Stampa questa pagina

Acciaio, ambiente e salute: ripensare il modello industriale italiano

Scritto da  Giampaolo Zecchini Sabato, 07 Novembre 2026 10:39

Mi ha commosso l’ultima puntata televisiva di “In altre parole” dove si è ricordata la storia di Massimo Battista, operaio dell’ex Ilva morto di tumore (51 anni) per causa degli inquinanti emessi da tale impianto industriale. La figlia Rosaria lo ha ricordato durante la sua cerimonia di laurea citando una frase sua ricorrente : “ la salute viene prima della produzione”. Si può dargli torto?

 

Per anni il suddetto stabilimento siderurgico, che ha portato il nome latino della nostra isola, tra i tanti che ha cambiato, ha emesso sostanze nocive per la salute umana ed è stato oggetto di infinite cause giudiziarie.

 

Mi sono sempre domandato come mai a Piombino non sia mai emerso un problema di tale gravità.
Mi ricordo, da ragazzo, che, quando, provenienti dall’Elba, si attraccava al porto di Piombino la sera, si vedevano i bagliori delle colate che dagli altiforni venivano riversate nei convertitori Bessemer; fantastiche immagini di una civiltà dell’acciaio accompagnate, però, spesso da maleodoranti emissioni solfidriche di uova marce mentre si attraversava tale zona con il “trenino” verso Campiglia.

 

Anche Piombino ha avuto una “gloriosa” storia siderurgica, nata, in epoca recente, con la Magona d’Italia (la prima ad applicare il convertitore Bessemer per ottenere l’acciaio dalla ghisa) e le Ferriere Perseveranza nel 1865. Tali complessi poi furono assorbiti nel 1918 dall’Ilva fondata a Genova nel 1905. Da notare che l’Ilva con diversa ragione sociale gestiva l’altoforno di Portoferraio operante dal 1902.

 

Lo stabilimento di Piombino, durante la sua massima attività ,arrivò a produrre circa 7 milioni di tonnellate l’anno di acciaio. con i suoi 4 altiforni.
Lo stabilimento di Taranto nacque nel 1965 ( inaugurazione di Saragat) come quarto polo siderurgico ( gli altri Cornigliano (Ge), Bagnoli (Na) e Piombino) e, rapidamente, con i suoi 5 altiforni diventò il polo siderurgico più grande d’Europa con i suoi 8 milioni di tonnellate di acciaio prodotte all’anno. La scelta del sito fu motivata per rilanciare il lavoro al sud e per il fatto che Taranto era sul mare ed aveva un tessuto già industriale, anche per la presenza della Marina Militare, che poteva fare da “volano”. L’ubicazione fu vicino ad alcuni quartieri della città tra i quali il noto Tamburi.

 

Ho visto i dati climatologici di Piombino e di Taranto. I venti prevalenti sono per Piombino dalla città verso l’impianto siderurgico, a Taranto il contrario. Possibile, od astrusa l’ipotesi che tale fattore abbia influenzato il diverso sviluppo delle malattie professionali? Sarebbe meglio costruire gli stabilimenti di tale impatto lontano dai centri abitati anche se ciò comporta difficoltà di ordine logistico. Per esempio alla Spezia, dove risiedo, nel 1962 fu inaugurata la centrale elettrica più grande, allora, d’Europa (circa 2000Mw). Spezia aveva il più grande tasso di tumore ai polmoni della Liguria.

 

La cosa migliore, a parità di ubicazione, è poi cercare di inquinare il meno possibile essendo consci che ogni attività umana più o meno inquina. Per non inquinare, a livello industriale, non bisognerebbe produrre nulla e vivere solo di “natura”; ma è possibile? Una “decrescita felice” integrale è auspicabile?

 

Ogni attività umana dovrebbe essere sottoposta all’EROEI (Energy Returned On Energy Invested) che valuta quanta energia ti dà rispetto a quanta energia ci metti (compreso attività di produzione del bene e di smaltimento dello stesso). Se tale parametro è maggiore di uno, si opera, altrimenti no.
Da fine ottocento fino ai giorni nostri (civiltà dell’acciaio) si sono prodotti enormi quantità di tale materiale con gli altiforni (BF Blast Furnace) che richiedono oltre al minerale di ferro il carbon coke che è artificialmente prodotto dalla distillazione del carbone naturale nelle “cokerie” dove, mediante calore, vengono “strappati” i gas (H2,CO, aromatici) contenuti in esso e che sono prevalentemente o velenosi o cancerosi.
Ogni impianto con BF ha le sue cokerie. Inoltre, per recuperare calore dai gas emessi dai BF e per riscaldare con essi l’aria di alimentazione allo stesso,
si usano scambiatori (cowper) aventi tubi rivestiti spesso da amianto (noto ottimo isolante termico) dichiarato cancerogeno e proibito dal 1992. Mi ricordo che il suo impiego era comunissimo anche in edilizia ( fibrocemento); si segava e si forava producendo polveri. Ho visto morire un mio vicino, operante nell’edilizia, dopo vari anni (perché la malattia è lungamente latente) di mesotelioma pleurico.
Il carbone necessario all’impianto viene stoccato all’aperto in grandi cumuli che, movimentati, generano polveri sottili di carbonio e silice; se respirati generano malattie.

 

Di seguito do alcuni dati per avere un’idea dell’entità del problema, naturalmente “a palmi”. Alcuni dati sono di 2 anni fa, ma non cambiano molto le deduzioni che si possono fare.

