Premessa — Restituire un nome e un volto alla storia
Quando si parla della Seconda guerra mondiale, il pensiero corre quasi inevitabilmente ai grandi fronti europei: alla Germania, alla campagna di Russia, alle vicende combattute sul territorio italiano e nei Paesi a noi più vicini. Molto più raramente, invece, la memoria si spinge fino all’Estremo Oriente, dove anche alcuni italiani furono condotti dagli avvenimenti della storia, lontanissimi dalle proprie case, dalle famiglie e dalla vita che avevano conosciuto.
È una pagina meno nota, quasi dimenticata, ma non per questo meno degna di essere raccontata. In quella storia più grande, fatta di decisioni politiche, alleanze, sconfitte e lacerazioni, entrarono anche uomini provenienti da piccole comunità come la nostra: giovani che misero a disposizione gli anni migliori della propria vita, le proprie energie e il proprio coraggio, rispondendo alle necessità e agli obblighi di un tempo drammatico.
Ricordarli oggi non significa celebrare la guerra, né ignorare le responsabilità, le divisioni e i giudizi che il dopoguerra ha inevitabilmente consegnato alla coscienza collettiva. Significa, piuttosto, restituire un nome, un volto e una vicenda umana a chi attraversò eventi più grandi di lui. Significa riconoscere che anche i cittadini dell’Isola d’Elba, talvolta inviati nei luoghi più lontani del mondo, furono partecipi di una stagione tragica della storia e meritano, al di là di ogni contrapposizione, rispetto, memoria e attenzione.
1. Danilo Casali: il volto familiare di un uomo di mare
Tra queste figure si colloca Danilo Casali, un nome che a Portoferraio molti hanno conosciuto e ricordano ancora con affetto. Uomo cordiale e sorridente, possedeva quella rara disposizione d’animo che lo portava a credere che, per ogni problema, potesse esistere una soluzione.
Era profondamente legato al mare, elemento essenziale della sua vita e della sua identità, e per molti anni del dopoguerra fu un punto di riferimento per la comunità, soprattutto attraverso la conduzione dello stabilimento balneare ancora oggi conosciuto come Bagni Elba. Sempre disponibile, attento alle necessità degli altri e alle questioni della vita quotidiana, Danilo Casali si interessava in modo particolare al mare, alle spiagge, al piccolo cabotaggio e a tutto ciò che riguardava la comunità marinara portoferraiese.
Dietro l’immagine familiare dell’uomo disponibile e operoso si celava, tuttavia, una vicenda giovanile assai più lontana e complessa: quella di un cittadino elbano che, durante il secondo conflitto mondiale, si trovò in Estremo Oriente, e precisamente in Giappone, coinvolto nelle vitali necessità logistiche di materie prime, imposte dagli avvenimenti bellici.
Attraverso i documenti e le testimonianze rimaste, questo articolo intende ricostruire quella parte meno conosciuta della sua vita. Non per esaltare le armi o le ideologie di allora, ma per conservarne la memoria e restituirla nella sua interezza alla storia di Danilo e della nostra comunità.
2. Danilo Casali e l’ultima grande traversata della nave Pietro Orseolo
Tra le vicende conosciute della navigazione italiana durante la Seconda guerra mondiale, quella della motonave Pietro Orseolo, appartenente alla Marina mercantile e dunque priva degli armamenti propri di una nave da guerra, occupa un posto particolare per l’audacia dell’impresa e per la riuscita dei compiti affidati.
Quella di Danilo fu una storia di mare, di lunghissime distanze, di pericoli continui e di uomini chiamati ad affrontare un’impresa che andava ben oltre la consueta esperienza della marina mercantile. Tra quegli uomini vi era appunto Danilo Casali, marinaio di Portoferraio, la cui partecipazione al viaggio tra Bordeaux e il Giappone e soprattutto alla drammatica traversata di ritorno del 1943, lega direttamente questa pagina di storia a uno degli uomini più rappresentativi dell’Isola d’Elba.
La Pietro Orseolo era una grande motonave mercantile italiana, impiegata durante la guerra nei collegamenti fra l’Europa e l’Estremo Oriente. Si trattava di missioni eccezionalmente difficili, perché le rotte marittime erano sottoposte alla sorveglianza delle flotte alleate e ogni nave mercantile diretta verso il Giappone o proveniente da esso, rischiava di essere individuata, attaccata e affondata.
