministra: un cittadino non può sostituirsi al Comune nella manutenzione di un edificio, programmare investimenti o decidere la destinazione di un bene pubblico. La partecipazione non può diventare il modo per sollevare le istituzioni dai loro doveri.
Ma quando l’amministrazione non risponde comincia un’altra responsabilità: quella di non abituarsi. Chiedere perché un edificio pagato con denaro pubblico sia vuoto, perché un bene restaurato non venga utilizzato, perché un albero non sia sostituito, perché un museo non abbia le professionalità necessarie. Documentare, partecipare, organizzarsi e pretendere risposte.
Non è il cittadino che deve fare il mestiere del sindaco. È il cittadino che non deve permettere al sindaco di dimenticare il proprio.
Ed è qui che torna Luciana Gelli come esempio di cittadino attivo e virtuoso, parte della città stessa e non amorfo osservatore del degrado. Non aspettava che una battaglia riguardasse direttamente lei: sanità, ambiente, spiagge, strade, servizi, decoro erano questioni collettive e, proprio per questo, anche sue. Forse è questa la cittadinanza virtuosa di cui Portoferraio ha bisogno: non cittadini chiamati a sostituire le istituzioni, ma capaci di sorvegliarle, interrogarle, stimolarle e, quando necessario, contestarle.
Cosmopoli non ha bisogno di essere continuamente evocata. Ha bisogno di essere nuovamente pensata, curata e vissuta. Con questa seconda serata i relatori e la comunità presente hanno provato a sollevare almeno una parte della coltre di polvere depositata su un’antica gloria, riaffermando lo spirito critico non come sterile lamentela, ma come agente attivo di cambiamento: guardare ciò che non funziona, comprenderne le responsabilità e, soprattutto, smettere di abituarsi a respirare quella “polvere”.
Ed è da questo invito a non voltarsi dall’altra parte che domenica 9 agosto Libera Festa arriva alla sua terza e ultima serata, allargando lo sguardo dalla città alle persone che la abitano. Ai Giardini di Carpani si comincerà alle 18.30 con un ricordo di don Mazzi e alle 18.45 con la presentazione della Pastasciutta antifascista. Alle 19 il confronto “Le nuove disuguaglianze all’Elba: casa, lavoro, inclusione” porterà al centro le condizioni concrete di chi vive sull’isola, con Andrea Cirica della FILCAMS CGIL, Daniele Palmieri di Bene Comune, Stefania Di Chiara della Casa Rifugio Samira, l’insegnante Elisa Marinari, Renzo Mazzei di Incontriamoci in Diversi e un operatore di Exodus.
La serata proseguirà con l’aperitivo con Samax, il concerto dei Tornabuoni alle 21 e, dalle 22.30, la Pastasciutta antifascista con spazio di parola libera. Un ultimo appuntamento che, dopo le questioni internazionali, la sanità, l’ambiente e il degrado affrontati nelle giornate precedenti, riporta il discorso alle necessità quotidiane: avere una casa, poter lavorare dignitosamente, non essere esclusi e trovare una comunità capace di riconoscere i propri problemi e organizzarsi per affrontarli.
Per togliere davvero la polvere che si è depositata su Portoferraio servono amministratori all’altezza della sua storia. Ma servono anche cittadini che, come Luciana, continuino ostinatamente a ricordare loro quanto vale la casa che sono stati chiamati ad amministrare.