Le farfalle più attraenti agli occhi umani ricevono anche maggiore attenzione da parte dei ricercatori e hanno maggiori probabilità di essere incluse negli strumenti europei di tutela. A dimostrarlo è lo studio “Beauty bias in butterfly research and conservation”, pubblicato su Current Biology da un team onternazionale di ricercatori coordinato da Leonardo Dapporto, del Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze, e Mariagrazia Portera, del Dipartimento di Lettere e Filosofia dello stesso Ateneo, e che ha raccolto 171.348 valutazioni estetiche relative a 492 specie europee, attraverso un’indagine online che ha ottenuto oltre 21.000 compilazioni da più di 100 Paesi.
Dapporto spiega che «Queste valutazioni hanno permesso di costruire un indice di attrattività percepita per ciascuna specie. I ricercatori lo hanno poi confrontato con numerosi indicatori: immagini caricate su iNaturalist e Flickr, pagine e consultazioni di Wikipedia, pubblicazioni scientifiche, sequenze genetiche disponibili, interventi di conservazione condotti, finanziamenti LIFE (uno dei maggiori programmi di finanziamento della biodiversità a rischio da parte della Commissione europea) e presenza delle specie negli strumenti normativi (Convenzione di Berna, Direttiva Habitat) e nelle Liste Rosse europee della IUCN. E’ emerso un quadro per il quadro farfalle con un certo tipo di caratteristiche morfologiche (a livello di colore, forma della cosa, disegno delle ali ecc.) risultano più attraenti percettivamente. Il problema, tuttavia, non riguarda tanto che cosa ci piace di più delle farfalle quanto dove e come queste preferenze innescano bias e distorsioni».
Infatti, lo studio mostra come apprezzamenti estetici relativi a decenni fa abbiano innescato un processo capace di rafforzarsi nel tempo. La Portera evidenzia che «Alcune specie vistose e appariscenti hanno ottenuto attenzione e protezione a partire dal secolo scorso, sono perciò entrate nei principali strumenti normativi europei e, proprio grazie a questo posizionamento iniziale, generalmente inconsapevole, hanno continuato ad attrarre finanziamenti, interventi e nuovi studi. Nel frattempo, le minacce alla biodiversità e le conoscenze scientifiche sono profondamente cambiate, ma il sistema legislativo e la distribuzione delle risorse sono rimasti in larga parte ancorati alle scelte del passato. Il risultato è un sistema di relazioni che si sviluppa nel tempo e ricorda il cosiddetto “effetto San Matteo”: chi possiede un vantaggio (percettivo) iniziale tende ad accumularne altri. Nel caso delle farfalle, l’attrattività a livello visivo è associata a una maggiore attenzione pubblica e scientifica, ma anche alla probabilità di essere state protette nelle prime fasi della costruzione della politica europea per la biodiversità».
Una selezione nata prima dei moderni criteri di valutazione
Secondo i ricercatori, «Il passaggio decisivo risale a circa quarant’anni fa, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta del Novecento, quando la conservazione biologica muoveva i primi passi. In assenza di sistemi continentali di monitoraggio, di grandi banche dati e di procedure standardizzate per valutare il rischio di estinzione, l’attenzione verso una specie dipendeva spesso dall’intraprendenza di singoli ricercatori, naturalisti o organizzazioni non governative. Le informazioni disponibili provenivano da pubblicazioni scientifiche, ma anche da relazioni tecniche, letteratura non indicizzata, conoscenze personali e iniziative di conservazione non sempre inserite in un quadro generale e sistematico. Questo impegno pionieristico ebbe un valore fondamentale: senza di esso molte specie e molti habitat non avrebbero ottenuto alcuna protezione. Ma le scelte maturate in quel contesto riflettevano inevitabilmente le conoscenze, gli interessi e le sensibilità dell’epoca».
Il nuovo studio pubblicato su Current Biology non si pone l’obiettivo di ricostruire, con strumenti storico-archivistici, le intenzioni dei decisori né di stabilire attraverso quali pressioni ogni singola specie sia entrata nelle liste. Mostra però che le specie incluse nella Convenzione di Berna del 1979 erano mediamente più attraenti di quanto ci si aspetterebbe da una selezione casuale, mentre l’inclusione non risultava legata né all’ampiezza dell’areale né alla quantità di letteratura scientifica allora disponibile.
Dapporto ricorda che «La Convenzione di Berna rappresentò un progresso decisivo nella protezione della fauna europea, ma la sua lista divenne anche il punto di partenza di una lunga eredità istituzionale. Quando nel 1992 fu approvata la Direttiva Habitat, 21 delle 32 specie di farfalle in essa protette provenivano già dalla Convenzione di Berna. L’appartenenza a quest’ultima risultò quindi il principale fattore associato all’ingresso nella nuova Direttiva, che ereditò così anche la sovrarappresentazione delle specie più appariscenti».
