Sull'unificazione dei comuni elbani serve, finalmente, una discussione politica vera. Non una disputa rituale tra favorevoli e contrari. Non una contrapposizione tra nostalgie municipali e astratte passioni centraliste. Serve una discussione seria, perché seria è la posta in gioco.
L'Elba non è un territorio qualsiasi. È un'isola. E un'isola, per definizione, vive problemi che non possono essere affrontati con lo sguardo corto dei confini comunali. Sanità, continuità territoriale, trasporti, scuola, servizi, politiche abitative, tutela del territorio, sviluppo economico: nessuna di queste partite si gioca davvero dentro il perimetro di un singolo municipio. Si giocano tutte su scala insulare.
Eppure l'Elba continua a presentarsi troppo spesso con una struttura frammentata, con più voci, più priorità, più interlocuzioni, più lentezze. Questo non significa che i comuni non abbiano svolto e non continuino a svolgere un ruolo importante. Significa però prendere atto che l'assetto amministrativo attuale mostra limiti sempre più evidenti rispetto alla complessità delle sfide che l'isola ha davanti.
Su questo tema sento il dovere di essere chiaro anche sul piano personale e politico. Qualche anno fa espressi la mia contrarietà al progetto di unificazione. E quella posizione, nel contesto di allora, la rivendico. Non ero contrario all'idea che l'Elba dovesse ragionare in termini più unitari. Non ero contrario, per principio, a una possibile evoluzione istituzionale dell'isola. Ero contrario a un percorso che appariva come una forzatura calata dall'alto, più imposta che condivisa, più enunciata che realmente partecipata.
Io non sono mai stato un tifoso delle formule facili. E non lo sono neanche oggi. Non credo alle scorciatoie istituzionali. Non penso che basti pronunciare le parole "Comune unico" per risolvere automaticamente problemi che si trascinano da anni. Ma proprio perché non credo agli slogan, penso che oggi non sia più rinviabile una domanda di fondo: l'Elba vuole continuare a subire la propria frammentazione oppure vuole costruire una forza politica e amministrativa adeguata alla propria dimensione reale?
Questo è il cuore del tema. L'unificazione non può essere presentata come una semplice operazione di accorpamento burocratico. Deve essere letta per ciò che è, o per ciò che dovrebbe essere: una scelta di governo dell'isola, una riforma istituzionale pensata per dare all'Elba più peso, più capacità di decisione, più efficacia nella difesa dei propri interessi strategici.
Perché il primo punto politico è proprio questo: contare di più.
Sette comuni, per quanto legittimi e radicati, restano sette interlocutori diversi. Un'isola che si presenta divisa è un'isola più debole quando deve trattare con la Regione, con il Governo, con il sistema sanitario, con i grandi gestori dei servizi, con il mondo delle infrastrutture e dei trasporti. Un'isola che si presenta con una sola voce, con una sola visione, con una sola strategia, è invece un'isola che può alzare il proprio livello di interlocuzione.
E questo non è un dettaglio tecnico. È politica nel senso più alto del termine.
L'Elba ha bisogno di forza negoziale. Ha bisogno di una rappresentanza capace di tenere insieme i bisogni dei residenti e le esigenze dello sviluppo. Ha bisogno di una regia che sappia parlare con autorevolezza quando si discute di ospedale, di continuità territoriale, di tariffe, di collegamenti, di portualità, di investimenti, di difesa del paesaggio e di qualità della vita.
Ma c'è un secondo aspetto altrettanto decisivo: governare in modo unitario ciò che già unitario è nella realtà.
Oggi la vita dei cittadini elbani non segue i confini amministrativi. I flussi di persone, lavoro, scuola, salute, servizi e mobilità hanno già da tempo superato quella logica. Continuare a gestire questi processi con strumenti istituzionali frammentati significa, troppo spesso, inseguire i problemi invece di governarli. Significa disperdere energie, moltiplicare mediazioni, rallentare decisioni, indebolire la pianificazione.
