«Attianus avait vu juste: l’or vierge du respect serait trop mou sans un peu d’alliage de crainte.»
«Attiano aveva visto giusto: l’oro vergine del rispetto sarebbe troppo tenero senza una certa lega di paura.»
— Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano
Nessuna frase descrive meglio l’essenza del potere romano – e il ruolo cruciale di Publio Acilio Attiano – di questa intuizione letteraria della Yourcenar. L’Impero non si reggeva solo sulla virtù e sulla legge, ma sulla necessaria brutalità di chi operava nell’ombra. Attiano fu esattamente questo: l’artigiano che fuse la paura necessaria per rendere solido il trono del giovane Adriano, permettendo all’Imperatore di brillare come oro puro mentre lui, il tutore, si sporcava le mani.
Spesso relegato nei libri di storia al ruolo di comparsa, Attiano detenne per una breve, cruciale finestra temporale il destino del mondo nelle sue mani. Ma la sua storia non finisce tra i marmi insanguinati del Palatino; prosegue, inaspettatamente, tra il granito e la brezza dell’Isola d’Elba, dove l’uomo più potente di Roma si ritirò a vivere come un re senza corona.
La parabola di Attiano inizia lontano, verosimilmente a Italica, nella Hispania Baetica (l’odierna Andalusia), culla di quella “cricca spagnola” che avrebbe dominato il II secolo. Divenuto tutore del giovane Adriano alla morte del padre nell’86 d.C., Attiano non fu solo un guardiano, ma un vero padre putativo, costruendo pazientemente la strada verso il potere supremo. Il suo capolavoro politico si compì nell’agosto del 117 d.C. a Selinus, in Cilicia, al capezzale dell’imperatore Traiano morente. Le fonti antiche sussurrano che Traiano spirò prima di aver formalmente adottato Adriano e che fu proprio Attiano, allora onnipotente Prefetto del Pretorio, in combutta con l’imperatrice Plotina, a gestire il vuoto di potere, forse celando la morte del Principe il tempo necessario per falsificare le carte dell’adozione. In quelle ore frenetiche, Attiano non salvò solo una dinastia: fabbricò un Imperatore.
Tornato a Roma mentre Adriano era ancora in Oriente, Attiano applicò alla lettera la “lega della paura”. Per consolidare un trono ancora fragile, ordinò l’esecuzione sommaria dei “Quattro Consolari”, tra cui il potente generale Lusio Quieto e Avidio Nigrino, eliminando preventivamente ogni possibile rivale. Fu un atto di brutale Realpolitik che permise ad Adriano di regnare in pace, ma che segnò la fine politica del suo mentore. Adriano, giunto nell’Urbe, scaricò la colpa su Attiano per mantenere intatta la sua immagine di principe illuminato. Nel 119 d.C., Attiano fu costretto a dimettersi dalla Prefettura, ricevendo in cambio il rango senatoriale e le insegne consolari.
È qui che la storiografia ufficiale tace e l’archeologia elbana prende la parola, svelando un “esilio” che assomiglia molto di più a un dominio feudale. Attiano non scomparve nel nulla, ma si trasferì nell’Arcipelago Toscano, e specificamente all’Elba, portando con sé immense ricchezze e la mentalità del costruttore. Le tracce della sua presenza sono inequivocabili e ci restituiscono l’immagine di un magnate attivo e devoto.
A Portus Argo, la città romana che giace sotto l’odierna Portoferraio, il suo nome riecheggia nelle infrastrutture stesse della città. Il ritrovamento di fistulae (tubi di piombo) bollate con il suo nome nell’acquedotto sotterraneo dimostra che Attiano finanziò personalmente opere pubbliche vitali per l’approvvigionamento idrico. Questo dettaglio si salda perfettamente con le memorie storiche locali, come il manoscritto del sergente Sarri del XVIII secolo, che descrive una Portoferraio sotterranea ricca di vestigia romane imponenti: pavimenti in marmo, mosaici policromi, pareti affrescate in rosso focato e terme che nulla avevano da invidiare a quelle della capitale. Attiano si muoveva in una Fabricia viva, pulsante, forse risiedendo in una delle due grandi ville marittime che dominavano la rada: la lussuosa Villa della Linguella o la panoramica Villa delle Grotte.
Ma l’Elba di Attiano non era solo otium e bagni termali. Nella parte occidentale dell’isola, tra le cave di granito di Seccheto e Cavoli, sono emersi reperti che lo collegano all’industria estrattiva. Attiano era probabilmente divenuto un “Barone del Granito”, controllando l’estrazione della preziosa pietra che serviva a monumentalizzare l’Impero. La sua presenza fisica e spirituale è attestata da una splendida ara dedicata a Hercules Sancto, rinvenuta proprio in zona ed oggi conservata al Museo della Linguella. La scelta di Ercole, eroe della forza e della fatica, non è casuale per un uomo che aveva retto il peso dell’Impero sulle sue spalle.
Infine, un ultimo tassello chiude il cerchio tra l’Andalusia e l’Elba. Il relitto di Chiessi, con il suo carico di anfore provenienti dalla Baetica (Siviglia), suggerisce l’esistenza di un ponte commerciale diretto voluto proprio da Attiano. L’ex prefetto, pur signore dell’Elba, non dimenticò le sue origini, importando olio, vino e garum dalle sue tenute spagnole alla sua residenza isolana. Attiano morì dunque non come un esule sconfitto, ma come un potente signore locale, circondato dal lusso delle ville di Portoferraio e dalla maestosità delle sue cave, dopo aver donato a Roma il suo imperatore più complesso e aver pagato, con il suo silenzio, il prezzo di quell’oro vergine.
Angelo Mazzei
Bibliografia iniziale
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano
Historia Augusta, Vita di Adriano
Cassio Dione, Storia Romana, Libro LXIX
Manoscritto Sarri (XVIII sec.), in Persephone Edizioni
O. Pancrazzi, Ville e giardini romani all’isola d’Elba
Ilaria Monti, Fabrizio Paolucci, Michelangelo Zecchini, Porto Ferraio Medicea, Scavi e Scoperte 1548-1555
Reperti archeologici: Ara dedicata a Hercules Sancto e fistulae acquarie (Museo Archeologico della Linguella, Portoferraio).