Non si trattava, dunque, di normali viaggi commerciali, ma di vere e proprie operazioni di forzamento del blocco navale, compiute attraversando oceani immensi, lontano dalle rotte ordinarie e spesso in condizioni meteorologiche estreme. Per riuscire nell’impresa era necessario navigare mantenendo il silenzio radio, modificare frequentemente la rotta, evitare i convogli nemici e ridurre al minimo ogni possibilità di avvistamento.
3. Da Bordeaux verso il Giappone
Dopo una precedente traversata dal Giappone all’Europa, la Pietro Orseolo venne preparata a Bordeaux per un nuovo e ancora più impegnativo viaggio. In questa circostanza la nave fu adattata alle necessità belliche e dotata di alcuni armamenti difensivi; ben poco, tuttavia, avrebbe potuto fare se avesse incontrato aerei, sommergibili o unità navali avversarie. Questa estrema difesa fu affidata al gruppo militare di bordo, tra cui al Cannoniere scelto Danilo Casali.
Il 1º ottobre 1942 la motonave lasciò Bordeaux diretta verso il Giappone. Danilo Casali si trovava a bordo insieme agli altri componenti dell’equipaggio. La nave trasportava materiali strategici destinati alle potenze alleate dell’Asse in Estremo Oriente e avrebbe dovuto percorrere una rotta lunghissima attraverso l’Atlantico meridionale e l’Oceano Indiano.
Fin dai primi giorni la navigazione si dimostrò difficile. Per non essere individuata, la Pietro Orseolo evitò le rotte commerciali più frequentate e si spinse verso le alte latitudini meridionali, dove il mare era più duro e le condizioni di navigazione particolarmente severe. Era il prezzo necessario per sottrarsi alla ricognizione nemica.
L’equipaggio viveva in uno stato di continua allerta; ogni fumo all’orizzonte poteva annunciare una nave avversaria; ogni sagoma indistinta poteva trasformarsi in un sommergibile; ogni rumore proveniente dal cielo poteva anticipare un attacco aereo. Il pericolo non consisteva soltanto nell’essere colpiti, ma anche nell’essere identificati e segnalati alle forze alleate presenti lungo la rotta: in quel caso, la catastrofe avrebbe potuto abbattersi sulla nave in un momento successivo. Non vi era dunque, un solo istante di vera tranquillità.
4. Lo Stretto della Sonda e l’arrivo a Kobe
Durante l’avvicinamento all’Asia, la nave dovette affrontare uno dei tratti più delicati del percorso: lo Stretto della Sonda, fra Sumatra e Giava. Quel passaggio, stretto e quasi obbligato, era particolarmente pericoloso perché sottoposto alla sorveglianza dei sommergibili nemici e reso ancora più insidioso dalla presenza di mine.
La Pietro Orseolo riuscì tuttavia a superare anche quel tratto e a raggiungere Giacarta. Dopo ulteriori scali e rifornimenti, proseguì verso Singapore e quindi verso il Giappone. Nel Mar Cinese Meridionale si verificò anche un improvviso incontro notturno con un sommergibile che navigava in superficie. Le due unità si trovarono per pochi istanti a distanza ravvicinata, ma la sorpresa reciproca impedì un attacco immediato. Grazie alla sua velocità, notevole per una motonave mercantile, la Pietro Orseolo riuscì ad allontanarsi e a proseguire la navigazione.
Il 2 dicembre 1942 la nave raggiunse finalmente Kobe. Erano trascorsi più di due mesi dalla partenza da Bordeaux ed erano state percorse migliaia di miglia attraverso mari controllati o sorvegliati dal nemico. Il viaggio di andata era terminato con successo, ma la parte più importante e pericolosa della missione doveva ancora cominciare.
In Giappone la nave venne caricata con migliaia di tonnellate di gomma naturale e con altre materie prime strategiche.
5. Il prezioso carico e l’inizio del ritorno
In tempo di guerra, la gomma aveva un valore enorme. Era indispensabile per gli pneumatici dei mezzi militari, per i veicoli, per le guarnizioni, per i tubi, per i rivestimenti e per numerosi impieghi industriali. La Germania, sottoposta al blocco economico e militare degli Alleati, aveva un bisogno crescente di quella materia prima. Trasportare la gomma dall’Estremo Oriente all’Europa significava quindi portare a destinazione un carico considerato essenziale per la prosecuzione dello sforzo bellico.
