Il volto autentico delle interpreti
Con l'identità delle protagoniste ormai felicemente consegnata alle locandine e agli articoli che hanno preceduto l'evento e alla memoria del pubblico che ha seguito con interesse la preparazione dello spettacolo, l'attenzione può ora spostarsi sul vero cuore pulsante della rappresentazione. Superata la fase formale, il sipario si apre finalmente sulla sostanza viva dell'opera e sul contributo personale che ciascuna interprete ha saputo offrire al proprio personaggio. È infatti in questo momento che emerge il valore autentico delle protagoniste. Non più semplici nomi associati a un ruolo, ma donne chiamate a dare voce, movimento, sensibilità e carattere alle figure della Commedia. Ognuna di loro, nel rispetto della parte affidata, ha saputo costruire una presenza scenica distinta, riconoscibile e personale, trasformando il testo in esperienza vissuta e partecipata.
Abbandonata dunque, la veste della cronaca e delle necessarie presentazioni preliminari, le interpreti si sono dunque misurate con la parte più impegnativa e affascinante del loro compito: dare anima, credibilità e profondità ai personaggi affidati, facendo emergere non soltanto fedeltà al testo dantesco, ma soprattutto quella componente umana e personale che sottolinea con la maggior o minore enfasi declamatoria nel corso della recita, l’ indirizzo agli spettatori di una differente interpretazione rispetto a quella scolastica tradizionale.
In merito alla preliminare organizzazione logistica della serata, va riconosciuto anche la gradita cena che ha preceduto lo spettacolo, consumata davanti allo splendido tramonto sul mare delle Ghiaie. Ancora una volta Armando e il suo staff hanno dimostrato una capacità organizzativa ormai apprezzata da tutti coloro che li conoscono, tanto che la cura nell’accoglienza quanto la qualità gastronomica delle pietanze sono state pienamente all’altezza delle aspettative.
Le attrici e la forza del loro linguaggio simbolico
Di fronte ai versi declamati dalle attrici della Compagnia delle Tisane, tutta al femminile, la recita non si è fermata alla bellezza della parola né alla sua interpretazione più tradizionale. La spiegazione simbolica dei vari personaggi infatti, ha offerto agli spettatori più indicazioni agli stessi episodi. Si è trattato di una sapiente introduzione ai misteri sollevati dal sommo Poeta, invitando implicitamente il pubblico di proseguire la ricerca simbolica di quei significati attribuibili anche alla nostra quotidianità. In questa maniera ogniuno secondo la propria sensibilità, ha potuto interpretare da angolazioni diverse e quindi in modo immersivo, il significato simbolicamente rappresentato dai diversi personaggi infernali. È così che la poesia dantesca si è trasformata in occasione di arricchimento culturale e in un possibile insegnamento per la nostra quotidianità. È stato questo un beneficio ulteriore dello spettacolo, non solo per il piacere dell’ascolto, ma anche per la maggiore capacità di comprendere, prevedere e affrontare situazioni che altrimenti resterebbero inosservate. Per tale ragione, il merito va riconosciuto anche alle interpreti che, con la loro variabile intonatura di voce, hanno spesso indotto negli spettatori la necessaria attenzione del preciso momento da cogliere per il passaggio dalla letteratura all’esperienza concreta.
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Virgilio, guida della ragione e della coscienza
L’ introduzione di Virgilio nella rappresentazione non si è rivelata soltanto la guida sapiente di Dante, ma l’ emblema di una ragione capace di condurre l’uomo fino alla soglia della verità, senza però poterla oltrepassare. La grandezza di Virgilio contiene già la sua malinconia: indica la salvezza, pur sapendo di esserne escluso. Per quanto riguarda Dante, si può dire che le Tisane hanno bene indicato con le loro posture del corpo sempre in movimento e colla variabile intonazione della voce che la grandezza del sommo poeta non si esaurisce con la interpretazione scolastica dei suoi versi. Ogni personaggio , come già sottolineato, può ancora parlare al presente, offrendo letture personali capaci di illuminare sentimenti, responsabilità e contraddizioni della vita quotidiana. Così, accanto al valore artistico dello spettacolo, nasce un risultato forse ancora più prezioso: l’arricchimento della nostra sensibilità e della capacità di riconoscere, nell’antico, qualcosa che continua a riguardarci.
