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Aree marine protette, per la Corte dei conti europea occorre un cambio di rotta

Scritto da  Umberto Mazzantini Sabato, 31 Ottobre 2026 09:39

La designazione "zona marina protetta" non comporta automaticamente una protezione efficace. E’ protetto solo il 14% dei mari dell’UE, così è altamente improbabile il conseguimento dell’obiettivo del 30%.

Nell’Unione Europea i mari coprono una superficie di circa 5 milioni di km2, più di quella delle terre emerse, e circa il 40 % della popolazione vive entro 50 km dalla costa. Nell’UE ci sono 4 regioni marine: l’Atlantico nord-orientale, il Mar Mediterraneo, il Mar Baltico e il Mar Nero che comprendono 3 648 siti Natura 2000 per una superficie di circa 526 000 km2 e 6.610 aree marine protette designate a livello nazionale per una superficie di 244 000 km2, oltre la metà delle quali si sovrappone ai siti Natura 2000.

 

Secondo la nuova relazione speciale 25/2026 “Aree marine protette – Non basta solo designarle per ottenere una vera protezione” della Corte dei conti europea, pubblicata insieme a una pagina di sintesi dei fatti e delle constatazioni principali e a un pannello interattivo con una mappa delle aree marine protette dell’Unione europea, «Le aree marine protette dell’UE spesso non ricevono una protezione efficace e, probabilmente, l’UE non riuscirà a raggiungere gli obiettivi di conservazione dell’ambiente marino che si era prefissata per il 2030. Nonostante gli ambiziosi impegni in materia di biodiversità e la graduale espansione della rete di aree protette, per molti siti mancano misure di conservazione adeguate e una pianificazione dell’adattamento ai cambiamenti climatici, nonché si segnalano problemi di personale e finanziamenti. Il coinvolgimento dei portatori di interessi è diventato più inclusivo, ma rimane disomogeneo, limitando così ulteriormente l’efficacia e la sostenibilità a lungo termine degli sforzi di conservazione dell’ambiente marino».

 

Nel Campione di aree marine protette selezionate per l’audit ci sono aree protette irlandesi, francesi e svedesi che hanno criteri di gestione, controllo e sanzioni molto più rigorosi di quelle italiane, che non sono considerate nell’audit della Corte.

 

La relazione speciale ricorda che «Le aree marine protette sono considerate uno strumento efficace per proteggere gli ecosistemi marini e arrestare la perdita di biodiversità. Sebbene vi siano diverse definizioni dell’UE per tali aeree, nella presente relazione si utilizza quella sancita nel trattato delle Nazioni Unite sull’alto mare del 2023, giuridicamente vincolante: “una zona marina geograficamente definita, designata e gestita per conseguire obiettivi specifici di conservazione della biodiversità a lungo termine”. Le aree marine protette mirano a ridurre le pressioni antropiche sugli ecosistemi per conservare la biodiversità, mantenere le funzioni ecologiche e sostenere la ripresa degli ecosistemi dal degrado o dallo sfruttamento eccessivo».

 

Iliana Ivanova, della Corte dei conti europea responsabile dell’audit, spiega che «Nell’UE la designazione delle aree marine protette ha compiuto alcuni passi avanti, ma l’audit della Corte mostra che la vera sfida è far sì che la designazione implichi una protezione effettiva. Perché l’ambizione politica porti a risultati tangibili per gli ecosistemi marini occorreranno un’azione più rapida, misure di protezione applicabili e una rete più coesa in tutti i mari dell’UE. Perché le zone marine protette funzionino efficacemente, è necessario che la Commissione europea e gli Stati membri uniscano le forze e collaborino con i portatori di interessi locali».

 

Gli auditor della Corte avvertono che «Sebbene l’attuale strategia dell’UE sulla biodiversità miri a proteggere il 30% delle acque marine dell’UE entro il 2030, solo il 14% circa è designato come area marina protetta, il che rende altamente improbabile il conseguimento dell’obiettivo. Inoltre, si stima che attualmente meno dell’1% di tali acque sia designato come zona rigorosamente protetta, una percentuale nettamente inferiore all’obiettivo del 10% fissato per il 2030. In aggiunta, le aree designate non costituiscono un sistema ecologico coerente. La rete non soddisfa criteri fondamentali per la rappresentatività e la connettività, lasciando notevoli lacune nella protezione degli habitat d’altura e di acque profonde. Attualmente, la Commissione si basa su quadri frammentari e non dispone di un meccanismo specifico per valutare e guidare lo sviluppo coordinato di corridoi ecologici».

