Dopo l’ipotesi in merito alla volontà della Regione Toscana di trasferire sull’isola di Pianosa degli esemplari di Cinta Senese – minacciata d’estinzione dall’avanzata della peste suina africana – e la dura presa di posizione di Legambiente, si moltiplicano le prese di posizione da parte di accademici e scienziati di settore.
Dopo i recenti interventi sulle nostre colonne, abbiamo intervistato Francesco Ferretti, professore associato presso il dipartimento di Scienze della vita dell'Università degli Studi di Siena. Ferretti si occupa di ecologia, comportamento, gestione e conservazione di mammiferi terrestri e conduce ricerche in collaborazione con enti gestori di aree protette. È componente dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn)/Species survival commission caprinae specialist group, del Consiglio direttivo dell'Associazione teriologica italiana e del Comitato scientifico del Wwf Italia.
Intervista
Professor Ferretti, ritiene condivisibile l'idea di prevedere la conservazione della Cinta Senese nel territorio di un'isola come Pianosa?
È comprensibile e ragionevole che vengano cercate soluzioni per proteggere una razza di grande valore storico, culturale e genetico come la Cinta Senese dalla minaccia costituita dall'avanzamento della peste suina africana. La presenza di un suide su un'isola, peraltro di piccole dimensioni e tutelata da un Parco nazionale, rischierebbe però di rappresentare una seria minaccia per la tutela della biodiversità del luogo.
Per quale motivo non è raccomandabile trasferire suini di Cinta Senese su un'isola come Pianosa?
Gli ecosistemi insulari sono ambienti estremamente delicati, spesso caratterizzati da una recente evoluzione in assenza di grandi mammiferi. Un suide dalle abitudini alimentari onnivore e generaliste, in grado cioè di nutrirsi sia di organismi vegetali, sia animali (per esempio invertebrati e piccoli vertebrati), rischia di rappresentare una minaccia grave per le specie autoctone. Anche se tenuto in recinto, il rischio di incidenti o fughe non può mai essere completamente scongiurato, determinando poi la necessità di interventi successivi.
Il confinamento in un'isola non potrebbe però proteggere la Cinta Senese dall'avanzata del contagio?
La peste suina sta effettivamente avanzando in Toscana e, ripeto, è importante che si stia cercando di individuare soluzioni per proteggere la Cinta Senese. Tuttavia è anche vero che diversi focolai precedenti (per esempio in Calabria, nel Lazio e nel Cilento), compreso quello iniziale tra Piemonte e Liguria, sono comparsi improvvisamente e a grande distanza da aree in cui la malattia era presente, evidentemente per effetto di un contagio accidentalmente veicolato dall'uomo.
Per quanto un'isola sia naturalmente più "protetta" rispetto alla terraferma, essa potrebbe non garantire comunque una totale protezione. Il concreto rischio sarebbe quello di investire in un intervento che metterebbe a repentaglio conquiste di conservazione raggiunte con grande impegno dall'Ente Parco nazionale dell'Arcipelago toscano, senza peraltro dare una completa garanzia di soluzione del problema.
Come già auspicato anche da colleghi, sarebbe molto importante se il positivo e tempestivo spirito costruttivo dell'iniziativa venisse indirizzato verso soluzioni non impattanti sulla conservazione di ecosistemi così preziosi, particolari e vulnerabili come quelli delle piccole isole.
A cura di Luca Aterini