Le balle di gomma vennero sistemate nelle stive della motonave e ogni spazio disponibile fu utilizzato per accogliere il prezioso carico. A bordo furono imbarcati anche numerosi passeggeri, in gran parte militari tedeschi destinati a rientrare in Europa.
La sera del 25 gennaio 1943 la Pietro Orseolo lasciò Kobe e iniziò il viaggio di ritorno. Da quel momento, ogni giorno di navigazione rappresentò una sfida. La nave attraversò nuovamente i mari dell’Asi, orientale, raggiunse Singapore, dove venne ottimizzato lo stivaggio; imbarcò così, altra gomma e si preparò a entrare nell’Oceano Indiano.
Ancora una volta dovette superare lo Stretto della Sonda, evitando campi minati e possibili agguati. La rotta fu modificata più volte per sottrarsi ai convogli e alle ricognizioni alleate. Quando venne segnalata la presenza di navi nemiche dirette verso l’Australia, il Comandante ordinò una vasta deviazione. La Pietro Orseolo si spinse pertanto ancora più a sud, sempre più lontano dalle normali vie di navigazione.
6. Nelle latitudini subantartiche
L’Oceano Indiano fu attraversato seguendo una rotta meridionale; poi la motonave si avvicinò alle fredde latitudini subantartiche e doppiò il Capo di Buona Speranza, anche in questo caso molto più a sud rispetto alle abituali rotte mercantili. In quelle acque il mare poteva diventare violentissimo, con onde alte, temperature rigide e venti persistenti.
Per Danilo Casali, proveniente dall’Isola d’Elba e formatosi attraverso l’esperienza della navigazione e del cabotaggio, quel viaggio rappresentava il passaggio definitivo dalla dimensione del mare costiero a quella sconfinata degli oceani. La conoscenza marinara acquisita nelle acque elbane e mediterranee veniva messa alla prova in un ambiente completamente diverso, dove la vastità delle distanze e la presenza costante del nemico imponevano resistenza fisica, disciplina e capacità di adattamento in ogni circostanza.
Il valore della sua partecipazione non deve essere cercato necessariamente in un singolo gesto clamoroso. Esso emerge soprattutto dalla continuità della presenza a bordo e dalla disponibilità ad affrontare l’intero viaggio, pur conoscendone ormai i rischi. Danilo, infatti, dopo avere compiuto la traversata verso il Giappone, rimase sulla nave e condivise con l’equipaggio anche il difficile ritorno verso l’Europa.
All’inizio di marzo del 1943 la Pietro Orseolo doppiò il Capo di Buona Speranza ed entrò nell’Atlantico. La meta era ancora lontana. La parte finale del viaggio sarebbe stata probabilmente la più pericolosa, perché la nave si avvicinava alle coste europee, dove la sorveglianza alleata era più intensa.
7. L’ultima rotta verso l’Europa
Alla fine di marzo, nelle acque dell’Atlantico settentrionale, la motonave incontrò un sommergibile tedesco incaricato di assisterla e di indicarle la rotta più sicura. La presenza della nave era però ormai sospettata dagli Alleati, che avevano intensificato le ricerche dei cosiddetti “violatori del blocco” provenienti dall’Estremo Oriente.
Per proteggere la Pietro Orseolo nell’ultima parte della navigazione, il comando tedesco inviò quattro cacciatorpediniere. Quando la motonave li avvistò, l’equipaggio non comprese immediatamente che si trattava della scorta amica. Le unità vennero inizialmente scambiate per navi britanniche e la Pietro Orseolo cercò di allontanarsi alla massima velocità. Soltanto dopo lo scambio dei segnali di riconoscimento fu possibile chiarire l’equivoco.
L’arrivo della scorta, tuttavia, non significava affatto che il pericolo fosse terminato. Come spesso avviene proprio all’ultimo momento, anche questa formazione fu presto individuata dagli aerei britannici. Contro la nave e i cacciatorpediniere vennero inviati aerosiluranti e caccia di scorta. Il cielo e il mare si trasformarono in un campo di battaglia.
Gli aerei si avvicinavano a bassa quota per lanciare i siluri, mentre le limitate artiglierie contraeree della Pietro Orseolo, insieme a quelle delle unità tedesche, aprivano il fuoco. La motonave manovrava rapidamente per evitare le armi lanciate contro di essa. Per un mercantile carico di migliaia di tonnellate di gomma, ogni cambiamento di rotta era complesso e richiedeva il coordinamento dell’intero equipaggio.
