L’Italia ospita circa sessanta isole minori abitate. Diversi programmi recenti – tra cui il Programma Interreg EURO MED 2021-27 e il Rapporto CNR-Legambiente Isole Sostenibili 2022, così come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – concordano sull’attenzione nei confronti del futuro delle geografie insulari, anche alla luce della crisi climatica.
In continuità con la prospettiva già adottata in questo capitolo, in questo paragrafo lo sguardo si concentra su 22 isole minori italiane – Elba, Capraia, Giglio e Gorgona; Capri, Ischia e Procida; Ponza e Ventotene; Lipari, Vulcano, Stromboli, Panarea, Filicudi, Alicudi e Salina; Sant’Antioco e San Pietro; Favignana, Levanzo e Marettimo; Ustica; Pantelleria, Linosa e Lampedusa; Maddalena; Isole Tremiti – con una popolazione complessiva di quasi 190.000 persone. La demografia e la suddivisione geografico-amministrativa di queste regioni presentano una marcata diversità. Le amministrazioni delle isole minori sono rappresentate, a scala nazionale, dall’Associazione Nazionale Comuni Isole Minori (ANCIM). Osservando le dinamiche della geografia della popolazione, emergono differenze considerevoli tra isole con una popolazione che conta decine di migliaia di residenti, come Elba, Ischia, Maddalena, Sant’Antioco e Lipari, e isole con poche centinaia di residenti stabili, come Alicudi, Filicudi o le Isole Tremiti.
Escludendo Gorgona, che fa parte del comune di Livorno, le isole minori sono tutte amministrate da comuni isolani. Tuttavia, vi sono notevoli differenze, come nel caso dell’Elba, dove l’amministrazione è parcellizzata in sette comuni distinti, Ischia con sei comuni, e Salina, con poco più di 2.500 residenti, amministrata da tre diversi municipi. Le unità amministrative arcipelagiche, come il Comune di Lipari, che da solo esercita competenze su sei isole, sono una rarità nella geografia amministrativa delle piccole isole. Questa ultima considerazione dovrebbe portare a un serio ripensamento dell’esperimento delle Comunità di Arcipelago che, nella realtà attuale, sembra essere stato abbandonato.
Questo preliminare inquadramento si rende necessario per comprendere la portata degli effetti della crisi climatica sui sistemi micro-insulari italiani in un’ottica di vulnerabilità. La Commissione Europea costruisce il Climate Change Vulnerability Index su un ampio set di indicatori, alcuni dei quali sono particolarmente utili per la comprensione delle sfide ambientali che le piccole isole affrontano nel presente: la concentrazione di popolazione (e più estensivamente di attività umana) in aree prossimali al mare, i rapidi cambiamenti nei regimi pluviometrici, la crescita media della temperatura atmosferica e la centralità di settori economici come la pesca e il turismo.
Qui di seguito l’attenzione si concentra su alcuni nodi: la stagionalità delle attività umane principali, soprattutto il turismo; l’interdipendenza, non meramente insulare, ma particolarmente marcata nei contesti qui considerati, tra regioni terrestri e marine; la concentrazione delle attività umane lungo la fascia costiera.
Nel quadro attuale, questi nodi rappresentano non tanto le pre-condizioni di una vulnerabilità spesso troppo semplificata delle isole di fronte ad alcuni effetti della crisi climatica – come l’erosione delle coste o l’aumento dell’intensità degli eventi estremi – quanto piuttosto delle lenti utili per comprendere come il futuro delle piccole isole italiane e, più ampiamente, mediterranee proceda verso un inasprimento della pressione antropica in spazi e tempi particolarmente sensibili alle previsioni di variazione del sistema clima.
La dipendenza dal turismo estivo, innanzitutto, è un tratto comune delle isole mediterranee, come evidenziato dai programmi citati in premessa, che indicano la destagionalizzazione del settore turistico come una priorità. Più ampiamente, il turismo è una delle forze che plasma la geografia delle isole minori. In alcuni casi, come Pantelleria e Lampedusa, il numero di visitatori supera di diverse decine di volte la popolazione residente.
Isole come le Tremiti, Favignana, Linosa e il Giglio mostrano un numero di posti letto a scopo turistico, senza tener conto delle seconde case, pari alla popolazione residente. La predominanza del settore turistico, in alcuni casi vicina alla soglia della mono-economia, non è di per sé una condizione di vulnerabilità. Tuttavia, poiché la maggior parte delle piccole isole ha una stagionalità con un unico picco estivo, o nei casi migliori anche primaverile, risulta chiaro come i modelli di consumo, la pressione antropica, l’uso delle infrastrutture (porti e strutture ricettive) e la mobilità umana, tutti fortemente influenzati dal turismo, rendano più complessa la gestione di aspetti chiave degli ecosistemi insulari. Tra gli aspetti più rilevanti vi sono la competizione per lo spazio, la disponibilità di acqua potabile, il trattamento dei rifiuti e la produzione di energia. Inoltre, queste criticità si concentrano soprattutto lungo la fascia costiera e nelle acque prossimali, le aree più esposte alla crisi climatica. Limitandosi solo ai primi due aspetti, la complessità appare evidente. Durante il picco turistico, in caso di condizioni atmosferiche che non favoriscono l’uso del secondo approdo a Cala Feola, il porto di Ponza deve ad esempio sopportare un sovraccarico di pressione antropica che genera conflitti nell’uso dello spazio tra utenti privati, proprietari di barche, pescatori, diportisti, enti di gestione e aziende di trasporto.
