È la mattina dell’8 gennaio 1911, manca un’ora alla prima alba: i lampioni a gas sulla Calata diffondono la loro debole luce sulla strada e sul mare, che la riflette in scaglie d’argento che si rincorrono, come in una danza. Nell’appartamento del Palazzo dei Merli, Bice Gori, la sorella di Pietro, che è accanto a lui da sempre – amica, segretaria, infermiera, consolatrice – premurosa, attenta, instancabile, si riscuote dal dormiveglia e dal torpore che l’ha afferrata dopo una nottata di veglia sulla poltrona accanto al letto del moribondo. Pietro è ormai alla fine, il medico che l’ha visto la sera prima non dà speranze Chissà se arriverà a domani ha detto. Lei se lo guarda: non si agita più come nei giorni precedenti, ma il respiro è affannoso e il bel viso scavato ha il malsano rossore della febbre, che se lo divora; le mani che tengono il lenzuolo sono ceree, quelle mani una volta belle ed eloquenti, che parlavano con lui nei tribunali, nei comizi di piazza, ad esprimere la condanna delle ingiustizie, dei soprusi, a convincere l’uditorio della bontà delle sue parole; o che suonavano la chitarra mentre intonava Addio Lugano bella nella commozione di chi ascolta con gli occhi lucidi e canta con lui. Con passo silenzioso entrano in camera gli amici Pietro Castiglioli e Pilade Cervelli, che trovano la porta sempre aperta e poco dopo il dottor Eugenio Marini. Poi, in punta di piedi, arrivano altre persone, che si tengono rispettosamente a distanza. A un tratto il malato dà segno di volersi tirare un po’ più su, sui cuscini, per vedere il mare e mormora che sente arrivare la fine: chiede alla sorella di avvicinarsi e le bacia più volte il viso rigato di lacrime, ringraziandola di tutto quello che ha fatto per lui; poi fa cenno al Castiglioli di fare altrettanto, gli dà un bacio e gli sussurra che quel bacio vale anche per tutti gli amici, ai quali invia l’ultimo affettuoso saluto. Tutti piangono, cercando di soffocare i singhiozzi che urgono nel petto. Dopo questo sforzo, esausto, Pietro si fa stendere e poco dopo entra in agonia: il respiro si fa rauco e ansimante, i movimenti irregolari e involontari; Marini è chino su di lui, padre e medico al contempo. Bice si avvicina alla finestra, guarda la luce farsi faticosamente strada nel buio: è disperata, prega soltanto che la morte misericordiosa arrivi presto e cessi le sofferenze di quel fratello tanto amato e ancora nel fiore degli anni. Qualcuno l’ascolta: alle 6.22 cessa ogni rumore. Pietro non c’è più.
Tutti partecipano alle esequie, a casa resta soltanto chi è malato. I discorsi di commemorazione si tengono in piazza Cavour e, come racconta qualche giorno dopo il giornale La Difesa, il lungo corteo funebre con bandiere e musica, in ordine perfetto, percorre via Guerrazzi e le Calate, fino all’imbarco sul piroscafo Giglio, che lascia la banchina in un tripudio di saluti, lacrime e commozione.
A Piombino ogni spazio disponibile è pieno di gente; alcuni, non trovando posto sul bordo delle strade, salgono addirittura sui tetti e da lì, in silenzio, lanciano garofani rossi sul carro funebre. Come all’Elba, è lutto generale: i negozi sono chiusi, gli spettacoli sospesi. Il dolore è impresso sui volti, si esprime nel pianto e nel gesto di un vecchio che, toccata la bara esclama Addio, Pietro, ti ho voluto tanto bene! Lungo il tragitto del treno che lo trasporta, centinaia di operai lo salutano alle stazioni; a Castiglioncello lo aspettano duemila persone e trenta bandiere, da Ancona, Pisa, Livorno, Massa Carrara. La cassa viene portata a braccia per sette chilometri fino a Rosignano Marittimo, paese natale della madre, dove giunge in una nottata fredda, ventosa, di mare in tempesta. Un corteo con le torce accese lo accompagna a casa Gori dove è improvvisata la camera ardente. Il giorno dopo una folla immensa assiste alla tumulazione nella tomba di famiglia del piccolo cimitero, non prima d’aver preteso e ottenuto l’apertura della bara per vedere l’ultima volta l’amata effigie. Portoferraio esprimerà il suo affetto e la sua riconoscenza all’avvocato anarchico dedicandogli una piazza e una via. Il 30 novembre 1913 verrà infatti inaugurata la lapide in marmo dello scultore Arturo Dazzi, di dimensioni notevoli e raffigurante un nudo femminile, simbolo dell’Idea, con la testa cinta di un’aureola di spine, a ricordo dei patimenti del suo apostolo.
Maria Gisella Catuogno






