Stampa questa pagina

Perché il cambiamento climatico è soprattutto un problema dei Sindaci

Scritto da  Roberto Peria Lunedì, 20 Luglio 2026 09:48

Stiamo tutti morendo di caldo, ormai da tanti giorni e questo in Italia, anche se spesso i diretti interessati non lo sanno, è principalmente un problema dei sindaci. Perché si dirà? Perché il sindaco è l'autorità sanitaria locale e questa, alla faccia dei negazionisti, è una gigantesca emergenza sociale (chi è più povero non si può permettere case in classe A) e sanitaria (chi è più fragile, anziano o malato rischia di morire, o di compromettere ulteriormente la sua salute). E’ anche un problema economico, perché le persone non passeggiano nelle città torride e quindi non visitano i negozi. Il nemico numero uno è quella che i tecnici chiamano isola di calore urbana (il fenomeno per cui le città sono sensibilmente più calde delle aree rurali circostanti a causa di cemento e attività umane), unito al rischio di alluvioni improvvise a causa dell'impermeabilizzazione del suolo. Se questo è il problema, esistono anche soluzioni, tra l’altro a volte paradossalmente semplici, se non banali.

 

Faccio una breve panoramica delle strategie concrete che alcuni primi cittadini illuminati stanno adottando per trasformare i centri urbani (a volte basta solo copiare):

 

1. Dire addio all'asfalto nero: l'asfalto tradizionale ha un albedo (la capacità di riflettere la radiazione solare) bassissimo, vicino a 0.05-0.10, il che significa che assorbe fino al 95% del calore solare, rilasciandolo di notte. I sindaci lungimiranti stanno cambiando le specifiche degli appalti pubblici introducendo:

- cool pavements (pavimentazioni fredde): asfalti e rivestimenti sintetici trattati con resine speciali o inerti chiari ad alta riflettanza solare. Possono abbassare la temperatura superficiale delle strade anche di 10–15 °C;

- pavimentazioni drenanti e porose: calcestruzzi o autobloccanti che lasciano passare l'acqua. Non solo riducono il surriscaldamento accumulando meno calore, ma permettono la ricarica delle falde ed evitano gli allagamenti durante le "bombe d'acqua".

 

2. Introdurre la forestazione urbana e il concetto di "ombra pubblica": piantare alberi non è più solo una scelta estetica, ma un intervento sanitario salvavita. La vegetazione combatte il caldo attraverso l'evapotraspirazione (il processo combinato di evaporazione dell'acqua dal suolo e traspirazione dalle piante che sottrae calore all'ambiente).

A livello concreto negli strumenti urbanistici si può introdurre:

- la regola del 3-30-300: un principio urbanistico moderno che prevede che ogni cittadino possa vedere almeno 3 alberi da casa, vivere in un quartiere con il 30% di chioma alberata e abitare a non più di 300 metri da un parco pubblico. Quindi, bisogna piantare alberi ovunque, ma non con una logica improvvisata, bensì secondo un piano del verde comunale che ormai rappresenta, appunto, non tanto un segnale di buona urbanistica, quanto la risposta più facile all’emergenza sanitaria e sociale;

- boschi verticali e tetti verdi: anche se non è semplice per le note visioni “sopraintendenziali”, obbligare o incentivare la trasformazione dei lastrici solari in giardini pensili. Un tetto verde può ridurre la temperatura interna degli edifici dell'ultimo piano e alleggerire la rete fognaria trattenendo fino all'80% delle precipitazioni.

 

3. Trasformare i centri in "città spugna" (sponge cities). Il modello, nato in Asia ed esportato in Europa, prevede di progettare spazi che assorbono, filtrano e rilasciano l'acqua piovana in modo naturale, anziché incanalarla in tubature che poi esondano.

Le soluzioni più usate sono:

- rain gardens (giardini della pioggia): piccole depressioni del terreno coltivate con piante palustri o fortemente resistenti posizionate ai lati delle strade, che catturano l'acqua piovana e la filtrano lentamente nel sottosuolo.

- piazze allagabili (water squares): spazi pubblici che in estate sono normali aree ricreative o anfiteatri e, in caso di piogge estreme, fungono da bacini temporanei di ritenzione idrica.

 

Poi ci sono altri esempi ancora, inventati da architetti ed ingegneri.

Barcellona, con il suo storico reticolo a scacchiera nel quartiere Eixample, aveva pochissimo spazio per creare nuovi grandi parchi. Per questo ha inventato una strategia rivoluzionaria basata sul concetto di superblocco. L'amministrazione prende un perimetro di 9 isolati esistenti (3×3) e chiude le strade interne al traffico veicolare di attraversamento, consentendo l'accesso solo ai residenti a velocità ridottissima.

Questo genera:

- asfalto riconquistato: gli incroci stradali, prima destinati alle auto, vengono trasformati in piazze pubbliche.

- sostituzione dei materiali: le vecchie carreggiate in asfalto vengono rimosse per far posto a terra battuta, pavimentazioni drenanti chiare e oltre 200 nuovi alberi per ogni superblocco.

Nei superblocchi di Sant Antoni e Poblenou, la riduzione dello spazio per le auto e l'aumento delle chiome arboree hanno ridotto sensibilmente la temperatura percepita dai pedoni e migliorato il riposo notturno dei residenti grazie alla riduzione del calore accumulato dagli edifici.

 

Ora mi si dirà: ma quanto costa tutto questo? Se ci si limita semplicemente a ridisegnare (senza demolizioni massive) un km² (così sono state fatte le prime “superillas”) il costo oscilla intorno ai 500.000 euro.

 

Il climate change non è un problema di destra o di sinistra: è un dramma collettivo da affrontare. Se non si fa niente anche i riflessi economici saranno pesanti per i sindaci poco impegnati, perché le persone ed i visitatori si sposteranno dove le città sono più vivibili.

 

Roberto Peria

Vota questo articolo
(67 Voti)
Ultima modifica il Lunedì, 20 Luglio 2026 10:28

6 commenti