Mi permetto di scrivere alcune righe sulla vicenda raccontata dal sig. Alessandro Orlandini, a cui, prima di ogni altra cosa, vorrei esprimere la mia vicinanza.
Faccio parte del mondo delle pubbliche assistenze da oltre metà della mia vita; un percorso iniziato quando non ero ancora maggiorenne e che considero una delle scelte più significative della mia crescita. Sebbene nell'ultimo periodo, a causa di gravi conflitti ideologici con il direttivo della mia associazione, io non sia più una volontaria attiva, la lunga esperienza maturata mi ha permesso di conoscere a fondo le dinamiche di cui si sta dibattendo.
Diventare soccorritori dovrebbe essere, anzitutto, una scelta fatta con il cuore. Non è un passatempo da prendere alla leggera: richiede una formazione specifica e un impegno profuso. In merito alla formazione, ricordo bene il primo concetto appreso al mio primo corso da soccorritrice (all’età di 16 anni): “usare sempre il metro del buon senso”. Purtroppo, temo che in questo caso il buon senso sia venuto a mancare, lasciando spazio a una carenza di gentilezza ed educazione che ferisce profondamente, specialmente in un momento così delicato ed emotivo.
La verità è che, anche nelle situazioni più gravi, le procedure possono contemplare delle eccezioni; fatico a comprendere come un saluto di trenta secondi dal portellone o dal finestrino laterale potesse realmente infrangere un protocollo o compromettere il servizio. Con un pizzico di amara ironia, verrebbe da pensare che l’ospedale di Portoferraio si sia allontanato dal porto rispetto a quando ero in servizio io: allora distava solo pochissimi minuti! Ciò che sicuramente deve essere inderogabile, senza alcuna eccezione, è la composizione dell’equipaggio e le relative qualifiche, stabilite con precisione dalla legge. Auspico, pertanto, che le verifiche promesse dall’ASL sul percorso clinico e diagnostico si estendano anche alla regolarità del trasporto sanitario in questione, in modo da fugare ogni qualsiasi dubbio, accertando che il personale a bordo fosse in possesso dei requisiti formativi previsti dall’Art. 4 della L.R. 83/2019 della Regione Toscana, che disciplina rigorosamente la composizione degli equipaggi per il trasporto sanitario (in questo caso assistito).
Provo amarezza, e persino vergogna, per le parole utilizzate dalla Presidente della P.A. Croce Verde. Invece che raccontare la sua versione avrebbe dovuto, a mio modestissimo parere, limitarsi a porgere le sue scuse. La divisa non ci rende onnipotenti. Sbagliare è umano. Tuttavia, allo stesso tempo, l'altruismo non esonera dal rispetto delle norme civili e di buona educazione che devono in qualsiasi momento restare alla base del nostro operato. Il volontario non ha sempre ragione e non è al di sopra delle regole.
In conclusione, sento il bisogno di rivolgermi direttamente al sig. Alessandro e ai suoi cari, rinnovando (immagino anche a nome di tutti coloro che fanno parte di quella grande famiglia di volontari che crede ancora nei valori come l’educazione, la gentilezza, l’umanità e l’empatia) le mie più sentite scuse per non avervi permesso di trovare, in un momento di tale fragilità, la comprensione e la delicatezza che meritavate.
Vi auguro di riabbracciare il vostro caro al più presto e di poter dimenticare la sofferenza, la frustrazione e l’amarezza di questa brutta vicenda.
Claudia Coletti