Un gruppo di ricercatori di Pisa e di Aix-en-Provence ha recentemente pubblicato sulla rivista scientifica “Archaeological and Anthropological Sciences” uno studio sulle colonne di granito degli edifici medievali pisani.
L’articolo “Material journeys: unravelling itineraries of granite shafts in medieval Pisa”, di Claudia Sciuto, Valérie Andrieu e Pierre Rochette, è interessante per l’Elba perché la riguarda da vicino: uno dei risultati è già che il 44% delle colonne esaminate (sono state prese in considerazione praticamente tutte quelle presenti a Pisa) proviene infatti dallo Scoglio. Seguono, a distanza, altre provenienze quali la costa dell’Anatolia, la Corsica, la Sardegna…
Una differenza con lavori precedenti è che in questo caso l’origine è stata accertata non solo dalle caratteristiche visibili della pietra, ma anche con indagini strumentali che, senza necessità di analizzare campioni in laboratorio, sempre dalla superficie esterna hanno ricavato dalle caratteristiche chimiche e magnetiche una sorta di “impronta digitale” dei vari graniti, che è diversa per ogni zona di provenienza.
Non sempre, però, le colonne elbane sono state cavate appositamente, e non sempre sono arrivate direttamente a Pisa: molte appaiono essere di recupero (“spolia”) da edifici di epoca romana, alcune addirittura sono state trasportate a Pisa da varie località nei pressi delle coste mediterranee frequentate dai pisani, quali Roma stessa. In altri casi risulta invece che le maestranze medievali hanno lavorato nelle cave elbane espressamente per gli edifici in costruzione, come per la chiesa di San Michele in Borgo: questo coincide del resto con quanto si trova in uno dei primi documenti scritti relativi al Medioevo elbano, dove l’abate Bono intorno al 1048 si vanta di aver fatto arrivare le colonne della chiesa dall’Elba e da Luni. Anche le enormi colonne del Duomo vengono dirette ed espresse dall’isola.
Nell’Undicesimo secolo, quindi, i pisani cavavano granito all’Elba. Già questa informazione non è banale: il dominio effettivo da parte di Pisa è attestato dal secolo successivo, ma se a quest’epoca i pisani erano in grado di aprire cantieri e trasportare il granito in patria, è evidente che avevano già un controllo alquanto sicuro sia sull’isola che sul mare. Inoltre, che le cave già usate dai Romani fossero state, in qualche modo e misura, riaperte nel Medioevo, lo si inferisce per via indiretta, ma di scritto non c’è quasi nulla: dopo l’abate Bono, vi sono un paio di accenni a colonne nel Dodicesimo secolo, poi nella documentazione del Duecento e del Trecento si parla di esportazione di minerale ferroso, di vino, anche di capre… mai una sola volta di granito, il che tende ad escludere che l’attività estrattiva, se mai vi era ancora, avesse granché rilevanza per i traffici.
Infatti vediamo dallo studio pubblicato che quasi tutti gli edifici pisani con colonne elbane non vanno più in là della metà del Dodicesimo secolo: di più tarde se ne trova qualcuna solo in palazzo Gambacorti, costruito fra 1370 e 1392, attuale sede del Comune, e nei portici di Borgo Stretto, del Cinquecento, quando i Medici tornano in effetti a interessarsi al granito elbano – e comunque non si può escludere che anche queste fossero “spolia”. Passata la fase della grande edilizia monumentale
pisana, sembra quindi che per lungo tempo il granito elbano sia rimasto confinato quasi solo all’uso locale. In questo generale buio di conoscenze, ogni nuovo dato risulta tanto più prezioso.
Francesco Stea







