Vorrei intervenire, sommessamente, a proposito dell’articolo del sindacato di polizia penitenziaria SAPPE apparso l’altro giorno su questo giornale.
Pensare di riaprire il carcere di Pianosa non è un ritorno al passato, è probabilmente il frutto di un colpo di sole estivo o di un innamoramento estemporaneo di sindacalisti in cerca di visibili. L'idea di riaprire le carceri sulle isole, a partire da Pianosa, può sembrare suggestiva sulla carta. Ma chi conosce davvero le isole e Pianosa in particolare, sa che la realtà è molto diversa dalla fotografia romantica che qualcuno sembra avere in mente. Pianosa non è un carcere abbandonato che aspetta semplicemente di essere riaperto. È un territorio fragile, isolato, con infrastrutture che negli anni hanno subito il peso del tempo e dell'abbandono. Pensare di riportarvi una struttura penitenziaria importante significa innanzitutto chiedersi quanto costerebbe riportare l'isola alle condizioni necessarie per ospitare nuovamente un carcere funzionante. Già oggi, con un numero estremamente limitato di detenuti presenti sull'isola, la Casa di reclusione di Porto Azzurro, da cui dipende Pianosa, deve fare i salti mortali per garantire i servizi essenziali, come l’approvvigionamento delle derrate alimentari, i carburanti e tutto ciò che è necessario per mantenere in funzione una struttura penitenziaria in un luogo così particolare. Immaginiamo cosa significherebbe moltiplicare quelle esigenze per 600/700 persone.
Non sto parlando soltanto di portare più detenuti. Servirebbero personale, approvvigionamenti, manutenzione, trasporti, energia, collegamenti, servizi sanitari, sicurezza e strutture abitative adeguate. Tutto questo su un'isola che non dispone certo delle stesse condizioni logistiche di una struttura penitenziaria sulla terraferma. Insomma, una montagna di problemi.
C'è poi un’altra questione più pratica: la vita quotidiana del personale di Polizia Penitenziaria, amministrativo e rieducativo in pianta stabile su un’isola così piccola.
Chi propone la riapertura dovrebbe spiegare concretamente dove dovrebbero vivere gli agenti, quali servizi avrebbero a disposizione, quali abitazioni sarebbero utilizzabili e quali condizioni di vita verrebbero loro garantite. Perché Pianosa non è più quella di decenni fa. Quando il carcere era pienamente operativo, sull'isola esisteva un vero tessuto abitativo e sociale legato alla presenza della colonia penale. C'erano strutture, abitazioni e servizi che consentivano anche alle famiglie del personale di vivere sull'isola. Oggi quella realtà non esiste più. Le case del nucleo storico che si affaccia sul meraviglioso porticciolo si sono letteralmente sbriciolate perché costruite con blocchetti di tufo e per la mancata manutenzione. Pretendere di ricostruirla significherebbe affrontare un intervento enorme, con costi difficilmente compatibili con l'idea semplicistica secondo cui sarebbe sufficiente "riaprire il carcere". Le celle non si riaprono con un interruttore. Il problema più evidente è lo stato delle strutture. Le vecchie diramazioni detentive sono state consumate dal tempo e dall'abbandono. Agrippa, il Giudice e le altre strutture che facevano parte del sistema carcerario di Pianosa non possono essere considerate semplicemente pronte a tornare in funzione. Praticamente è rimasto solo il “Sembolello” come diramazione detentiva ristrutturata anni fa dalla C.R. di Porto Azzurro e che attualmente ospita pochi detenuti che si occupano della piccola manutenzione e del modesto campo agricolo, con una capienza massima, se non ricordo male, di circa 30/40 detenuti. Nient’altro.