Dalla legge ai finanziamenti, e dai finanziamenti a nuova ricerca
La Direttiva Habitat orienta la gestione del territorio e l’impiego delle risorse europee per la conservazione. In particolare, la presenza di una specie nelle liste degli allegati della Direttiva favorisce l’accesso ai progetti LIFE, il principale strumento finanziario dell’Unione europea dedicato all’ambiente e all’azione climatica. «Da qui il circuito si rafforza – aggiunge Dapporto - Le specie protette ricevono finanziamenti, diventano oggetto di interventi, monitoraggi e progetti specifici. Queste attività producono nuovi dati e pubblicazioni scientifiche. Inoltre, i ricercatori possono essere portati a concentrarsi sulle specie già comprese nella legislazione, sia perché sono disponibili risorse per studiarle sia perché il loro status rende più probabile ottenere nuovi finanziamenti. La ricerca genera ulteriore visibilità, consolida reti di esperti e rende quelle stesse specie candidate naturali per nuove azioni. La protezione iniziale produce quindi ricerca e investimenti, che a loro volta giustificano e rafforzano altra protezione. Non si tratta necessariamente di decisioni sbagliate, se considerate singolarmente: il problema emerge dall’accumularsi delle loro conseguenze. Un vantaggio iniziale, nato in un sistema ancora poco strutturato, può trasformarsi in una priorità permanente».
Le Liste Rosse raccontano oggi una realtà diversa
A mostrare quanto questo processo si sia progressivamente allontanato dalle urgenze ecologiche sono le Liste Rosse europee della IUCN. A differenza degli strumenti legislativi (ad esempio la Direttiva Habitat), queste liste valutano il rischio di estinzione attraverso criteri quantitativi standardizzati, basati per esempio sull’ampiezza e sulla contrazione dell’areale, sulla consistenza delle popolazioni e sul loro declino. E lo studio evidenzia che «Qui il bias estetico scompare. Nella Lista Rossa europea del 2025, le specie minacciate risultano anzi mediamente meno appariscenti rispetto all’insieme delle farfalle europee. Molte sono specie dai colori poco vistosi, spesso appartenenti a gruppi legati agli ambienti montani o presenti in popolazioni piccole, isolate e geograficamente ristrette. Il disallineamento è aumentato rapidamente. Nel 2010, 12 delle 37 specie europee considerate minacciate erano comprese nella Direttiva Habitat. Nel 2025 le specie minacciate sono salite a 65, ma soltanto 7 risultano protette dalla Direttiva.
Dapporto fa notare che «Nel frattempo infatti sono cambiate sia le conoscenze sia le pressioni ambientali. 5 delle sei specie oggi classificate “in pericolo critico” non erano ancora riconosciute come specie distinte nel 1975. Inoltre, il cambiamento climatico, i cui effetti sulle farfalle erano quasi sconosciuti quando furono approvate la Convenzione di Berna e la Direttiva Habitat, interessa oggi il 52% delle specie minacciate. La questione, dunque, non è “colpevolizzare” la bellezza o l’esperienza estetica della natura, ma interrogarsi esplicitamente sul ruolo e gli effetti di preferenze e valori estetici nella conservazione biologica. Inoltre, si tratta di limitare la possibilità che la capacità di attrarre attenzione, da parte di alcune specie, si trasformi in una gerarchia istituzionale permanente, sempre meno collegata al rischio reale di estinzione. I risultati indicano la necessità urgente di aggiornare la legislazione e le politiche europee, integrando negli strumenti vincolanti le valutazioni quantitative più recenti, come per esempio le liste rosse IUCN sia a livello continentale sia nazionale. Occorre inoltre sostenere programmi di ricerca e monitoraggio estesi a interi gruppi tassonomici, capaci di produrre dati anche sulle specie meno appariscenti e non soltanto su quelle già protette».
Portera e Dapporto concludono: «Riconoscere il beauty bias non significa negare il valore della bellezza naturale, ma evitare che decisioni che conducono alla sovra-rappresentazione di specie attraenti (maturate più o meno inconsapevolmente nel tempo) continuino a determinare le priorità di oggi. Inoltre, significa chiedersi che idee di “bellezza” e di “natura” abbiamo in mente quando conserviamo, per evitare che il modello “museo” oppure “archivio” si sostituiscano inconsapevolmente all’esperienza viva della natura intorno a noi. Riallineare norme, ricerca e finanziamenti e adottare approcci inter- e transdisciplinari alla conservazione è ormai indispensabile per impiegare le risorse disponibili laddove la biodiversità ne ha realmente più bisogno».