8. L’attacco della USS Shad
Gli uomini in coperta, in macchina e nei diversi servizi di bordo lavoravano sapendo che una sola esplosione avrebbe potuto incendiare o affondare la nave. L’attacco aereo venne superato: nessuno dei siluri lanciati dagli aerosiluranti riuscì a colpire direttamente la motonave. Per un momento sembrò che l’impresa fosse ormai vicina alla conclusione.
Ma nella notte fra il 31 marzo e il 1º aprile 1943 il sommergibile statunitense USS Shad riuscì a raggiungere la formazione. Dopo un lungo inseguimento in superficie, favorito dall’oscurità e dall’impiego del radar, il sommergibile si portò in posizione di lancio.
Nelle prime ore del 1º aprile, lo Shad lanciò una salva di siluri contro la Pietro Orseolo. L’equipaggio avvistò la minaccia e la nave tentò una manovra evasiva. Alcuni siluri passarono senza colpirla, ma uno raggiunse lo scafo in corrispondenza della seconda stiva. L’esplosione aprì un vasto squarcio nella fiancata.
Per gli uomini a bordo furono momenti drammatici. La nave era ormai prossima alla Francia, ma rischiava di affondare dopo avere attraversato due oceani. Le paratie stagne riuscirono tuttavia a limitare l’allagamento e a impedire che l’acqua si propagasse nelle altre parti dello scafo.
Dalla stiva danneggiata cominciarono a uscire migliaia di balle di gomma, che si riversarono in mare e rimasero a galleggiare sulle acque del Golfo di Biscaglia. Una parte consistente di quel carico tanto prezioso, trasportato per settimane attraverso l’Oceano Indiano e l’Atlantico, andò perduta a poche miglia dalla destinazione.
9. La Pietro Orseolo non affondò
Nonostante il danno, la Pietro Orseolo non affondò. Il fatto che la nave fosse rimasta a galla non dipese soltanto dalla robustezza dello scafo. Fu necessario l’intervento immediato e coordinato degli uomini dell’equipaggio, impegnati nel controllo degli allagamenti, nella verifica delle strutture, nel funzionamento delle macchine e nel mantenimento della capacità di governo.
In quel momento ogni marinaio contribuiva, secondo il proprio incarico, alla sopravvivenza della nave. Non vi erano compiti secondari: il lavoro di ciascuno diventava essenziale per impedire che il danno si trasformasse in una catastrofe.
Anche Danilo Casali visse quelle ore drammatiche, quando le balle di gomma cominciarono a fuoriuscire dalla stiva e tutto l’equipaggio dovette reagire per mantenere la motonave in navigazione. La scorta tedesca tentò inizialmente di recuperare parte del carico disperso, ma il rischio di nuovi attacchi impose di abbandonare rapidamente ogni operazione. La priorità era condurre la nave e gli uomini verso la costa francese.
Il 1º aprile 1943 la Pietro Orseolo raggiunse l’estuario della Gironda e, nei giorni immediatamente successivi, concluse il suo viaggio a Bordeaux.
10. L’impresa era compiuta
La nave era riuscita a percorrere l’intera rotta fra Bordeaux e il Giappone e quindi a fare ritorno in Europa. Aveva superato le tempeste delle alte latitudini, gli stretti sorvegliati, i convogli alleati, i sommergibili, la ricognizione aerea e, infine, un siluramento. Aveva perduto una parte del carico e riportato gravi danni, ma era arrivata.
La storia di Danilo Casali si inserisce pienamente in questa impresa. La sua non fu una presenza occasionale, ma la partecipazione a un viaggio completo di andata e ritorno, lungo mesi e migliaia di miglia, nel quale il pericolo accompagnò quotidianamente la vita dell’equipaggio.
È difficile conoscere oggi tutti i pensieri e le emozioni di quel marinaio elbano durante la traversata. Non possiamo sapere se a spingerlo fosse soprattutto il senso del dovere, lo spirito d’avventura, la fedeltà alla nave o il legame con i compagni. Probabilmente furono presenti tutte queste componenti. Possiamo però affermare che Danilo rimase al proprio posto quando il rischio non era più soltanto immaginato, ma conosciuto. Aveva già affrontato il viaggio verso il Giappone e ripercorse la stessa immensa distanza nel viaggio di ritorno, questa volta a bordo di una nave carica di materiale strategico e ricercata dalle forze alleate.