Il tempo non ha conservato Pianosa. Il tempo ha sommerso Pianosa. Quel poco che resiste lo si deve alla fatica e all’impegno della Direzione della C.R. di Porto Azzurro e al Parco Nazionale dell’arcipelago toscano. Forse l’errore imperdonabile è stato aver chiuso Pianosa e L’Asinara. Pensare di riaprile è pura fantasia. Quello che un tempo era un complesso penitenziario funzionante oggi richiederebbe interventi radicali di recupero, adeguamento e messa in sicurezza. E qui torna la domanda fondamentale: quanto costerebbe tutto questo?
Perché parlare di riapertura senza parlare di bilanci, progettazione, tempi, infrastrutture e costi, significa parlare soltanto per slogan. Forse il problema nasce proprio da una certa visione romantica dell'isola.
Chi immagina Pianosa da una cartolina probabilmente vede un'isola incontaminata. Chi a Pianosa ci ha vissuto, ci ha lavorato e, come si dice senza troppi giri di parole, ci ha anche "bestemmiato", conosce un'altra realtà: conosce l'isolamento; conosce le difficoltà dei collegamenti; conosce la fatica di far arrivare ciò che sulla terraferma arriva semplicemente con un camion; conosce soprattutto la differenza tra un'isola da visitare e un'isola sulla quale vivere e lavorare tutti i giorni.
Non basta evocare il passato.
C'è poi un'altra questione che meriterebbe una riflessione seria. La chiusura di Pianosa e dell'Asinara appartiene a una stagione politica e giudiziaria particolarmente complessa della storia italiana, segnata anche dalla lotta alla criminalità organizzata e dalle scelte compiute dallo Stato negli anni più drammatici della guerra alla mafia. E’ stato sbagliato averle chiuse in quel modo: frettolosamente e male. A Pianosa c’erano stalle all’avanguardia, allevamenti di bestiame e un caseificio degni di rispetto, un patrimonio di esperienza e strutture oramai definitivamente perdute. Ma non possiamo pretendere che Pianosa possa tornare ad essere quella di allora con un colpo di bacchetta magica.
Nel frattempo il mondo è cambiato. Sono cambiate le esigenze della sicurezza penitenziaria, sono cambiate le normative, sono cambiati gli standard abitativi e lavorativi, sono cambiate le esigenze del personale.
Se l'obiettivo è affrontare il sovraffollamento carcerario, bisogna avere il coraggio di affrontare il problema con soluzioni strutturali. Recuperare e rendere efficienti strutture esistenti sulla terraferma; costruire dove esistono collegamenti, servizi e infrastrutture; migliorare le condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria con nuove assunzioni.
Pianosa non ha bisogno di un ritorno al passato. Pianosa merita rispetto proprio perché ha una storia importante. La sua storia penitenziaria non deve essere cancellata, ma nemmeno necessariamente ripetuta. L'isola merita una maggiore valorizzazione attraverso la memoria, la cultura, l'ambiente, il turismo sostenibile e il recupero intelligente del patrimonio storico. Mi sembra che gli sforzi del PNAT e degli Enti locali stanno andando in qualche modo in questa direzione.
Riepilogando, chi propone la riapertura dovrebbe smettere di parlare soltanto della suggestione dell'isola-carcere e cominciare a presentare numeri, progetti e risposte concrete: quanto costerebbe? Quali edifici possono essere recuperati? Quanto tempo servirebbe? Dove vivrebbero gli agenti? Quali servizi sarebbero garantiti alle loro famiglie? Come arriverebbero quotidianamente derrate alimentari, carburanti e materiali vari? Quanto costerebbe mantenere tutto questo ogni anno? E soprattutto: è davvero questa la soluzione più intelligente al problema del sovraffollamento degli Istituti penitenziari? Al secondo quesito già butterebbero la spugna.
Pianosa non è un'idea. Non è uno slogan. Non è una fotografia ingiallita. È un'isola reale, con problemi reali e persone che su quell'isola hanno vissuto e lavorato. Meriterebbe altre attenzioni da parte dello Stato.
Salvatore Insalaco






