Oltre 180 millimetri di pioggia in appena sei ore, molto più di quanto ne cada mediamente in un mese intero. È il bilancio della nuova alluvione che stanotte, a cavallo tra 20 e 21 ottobre, ha investito Marciana e una parte dell’Elba occidentale, provocando allagamenti localizzati e rendendo necessario l’intervento del sistema regionale di Protezione civile.
Per l’accumulo registrato nelle 24 ore dal punto di misura, il Centro funzionale regionale stima un tempo di ritorno superiore a cinquant’anni: questo non significa – come spiega l'United Nations Office for Disaster Risk Reduction (Undrr) – un’alluvione che si verifica due volte ogni secolo. Significa che, in ciascun anno, esiste una probabilità del 2% che un evento di tale portata venga eguagliato o superato. La stessa alluvione può quindi verificarsi quest’anno, l’anno prossimo oppure più volte nel corso di una vita, come la crisi climatica in corso ci sta mostrando – purtroppo con sempre maggiore frequenza.
L’ennesimo nubifragio che colpisce l’Elba riporta così in primo piano la vulnerabilità delle piccole isole del Mediterraneo davanti alla crisi climatica. Stabilire in quale misura il riscaldamento globale abbia contribuito allo specifico evento del 20 ottobre richiede uno studio di attribuzione dedicato, ma il contesto nel quale questi fenomeni si sviluppano è sempre più caldo.
Un mare più caldo rilascia più vapore acqueo nell’atmosfera. La fisica ci spiega che per ogni +1°C di aumento della temperatura, l'atmosfera può contenere circa il +7% di umidità in più (Legge di Clausius-Clapeyron). Tuttavia, in condizioni molto umide e instabili – come quelle che si verificano spesso in estate o durante intrusioni di aria fredda – si osserva un aumento ancora maggiore, fino al +10-14% per grado, soprattutto nei primi 2 km dell'atmosfera (effetto "super Clausius-Clapeyron").
«Un Mediterraneo più caldo può fornire più calore e umidità all’atmosfera e, quando le condizioni meteorologiche sono favorevoli, contribuire a precipitazioni più intense», spiega Francesco Meneguzzo, commissario del Consorzio Lamma, il Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale per lo sviluppo sostenibile (Lamma) è il Consorzio pubblico nato dall’impegno congiunto di Regione Toscana e Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Nell’Elba occidentale entra inoltre in gioco la conformazione del territorio: i rilievi delle piccole isole possono intensificare localmente le piogge, concentrando grandi quantità d’acqua in spazi ristretti e in tempi molto brevi.
La vulnerabilità, però, non dipende soltanto da quanti millimetri cadono dal cielo. Conta anche la capacità del territorio di assorbirli e convogliarli, insieme alla tenuta delle infrastrutture e dei servizi essenziali. Su un’isola, l’interruzione di una strada, di un collegamento marittimo o di un servizio può produrre conseguenze particolarmente pesanti, proprio perché le alternative disponibili sono poche.
La sfida dell’adattamento riguarda dunque l’intera comunità: dalla manutenzione del territorio alla sicurezza delle infrastrutture, dalla continuità dei collegamenti alla capacità della Protezione civile di intervenire rapidamente. Comprendere dove il cambiamento climatico incontra le fragilità locali serve a concentrare per tempo prevenzione e investimenti, non ad alimentare una narrazione fatalistica.
«Il punto – chiosa Meneguzzo – non è soltanto quanta pioggia cade. È la tenuta complessiva della comunità: sicurezza del territorio, continuità dei collegamenti, affidabilità delle infrastrutture, capacità di adattamento. Per questo le piccole isole del Mediterraneo meritano attenzione speciale: non come luoghi “condannati”, ma come territori nei quali prevenzione, manutenzione e adattamento devono procedere insieme».
Redazione Greenreport