11. Il valore della continuità
Il suo valore risiede anche in questa continuità. Non fu il protagonista isolato di un gesto individuale, ma uno degli uomini senza i quali la nave non avrebbe potuto attraversare gli oceani, mantenere le macchine in funzione, reagire agli attacchi e raggiungere infine Bordeaux.
Il comandante stabiliva la rotta e assumeva le decisioni supreme, ma erano gli uomini dell’equipaggio a trasformare quelle decisioni in navigazione concreta. Una nave, per quanto grande e robusta, non supera da sola una tempesta, un blocco navale o un siluramento.
Per questo la vicenda della Pietro Orseolo appartiene anche a Danilo Casali e, attraverso di lui, all’Isola d’Elba. Appartiene a una terra che ha sempre avuto nel mare una delle proprie ragioni di vita e che può oggi riconoscere in quel suo marinaio una testimonianza di competenza, resistenza e coraggio.
Danilo Casali partì come uomo di mare e tornò come parte di un’impresa eccezionale. Il suo coraggio non consistette soltanto nell’avere affrontato l’ignoto, ma nell’essere rimasto al proprio posto per tutta la traversata, fino all’attacco finale e all’approdo in Francia.
Ricordarlo significa restituire un nome e un volto a quella comunità silenziosa di marinai che rese possibile il viaggio della Pietro Orseolo. Significa anche riconoscere che, dietro ogni grande impresa navale, vi sono uomini spesso rimasti lontani dalle cronache, ma indispensabili al suo compimento. Tra essi vi fu Danilo Casali, marinaio di Portoferraio.
12. Il merito individuale e la forza dell’equipaggio
Nonostante l’attacco subito e i gravi danni riportati durante il rientro, Danilo Casali e i suoi compagni dimostrarono una straordinaria capacità di resistenza, riuscendo a portare a compimento la missione e a ricondurre alla base una parte ancora consistente del carico.
Il valore di Danilo Casali deve pertanto essere riconosciuto sia come merito individuale, espressione di quelle naturali capacità, molte volte dimostrate anche qui, nella sua Isola, di trovare sempre un rimedio a ogni problema, sia come parte integrante di un’impresa collettiva nella quale ciascun marinaio condivise il pericolo, la fatica e la responsabilità della missione.
Con il proprio servizio, egli contribuì concretamente alla sicurezza della nave, alla salvaguardia del carico e al raggiungimento dell’obiettivo assegnato. La sua partecipazione all’impresa della Pietro Orseolo costituisce quindi una testimonianza di coraggio, senso del dovere e fedeltà al proprio compito: qualità che meritano di essere ricordate e pubblicamente riconosciute.
Una formula può racchiudere con particolare efficacia il senso di uella prova collettiva: «Il Comandante tracciò la via; gli uomini dell’equipaggio, tra i quali Danilo Casali, resero possibile percorrerla».
13. I riconoscimenti e la scelta dopo l’armistizio
Per il valore del loro contributo, per la tenacia dimostrata e per il coraggio con cui affrontarono il pericolo, Danilo Casali e gli altri protagonisti di quell’impresa ricevettero all’epoca importanti riconoscimenti. Tra questi vi fu, per Danilo, una Croce di guerra al valor militare, conferitagli per il suo fattivo e riconosciuto contributo fino al 1943.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Danilo si trovava a Bordeaux dove fu posto improvvisamente davanti a una scelta decisiva: continuare a combattere al fianco dei tedeschi, divenuti ormai avversari, oppure rifiutarsi.
Casali scelse di non collaborare e proprio per questa sua decisione, venne deportato in Germania, dove fu destinato ai lavori coatti. Anche in quelle durissime circostanze seppe dimostrare ancora una volta la propria tenacia e una straordinaria capacità di resistere alle privazioni e alle angherie subite.
14. Dove il racconto si interrompe
Il nostro racconto si interrompe a questo punto. La prosecuzione delle vicissitudini del nostro concittadino Danilo Casali troverà infatti spazio nel libro di prossima pubblicazione di Danilo Alessi, dedicato agli avvenimenti dell’ultima guerra mondiale e, in particolare, alla Resistenza.
Per evitare sovrapposizioni e inutili ripetizioni, lasciamo dunque a Danilo Alessi il compito di accompagnare il lettore, attraverso i suoi racconti, nelle fasi successive della vicenda umana e storica del nostro concittadino.
Alberto Zei