 

Nel mondo vengono prodotte 1,88 miliardi di tonnellate di acciaio all’anno delle quali il 53% dalla Cina, il 17% dall’India ed il resto dagli altri paesi.
L’Italia ne produce 20 milioni di tonnellate l’anno.
L’acciaio è quasi totalmente riciclabile (85%), quindi se ne deve produrre di nuovo per il 15% supponendo che il fabbisogno rimanga immutato. Stime Ocse
rilevano un fabbisogno globale calante, quindi una sufficienza dell’acciaio che già c’è. Diventa basilare, quindi, il riciclo. Tale operazione può essere fatta con forni elettrici (EAF Electric Arc Furnace) dove i rottami, opportunamente trattati, vengono fusi con l’innesco di archi voltaici tra elettrodi di carbonio.
Servono circa 600-650 Kwh per fondere una tonnellata di rottami. Da una tonnellata di rottami si ottengono circa 900-950 kg di acciaio.

 

A Taranto, alla massima potenzialità, si producevano circa 11500 tonnellate di acciaio al giorno, quindi con i forni elettrici servirebbe una potenza elettrica di circa 350 Mw con 4-5 forni, dato che ognuno di essi produce circa 2 milioni di tonnellate l’anno. Come si potrebbe produrre tale energia?
Con centrali a gas il problema della CO2 rimane, anche se sparirebbero i problemi connessi agli altiforni, alle cokerie ed ai depositi di carbone; cosa che non è da poco. Con energia rinnovabile si dovrebbero installare parchi eolici o fotovoltaici. Osservando mappe eoliche della zona con generatori eolici del tipo esistenti a Piombino Val di Cornia (Vestas V136 Danesi) ne servirebbero circa 500 magari off-shore. Se si sfruttassero quelli giganti da 18 Mw circa 100. Poi ci sarebbe il problema, come per ogni energia rinnovabile, del suo accumulo, perché il vento non ci può essere a volte. Per un parco fotovoltaico servirebbe un impianto di circa 50 Km quadrati di pannelli, simile in tipologia a quello esistente a Troia nel Foggiano di 150 ettari. Attenzione potrebbe essere riposta su agrivoltaico (produzione agricola sui campi fotovoltaici) tecnologia nella quale i pannelli fotovoltaici sono posti in alto rispetto al terreno per permettere alcune coltivazioni specifiche.
Altra soluzione: un reattore nucleare (SMR Small Modular Reactor) di cui tanto si parla, ma a cui sono connessi i problemi legati alla radioattività. Nei casi di energia rinnovabile e nucleare logicamente non ci sarebbero in zona problemi di CO2.

 

Per quanto riguarda il nuovo acciaio da produrre, se necessario dal minerale di ferro, bisognerebbe ricorrere al DRI (Direct Reduced Iron) o preridotto.
Il minerale di ferro viene ridotto, in opportuni impianti, con l’idrogeno che, naturalmente va prodotto. Per avere una tonnellata di DRI servono 60 kg di H2 ossia 600 Nm3 del gas (N= condizioni normali O gradi centigradi e pressione atmosferica).
L’idrogeno si può produrre per “steam reforming” dal metano ed in tal caso si ha anche CO2 (idrogeno grigio), per pirolisi ad alte temperature sempre dal metano ottenendo anche carbonio ( idrogeno turchese) o dall’elettrolisi dell’acqua (idrogeno verde con produzione anche di ossigeno). Quando la CO2 eventualmente prodotta viene sequestrata in serbatoi, si parla di idrogeno blu.
Nella soluzione, più ecologica, dell’elettrolisi, ci vogliono 52 Kwh per produrre 1 kg di H2. Si deduce che per 1 tonnellata di DRI ci vogliono circa 3 Mwh.
Da una tonnellata di DRI si ottengono circa 900 kg di acciaio ( nei forni elettrici). Si possono facilmente fare i conti di quanta energia in più ci vuole quando serve nuovo acciaio.
Per completare tale probabilmente noiosa sequenza di calcoli, qualche considerazione finale.

 

La grande questione Italiana, a mio parere, è l’assoluta mancanza di strategia industriale in merito alla siderurgia. A Taranto si sono succeduti imprenditori “statali” e privati che hanno “tirato a campare” cercando di sfruttare al massimo gli impianti. Una delle nozioni di economia recita che il fine di ogni impresa è il profitto. E questo potrebbe andare bene in uno Stato che fissa delle regole e le fa rispettare con i controlli. Purtroppo questo non è avvenuto perché, sempre a mio parere, i privati ( ma non solo) che si sono succeduti non hanno perseguito la strategia di investimenti a lungo termine che, a breve, sono in perdita. Bisognerebbe che i grandi impianti siderurgici, considerando la loro vitale importanza per una Nazione, fossero pubblici senza lottizzazioni politiche però.
Intanto il povero Massimo è morto, come tanti altri anche molto giovani.

 

Un’ultima considerazione: se alcune attività sono considerate vitali per una Nazione, la produzione andrebbe protetta da concorrenza straniera anche con i tanto vituperati dazi se questi sono necessari a mantenere un mondo “sostenibile.

 

Giampaolo Zecchini

Vota questo articolo
(1 Vota)
Ultima modifica il Sabato, 07 Novembre 2026 11:38