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Il conte Ugolino tra tragedia e responsabilità storica
Questo notissimo personaggio che è stato declamato con particolare drammatica cadenza, non è soltanto la vittima atroce della fame, ma anche un uomo che trasforma il proprio dolore in accusa. Nel suo racconto la tragedia familiare diventa un processo contro Pisa, mentre resta volutamente nell’ombra la sua stessa ambiguità politica, mettendo invece in evidenza, la gerarchia emotiva degli eventi. Dante da' per ampiamente risaputo il tradimento seriale di Ugolino a favore di Lucca e di Firenze e Genova che costò a Pisa la disfatta della battaglia navale della Meloria e quindi non ne parla. Questo canto a lui dedicato è stato declamato con particolare drammatica cadenza, in quanto Ugolino non è soltanto considerato la vittima atroce della fame, ma anche un uomo che trasforma il proprio dolore in accusa contro l’ Arcivescovo Ruggeri. Nel racconto questa tragedia familiare diventa un processo contro Pisa, mentre resta volutamente nell’ombra la stessa grave colpa politica dei tradimenti di Ugolino. Non va infatti dimenticato che questi fu condannato sotto l’ accusa di traditore seriale della Repubblica pisana a beneficio personale e quindi della propria famiglia. Si tratta relazioni con Lucca, con Genova, con Firenze e della sconfitta della battaglia navale della Meloria che costo a Pisa oltre 5 mila tra morti oltre 11 mila prigionieri, una decina di navi affondate circa 30 catturate da Genova nonché la fine della “Repubblica marinara di Pisa”. Dante da bravo fiorentino, mette solo in evidenza la pena inflitta come gerarchia degli eventi. Molto probabilmente è per questo che l’ attrice ha improntato la propria enfasi declaratoria sul simbolico riscatto di Capraia e Gorgona contro Pisa che ha fatto breccia sul pubblico, colpito fino all' applauso a scena aperta dalla lenta appassionata scultura della sua recita.
Farinata e Cavalcante: la politica, l’orgoglio e l’amore di un padre
In questo canto Dante e Virgilio camminano tra grandi sepolcri infuocati. Da una delle tombe si solleva dapprima Farinata degli Uberti , capo ghibellino fiero e solenne, che riconosce Dante come fiorentino e gli chiede a quale famiglia appartenga. La conversazione assume subito un carattere politico: Farinata ricorda le lotte tra guelfi e ghibellini e rivendica con orgoglio di avere difeso Firenze dalla distruzione. Mentre parla, dalla stessa tomba emerge improvvisamente Cavalcante. Il contrasto tra i due personaggi entrambi eretici, è molto forte. Farinata appare eretto, quasi sprezzante nei confronti dell’Inferno; Cavalcante, invece, si alza in ginocchio, guarda ansiosamente intorno e cerca suo figlio Guido, amico di Dante. Egli domanda, in sostanza: se Dante attraversa l’aldilà grazie alla sua altezza d’ingegno, perché Guido che il padre considera alla pari, non è con lui? Dante esita a rispondere, perché non comprende immediatamente la ragione dell’angoscia di Cavalcante. Vedendo quel silenzio, il padre crede confermata la presunta morte del figlio e ricade disperato nella tomba. L’episodio di Cavalcante non è una semplice parentesi nel dialogo con Farinata. È il momento in cui la monumentalità politica del canto viene improvvisamente spezzata da una voce privata e dolorosa. Dante ci mostra che anche tra i dannati restano vive le passioni che hanno definito la loro esistenza: l’orgoglio, l’amore, l’ambizione, il dolore. Ed è proprio questa persistenza dell’umano, incapace però di salvarsi o di trasformarsi, a rendere l’Inferno dantesco così drammatico. Questo è il punto in cui la sillabante declamazione dell’ attrice rende evidente di soffermarci su questo argomento. Ecco che l’elemento più interessante è stato proprio osservare come anche il diverso tono della recitazione abbia reso evidente contrasto tra la fermezza quasi statuaria di Farinata e la fragilità emotiva di Cavalcante. In questo modo la rappresentazione alle Ghiaie può essere raccontata non come una semplice lettura dell’Inferno, ma come una vera interpretazione scenica della poesia dantesca.
