Nelle ultime settimane, in molti paesi europei, sta crescendo un vero e proprio ciclo di lotte che vede come protagoniste in particolare le fasce giovanili, sia studentesche, sia delle periferie. In Francia, Spagna, Portogallo, Albania e adesso anche in Italia sono cresciuti movimenti di lotta molto radicali che toccano vari nodi (scuola – carovita - casa – salari - gestione del territorio - prezzo dei carburanti) che hanno un punto in comune: la chiara percezione del peggioramento generalizzato delle condizioni di vita di larghi strati popolari. Questa consapevolezza si salda alla denuncia che questo peggioramento ha una connessione diretta con le politiche di guerra e di riarmo che stanno assorbendo una enorme quantità di risorse in tutti gli stati.
Si tratta di un fenomeno sociale importantissimo, che rappresenta la prima reazione di massa alla nuova fase del capitalismo nella quale sono stati esasperati e portati a compimento nella loro forma più feroce dell'economia di guerra i principi ideologici del neoliberismo. Poche multinazionali e speculatori finanziari, soprattutto statunitensi, ottengono immensi profitti mentre si aggrava la devastazione sociale e ambientale.
In questi anni sono colpiti duramente i salari e i redditi dei ceti popolari lasciati in balia dell'inflazione alimentata dalle ripercussioni dei conflitti sull'energia e sulle materie prime. Nel contempo vengono minati diritti basilari quale quello alla casa, all'istruzione e si intensifica lo smantellamento dello stato sociale sotto i colpi dei tagli e delle privatizzazioni della sanità, del sistema pensionistico, della scuola, dei trasporti (anche marittimi) e dei beni comuni sempre più consegnati alla finanza internazionale.
Questa condizione sta trasformando radicalmente le nostre società in "sistemi di guerra" che permeano e plasmano il complesso delle relazioni sociali ben prima di un coinvolgimento diretto nel conflitto armato. In quell'Occidente che si proclamava portatore della civiltà e della democrazia assistiamo al divorzio definitivo tra capitalismo e democrazia: viene criminalizzato il dissenso, ristretti gli spazi democratici, alimentato il razzismo, impedito il diritto di manifestare. La repressione brutale delle mobilitazioni studentesche in tutti i paesi europei parla di questa deriva antidemocratica che va ben al di là dei soli governi di destra. La guerra combattuta all'esterno si traduce in una riduzione della democrazia e della libertà di informazione sul piano interno.
Per questo crediamo che sia fondamentale la convergenza di tutti i soggetti - movimento studentesco, giovani, organizzazioni sindacali, lavoratori e lavoratrici, pensionati/e, movimento per la Pace e contro il Genocidio – e di tutte le categorie in lotta – agricoltori, piccoli trasportatori, lavoratori portuali, della logistica e delle consegne, per una lotta unitaria contro l’economia di guerra e contro l’impoverimento del nostro paese.
Una lotta unitaria da praticare da subito, a partire dagli scioperi generali del 30 ottobre, proclamato da USB e sindacati di base in contemporanea con la mobilitazione internazionale dei lavoratori portuali, e del 20 novembre, sciopero europeo di studenti e studentesse e sciopero nazionale CGIL.
Partito della Rifondazione Comunista
Circolo Isola d’Elba