Parlare di eradicazione dei cinghiali all’Isola d’Elba può suscitare reazioni forti, soprattutto in chi ha a cuore la tutela degli animali. È comprensibile: il termine “eradicazione” richiama immediatamente l’idea di interventi drastici.
Proprio per questo è necessario affrontare il tema con rigore, evitando semplificazioni e contrapposizioni sterili tra animalisti e cacciatori da una parte e tutta la comunità elbana dall'altra.
L’Elba è un ecosistema delimitato, con una superficie relativamente ridotta e confini naturali netti. Quando la densità dei cinghiali supera la soglia di sostenibilità, diventa un fattore di alterazione ambientale: rimescola e degrada il suolo, compromette la copertura vegetale, danneggia colture, vigneti e oliveti, interferisce con la fauna locale e aumenta il rischio di gravi incidenti stradali.
Se si esclude a priori qualsiasi riduzione significativa della popolazione, quali alternative restano?
Proviamo ad ipotizzare due scenari.
Scenario A: Gestione tramite prelievi continuativi
Si cerca di contenere la popolazione attraverso abbattimenti annuali.
Si prosegue con interventi venatori ricorrenti.
Si mantiene una gestione costante, senza mai risolvere strutturalmente il problema.
È davvero questa la soluzione più coerente con una prospettiva di benessere animale?
Un numero elevato di abbattimenti continui distribuiti negli anni è forse più “etico” di un intervento straordinario, pianificato e finalizzato al ripristino di una condizione ecologica stabile.
Tuttavia:
- la specie continua a riprodursi;
- la pressione sul territorio permane;
- i danni agricoli si ripresentano;
- le risorse pubbliche vengono impegnate costantemente;
- il problema non viene mai definitivamente risolto.
In questo modello, l’abbattimento diventa una componente strutturale e permanente della gestione faunistica. (I risultati di questo scenario sono sotto gli occhi di tutti).
Scenario B: un programma di eradicazione
L’obiettivo è differente.
Non il contenimento, ma la rimozione completa della popolazione attraverso un intervento straordinario, scientificamente pianificato, temporalmente definito e rigorosamente controllato.
Successivamente, la priorità diventa prevenire nuove introduzioni e intervenire tempestivamente in caso di reintroduzioni illegali.
Si tratta di una strategia complessa, ma con un obiettivo chiaro:
Eliminare la necessità di interventi di abbattimento ricorrenti nel tempo.
Vigneti, oliveti e orti non sono soltanto attività produttive: rappresentano un elemento identitario del paesaggio rurale elbano.
Quando una coltura viene distrutta da un branco di cinghiali, il danno non è esclusivamente economico. È la perdita di un patrimonio agricolo e culturale costruito nel tempo.
E quando le attività agricole vengono progressivamente abbandonate, le conseguenze possono essere contrarie agli obiettivi di tutela ambientale: maggiore degrado del paesaggio, aumento del rischio idrogeologico e riduzione della biodiversità legata agli ambienti agricoli tradizionali.
Un programma di eradicazione deve essere:
- basato su evidenze scientifiche solide;
- preceduto da una stima accurata della popolazione;
- affidato a personale qualificato (non ai cacciatori!);
- regolato da protocolli rigorosi di benessere animale;
- sottoposto a controllo pubblico;
- trasparente nei risultati;
- limitato nel tempo;
- accompagnato da misure efficaci contro nuove introduzioni.
La valutazione etica non riguarda solo il numero di animali coinvolti, ma anche l’impatto complessivo in termini di sofferenza nel lungo periodo.
Il confronto reale è tra due modelli imperfetti.
Non si tratta di una contrapposizione ideologica o di una “guerra agli animali”.
Da un lato una gestione permanente basata su interventi ripetuti nel tempo, senza mai vedere una conclusione strutturale del problema.
Dall’altro un intervento straordinario, complesso e potenzialmente doloroso, ma finalizzato a una soluzione definitiva.
Non esiste una soluzione priva di criticità.
Ma quando una soluzione perfetta non è disponibile, la scelta razionale è orientarsi verso il male minore.
In questa prospettiva, può risultare paradossalmente più coerente, anche da un punto di vista etico, sostenere un intervento straordinario e controllato piuttosto che accettare una gestione indefinita basata su abbattimenti continui.
Per un’isola come l’Elba, l’obiettivo dovrebbe essere chiaro:
si vuole continuare a gestire il problema indefinitamente senza mai risolverlo, o affrontarlo una volta per tutte, con metodo, trasparenza e responsabilità?
Se un’eradicazione controllata può contribuire a raggiungere questi risultati, allora anche chi tutela gli animali dovrebbe avere la possibilità di considerarla non come una soluzione ideale, ma come il male minore.
Consorzio di tutela Elba DOC