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Ciacco e la condanna degli eccessi umani
Questo dannato nella narrativa di Dante, non appare soltanto come il simbolo della gola, ma come la figura di una società che ha smarrito il senso della misura. È soprattutto l’interprete a suggerire questa lettura, quando rallenta la declamazione e imprime un accento più grave alle parole «superbia, invidia e avarizia», quasi separandole dal resto del verso, perché ciascuna acquisti un peso autonomo. La voce si fa allora meno descrittiva e più ammonitrice, mentre l’espressione «le tre faville c’hanno i cuori accesi», sembra oltrepassare la Firenze medievale per rivolgersi direttamente al presente. Ciacco cessa così di essere soltanto la caricatura del goloso e diventa nell’interpretazione dell’attrice, il testimone di una città divorata dai propri appetiti. La fame del cibo si trasforma simbolicamente in fame di ricchezza, di visibilità e di potere: un desiderio che cresce proprio mentre pretende di essere soddisfatto. Attraverso quella particolare cadenza, l’interprete lascia intuire quanto la condanna dantesca possa ancora riguardare una società dominata dall’eccesso, dal consumo e dall’incapacità di riconoscere un limite.
Francesca, l’amore e l’alibi del destino
Dalla voce dell’attrice e soprattutto dalle sue intonazioni, il racconto è apparso scandito da flessioni ed enfasi capaci di far emergere Francesca non soltanto come una donna travolta dall’amore, ma come una raffinata avvocata di sé stessa. Attribuendo ogni azione ad “Amore”, ella trasforma infatti una scelta personale in una forza inevitabile del destino, tentando ancora di sottrarsi al peso del proprio libero arbitrio. Il suo «Amor, ch’a nullo amato amar perdona» non risuonava più soltanto come la dichiarazione dell’irresistibilità dell’amore, ma come una sottile difesa pronunciata contro la responsabilità. Francesca non negava il fatto, né cercava di mutarne i protagonisti: non erano stati lei e Paolo, nella sua ricostruzione, a scegliere; era stato “Amore” a prenderli, a unirli e infine a condurli alla morte. Così, persino nell’Inferno, ella sembrava tentare un ultimo, inutile appello contro la propria condanna.
Ulisse e il dovere della responsabilità
Tra mito e realtà, la sete di conoscenza e la curiosità di Ulisse cessano di essere virtù quando si trasformano in incoscienza e mettono a rischio la sacralità della vita, propria e altrui. Il vero coraggio non consiste nell’illusione di poter superare ogni Scrittura. La sete di conoscenza e la curiosità di Ulisse cessano di essere virtù quando si trasformano in incoscienza e in menzogne che simbolicamente lo raffigurano in una lingua di fiamma biforcuta, ossia , nel “ lo maggior corno della fiamma antica”. Ulisse infatti ha ripetutamente messo a rischio la sacralità della vita, propria e altrui. Il vero coraggio non consiste nell’illusione di poter superare ogni limite, ma nella capacità di misurare con lucidità preventivamente le proprie forze. La prudenza in certi casi diventa così la più alta forma di responsabilità, mentre l’ardire sconsiderato, come dimostra anche il recente caso delle Seychelles, non merita l’elogio del mito, ma il severo giudizio della ragione.
Il saluto del pubblico e i ringraziamenti finali
A rappresentazione terminata dopo sostenuti e meritati applausi, le attrici si incontrano affettuosamente con il numeroso pubblico presente allo spettacolo che manifesta loro il proprio apprezzamento. L’ evento si chiude anche coni ringraziamenti, rivolti naturalmente ai “Bagni Elba” per il riuscito supporto logistico e allestimento della scena, ma soprattutto alla Direttrice del Museo artistico Bolano, Alessandra Ribaldone che ha dato vita alla iniziativa e alla sua riuscita. Ed è proprio lei, che durante la serata faceva notare, alzando lo sguardo sopra il palcoscenico, l’ inconsueto evento dei buoni auspici che la così detta congiunzione astronomica di Giove e Venere, simboleggia.
Un lieto auspicio astronomico
Quasi che il cielo avesse voluto partecipare alla rappresentazione, proprio la sera del 9 giugno, giorno astronomicamente segnato dalla congiunzione tra Giove e Venere, i pianeti (i due punti nelle foto) apparivano vicini e luminosi sopra l’orizzonte che faceva da sfondo naturale allo spettacolo. Era quello il momento culminante del loro incontro celeste, la notte in cui il loro apparente avvicinamento assumeva il significato più preciso e solenne. Giove, simbolo di autorità, giustizia e fortuna, e Venere, astro della bellezza, dell’amore e dell’armonia, sembravano così comporre nel cielo un inatteso segno di buon auspicio: come se, al termine del viaggio nelle tenebre dantesche, la notte avesse voluto ricordare che sopra ogni inferno rimangono sempre accese possibilità di luce … “ E quindi uscimmo a riveder le stelle”.
Alberto Zei