 

La Corte dei conti europea evidenzia quel che le associazioni che si occupano di protezione del mare denunciano da anni: «Il fatto è che la designazione come zona marina protetta non comporta automaticamente una protezione efficace. L’UE non dispone di un sistema armonizzato di categorie di protezione e di attività corrispondenti compatibili con gli obiettivi di conservazione». Ad esempio, la Corte ha rilevato che «Sebbene la pesca e altre attività dannose per i fondali marini rappresentino una grave minaccia per la biodiversità marina, solo a una piccola parte delle zone protette si applicano restrizioni alla pesca». Pur riconoscendo quanto sia complesso adottare misure di conservazione che incidono sulle flotte pescherecce di più Stati membri, la Corte chiede «Una maggiore cooperazione a livello nazionale e dell’UE affinché la designazione di “area marina protetta” comporti misure armonizzate, concrete e applicabili. Tale cooperazione faciliterebbe anche una risposta alle sfide in termini di finanziamenti, dal momento che una conservazione efficace richiede risorse prevedibili e cospicue mentre i finanziamenti rimangono frammentati tra i bilanci nazionali e i vari strumenti dell’UE».

 

Secondo le raccomandazioni della Corte, la Commissione europea dovrebbe: «a) promuovere l’uso di informazioni standardizzate sugli obiettivi di conservazione e sulle misure di protezione per le aree marine protette e pubblicarle su una delle piattaforme esistenti (ad esempio il visualizzatore Natura 2000 o la rete europea di osservazione e di dati dell’ambiente marino) oppure su una piattaforma specifica di monitoraggio dei dati; b) Insieme agli Stati membri, individuare le carenze, le strozzature e le inefficienze nel processo di adozione delle misure di conservazione all’interno delle aree marine protette che interessano le flotte pescherecce di diversi Stati membri, al fine di razionalizzare il processo; c) incoraggiare il ricorso a soluzioni innovative per conseguire una conservazione più efficace delle aree marine protette».

 

La Corte avverte anche che «Uno scarso coinvolgimento dei portatori di interessi può indebolire la sostenibilità sociale, la trasparenza e il sostegno pubblico alle misure di conservazione dell’ambiente marino, in particolare quando le comunità costiere sono esposte a ricadute socioeconomiche significative. Gli Stati membri, sebbene consultino in misura crescente i portatori di interessi con modalità più inclusive, dovrebbero offrire ai soggetti coinvolti maggiori opportunità di contribuire alle decisioni. Sarebbe inoltre opportuno individuare misure volte ad attenuare gli effetti socioeconomici negativi delle misure di conservazione».

 

La Corte fa notare che «Sebbene la tutela della natura sia da molto tempo oggetto di legislazione dell’UE, la protezione della biodiversità marina ai sensi delle direttive Uccelli e Habitat è ancora lontana dal conseguire gli obiettivi prefissati. L’ultima relazione sullo stato della natura nell’UE, pubblicata nel 2020, ha presentato i risultati periodici della “valutazione dello stato di salute” condotta nell’ambito di Natura 2000 per il periodo 2013-2018. Ha messo in luce effetti persistentemente scarsi in termini di conservazione. Per molte delle aree marine protette valutate dagli auditor della Corte era stato segnalato uno stato biologico eterogeneo o ignoto, in particolare per quanto riguarda gli habitat. La Corte ha altresì rilevato che per diverse aree mancano sostanzialmente piani di adattamento ai cambiamenti climatici e non vengono colte opportunità di mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso la gestione del carbonio. Il regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura sposta l’attenzione dell’UE dalla protezione passiva alla riparazione attiva degli ecosistemi, stabilendo obiettivi giuridicamente vincolanti di ripristinare il 20 % delle aree marine entro il 2030 e tutti gli ecosistemi degradati entro il 2050. Il regolamento impone di costruire una base scientifica per orientare il ripristino e mira ad assicurare la redditività a lungo termine dell’economia blu (attività economiche associate agli oceani, ai mari e alle regioni costiere). Tuttavia, l’ambiente marino presenta ostacoli che rendono l’attuazione più complessa rispetto alla riparazione della terraferma degradata. Tra tali ostacoli figurano una serie di lacune nei dati relativi agli habitat delle acque profonde, un lungo processo amministrativo nell’ambito della politica comune della pesca per applicare le necessarie restrizioni alla pesca e costi operativi elevati».

 

Umberto Mazzantini
da greenreport.it

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Ultima modifica il Sabato, 31 Ottobre 2026 09:44