Un progetto di unificazione, se ben costruito, può dunque rappresentare una svolta non soltanto amministrativa, ma strategica. Può consentire una visione più coerente dell'isola, una programmazione più efficace, una semplificazione dei processi decisionali, una maggiore chiarezza per cittadini, imprese, professionisti e associazioni.
Naturalmente sarebbe sbagliato nascondere le criticità. Chi lo fa, sbaglia. Il primo rischio è quello di urtare identità locali profonde, che all'Elba hanno un peso reale e che meritano rispetto. Il secondo è quello dell'accentramento, cioè la paura che un ente unico finisca per allontanare i cittadini dai luoghi della rappresentanza e della decisione. Il terzo è la complessità della transizione, che richiede competenza, gradualità e una forte capacità organizzativa.
Ma proprio qui si misura la serietà della politica. Non nel negare i problemi, bensì nel governarli.
Chi ha davvero a cuore un progetto di unificazione non deve limitarsi a dire che sarebbe utile. Deve spiegare come intende renderlo equo, sostenibile e credibile. Deve dire quali garanzie intende offrire ai territori. Deve chiarire come verranno tutelate la prossimità dei servizi, la rappresentanza delle comunità locali, l'equilibrio tra i diversi centri dell'isola. Deve dimostrare che unire non significa cancellare, ma rafforzare dentro una cornice più autorevole.
Per questa ragione ritengo che il primo atto politico serio da compiere non sia proclamare una soluzione, ma costruire il luogo nel quale elaborarla.
L'Elba ha bisogno di una regia per il proprio futuro istituzionale. Un luogo autorevole, non ornamentale. Un luogo di lavoro, non di propaganda. Un luogo nel quale mettere attorno allo stesso tavolo ex sindaci, ex amministratori, ex segretari comunali, dirigenti, funzionari pubblici, esperti di diritto amministrativo, di enti locali, di pianificazione territoriale e di organizzazione dei servizi.
A questo nucleo di esperienza concreta va affiancato il coinvolgimento di università che abbiano competenze specifiche in pubblica amministrazione, organizzazione degli enti locali, politiche pubbliche e governance territoriale. Penso, in primo luogo, all'Università di Pisa, all'Università degli Studi di Firenze, alla Scuola Superiore Sant'Anna e a tutti quei soggetti accademici che possano dare rigore, metodo e terzietà a un percorso che non può essere lasciato né all'improvvisazione né alla convenienza contingente.
Il compito di questo consesso non dovrebbe essere quello di benedire una tesi preconfezionata. Dovrebbe essere, al contrario, quello di fornire all'isola una base seria di analisi e di proposta. Dovrebbe dire con chiarezza quali sono i limiti dell'assetto attuale, quali modelli alternativi esistono, quali vantaggi possono produrre, quali costi comportano, quali garanzie istituzionali devono essere previste, quali tempi siano realistici.
Solo così il confronto potrà uscire dalla dimensione ideologica e diventare, finalmente, una scelta politica matura.
Perché il punto è tutto qui: l'Elba non ha bisogno di una fusione fredda di apparati. Ha bisogno di una visione politica dell'isola. Ha bisogno di capire se vuole restare una somma di municipalità oppure diventare una comunità istituzionalmente più forte, più autorevole, più capace di difendere il proprio futuro.
A mio giudizio, la seconda strada merita di essere percorsa. Non con superficialità, non contro qualcuno, non con spirito di imposizione. Ma con coraggio, con metodo e con senso delle istituzioni.
Per troppo tempo il tema dell'unificazione è stato evocato come una bandiera, o respinto come una minaccia. È arrivato il momento di affrontarlo come ciò che realmente è: una delle grandi questioni politiche del futuro dell'Elba.
Se vogliamo contare di più, dobbiamo avere il coraggio di pensare più in grande. Non contro i territori, ma per dare all'isola intera la forza che oggi ancora le manca.
Andrea Ciumei
Responsabile Relazioni Istituzionali e con il Territorio- BN di Navigazione