Ne avevamo già parlato a luglio [1] in occasione della pubblicazione del rapporto di booking.com su “Viaggi e Sostenibilità”. Vi si sottolineava come lo “stress da clima” ormai influenzi in misura molto significativa le decisioni di viaggio dei turisti, sia sul dove che sul quando. Uno studio di Demoskopika su “L’impatto del clima sul turismo italiano” [2] ora approfondisce le implicazioni del “caldo eccessivo” per le nostre destinazioni turistiche. Le stime dell’istituto arrivano ad ipotizzare 3,7 milioni di pernottamenti mancati ogni anno, solo parzialmente compensati da 900 mila presenze aggiuntive nei “mesi di spalla”. È un fenomeno che riguarda soprattutto il turismo interno, meno quello internazionale che ovviamente tende a prenotare con maggiore anticipo ed è quindi meno flessibile.
Il Mezzogiorno balneare è quello che è più vulnerabile e che appare meno capace di compensare l’impatto nei mesi estivi con una dinamica positiva in primavera ed autunno. Migliore da questo punto di vista appare la situazione delle città d’arte, mentre la montagna sembrerebbe la destinazione rifugio per i mesi più caldi.
Si tratta di dati che devono essere letti con attenzione. Non stiamo parlando di perdite reali, ma di stime rispetto ad uno scenario alternativo (estati senza ondate di calore), che sappiamo poco realistico. Siamo poi in una fase in cui le statistiche colgono non solo dinamiche reali, ma l’emergere di flussi che in passato non erano visibili (ossia quelli legati agli affitti brevi).
Che fare? Dice Demoskopika: «Servono tre linee di intervento: adattare l’offerta estiva alle ondate di calore, estendere l’apertura di strutture e servizi a primavera e autunno, rendere più flessibili i calendari di ferie e scuole». È difficile non concordare con queste indicazioni, ma sarebbe sbagliato sottovalutare le sfide che stanno nella loro realizzazione.
La vulnerabilità al cambiamento climatico è infatti anche la conseguenza di uno sviluppo del turismo che ha ostinatamente seguito una logica di sfruttamento delle rendite piuttosto che di vera imprenditorialità. La concentrazione geografica e temporale dell’offerta turistica così come le monoculture delle destinazioni (quella della vacanza balneare, così come quella della vacanza sulla neve, altra vittima del cambiamento climatico) sono la conseguenza di un turismo che per troppo tempo è riuscito a “vincere facile”. Quell’epoca è finita, anche “grazie” al cambiamento climatico.
Le risposte che l’analisi suggerisce richiedono non solo una domanda più flessibile, ma un diverso approccio nella gestione dell’offerta. Non si tratta infatti solo di riprodurre su un arco temporale più ampio il modello tradizionale della vacanza “sole e mare”, ma di proporre nuovi prodotti, nuove esperienze e nuove formule, che rispondano a tempi, modi e contenuti che possono caratterizzare le destinazioni nelle stagioni alternative.
Tutto questo richiede competenze in parte diverse ed un rapporto con le risorse umane che permetta di andare oltre i servizi standardizzati, gli unici proponibili con un capitale umano occasionale, sfruttato per poche settimane e ad alto tasso di ricambio.
Al tempo stesso, anche per i mesi centrali dell’anno, in uno scenario in cui il caldo eccessivo costituisce la normalità, per rimanere competitivi si impongono scelte adeguate che rassicurino il turista sulla vivibilità dell’esperienza che lo attende. Ci riferiamo non solo a possibili rimodulazioni dei servizi nell’arco della giornata, ma anche ad investimenti per una gestione tecnologicamente aggiornata dell’energia e della risorsa idrica sul territorio e nelle strutture e ad una disponibilità più ampia e differenziata di aree verdi alberate.
Nicola Bellini
da greenreport.it
[2] https://demoskopika.it/wp-content/uploads/2026/10/CS_Impatto_clima_turismo_Demoskopika-.pdf