Isole come Alicudi, Ponza, Salina e le Isole Tremiti dipendono fortemente da fornitori esterni per l’acqua potabile, trasportata tramite navi cisterna. Altrove, isole come Elba, Capri, Ischia, Procida, San Pietro, Sant’Antioco e Maddalena, sono collegate alla rete idrica attraverso condotte sottomarine, anche grazie alla relativa vicinanza alla terraferma. In altri casi, come Pantelleria, Ustica e Lampedusa, impianti di dissalazione integrano i sistemi di approvvigionamento idrico esistenti.
L’analisi di alcuni parametri permette una lettura sul singolo caso insulare, ma anche di formulare un ragionamento complessivo sulle sfide che interessano le isole minori italiane di fronte alla crisi climatica. Tra i parametri vi sono: il consumo di suolo, le infrastrutture idriche e quelle fognarie, la gestione dei rifiuti, l’approvvigionamento energetico e la mobilità. La pressione antropica stagionale ha un impatto elevato su questi aspetti nel periodo estivo, mentre più mitigati sono gli effetti nel resto dell’anno, per cui è possibile parlare di «geografie stagionali insulari» (Gallia e Malatesta, 2022). La stagionalità si riflette anche su una serie di altre questioni, come la forte emigrazione invernale che riguarda prevalentemente i giovani in età scolare, costretti ad abbandonare la propria isola perché mancano i servizi di base, come le scuole. In estate, invece, si assiste a fenomeni che hanno un forte impatto sulle coste. La concentrazione dei natanti provoca un peggioramento della qualità dell’aria e delle acque marine, che, a cascata, provocano ulteriori effetti. Tutto questo, insieme al complesso dei cambiamenti climatici, è la causa di una sostanziale perdita della biodiversità e dell’ingresso di specie aliene.
Come si accennava all’inizio, le isole, come molte altre località a forte vocazione turistica legata al mare, hanno assistito a processi di littoralisation (Brigand, 1991; Lanquar, 1995), ovvero la concentrazione lungo l’area costiera di un ampio numero di attività antropiche. Come per altre caratteristiche della geografia umana insulare, la littoralisation non va considerata come una caratteristica omologante. Infatti, solo considerando le minori tra le piccole isole italiane, da una parte abbiamo esempi come Marettimo e Levanzo dove la quasi totalità dell’impronta umana è concentrata in piccoli insediamenti lungo la costa; in altre, come Ventotene o Linosa, le aree insediative si allungano verso il centro dell’isola. Resta comunque vero che in prossimità delle coste la pressione antropica, sia in termini di presenza umana sia in termini di attività turistiche mono-stagionali, è testimoniata dall’alta presenza di infrastrutture legate a queste attività, soprattutto porti e costruzioni connesse, ma anche altre modalità di accesso e scambio tra terra e mare. Sebbene il turismo sia un processo dinamico, stagionale, esso è definito prodotto statico proprio per la rigidità delle infrastrutture che lo rendono possibile (Lanquar, 1995).
Il rapporto tra terra e mare è anch’esso estremamente rilevante, tanto che ha portato alla definizione di acquapelago, ovvero la geografia insulare rilevabile nelle aree di transizione, come la frangia litoranea dove mare e terra sono integrati (Cavallo e altri, 2023). Oltre allo svolgersi di attività umane, queste fasce sono anche «ecotoni», ambienti di transizione per diverse specie biologiche, il che li rende ancora più interessanti anche per la protezione e il mantenimento della biodiversità animale e vegetale. Basti pensare al ruolo chiave di mitigazione del rischio e di salute degli habitat mediterranei che le praterie di Posidonia Oceanica svolgono nei mari arcipelagici italiani (su tutti nelle acque dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi).
A questa lettura si collega strettamente la centralità, per le geografie insulari, delle aree intercotidali (ovvero gli spazi compresi tra i picchi di marea), dove il rapporto tra mare e terra è immediato, diretto e dove ecologia e geologia marine e costiere esercitano una «difesa naturale» nei confronti di alcuni effetti della crisi climatica. Sebbene nel Mediterraneo la variazione per maree non è molto accentuata, in queste aree si conserva un patrimonio biologico di altissimo valore. La crescita della pressione antropica nelle aree intercotidali rappresenta uno dei tratti potenzialmente più pericolosi per il futuro delle geografie insulari. Ancora una volta la stagionalità e la concentrazione delle attività in spazi e tempi limitati sono i pattern chiave. La connessione con la terraferma o con le isole centrali degli arcipelaghi, come Elba o Lipari, è molto sviluppata grazie ad aliscafi e traghetti, soprattutto nel periodo estivo, in linea con la vocazione turistica di questi centri. I porti svolgono un ruolo cruciale come punti di accesso per forniture, flussi turistici e approvvigionamento idrico, ma questa multi-funzionalità genera spesso una concentrazione insostenibile di servizi pubblici e privati, causando come detto potenziali conflitti tra le diverse utenze (turisti, pescatori, diportisti, fornitori).
Più in generale, per concludere, la «corsa al mare» e verso la costa ha prodotto una sostanziale artificializzazione delle frange litoranee, soprattutto per via dell’insediamento di attività turistiche. In molti casi, infine, si assiste a una governance costiera «esogena», ovvero che si rivolge soprattutto ad attori esterni, sia come fruitori delle stesse attività turistiche, sia come proprietari e gestori di queste. Questi attori sono andati a sovrapporsi e sostituirsi a quelli tradizionali, e hanno evidentemente meno interessi verso la tutela dell’ambiente e del territorio insulare.
Dal XVII Rapporto “Paesaggi Sommersi. Geografie della crisi climatica nei territori costieri italiani”
Società Geografica Italiana