L'isola d'Elba non può mai essere Itaca
L'isola d'Elba non può mai essere Itaca, perché il percorso per arrivare ad Itaca passa dallo Stretto di Messina. Nella descrizione del ritorno, che diventa possibile perché i Feaci accompagnano Ulisse con le loro navi, non compare nessun luogo, perché Ulisse dorme, ed Omero dovrebbe ripetere le tappe del viaggio che Tiresia, il vate, gli ha indicato. Per ritornare in patria dovrebbe passare dallo stretto di Messina.
Quando Ulisse incontra Eumeo ad Itaca egli parla dell'Epiro, del famoso luogo di oracolo Dodona, e quindi siamo lontanissimi dall'isola d'Elba invece e vero che il viaggio di Ulisse si snoda lungo il Mar Tirreno e quindi che la civiltà descritta e quella italica ed anche etrusca, e non quella greca, come hanno finora affermato gli studiosi e critici di Omero. La collocazione dei Feaci in terra campana, accreditata dalla presenza dell'Alto Monte, che sarebbe la traduzione in greco del Monte Somma presso Napoli, ci aiuta a comprendere meglio l'itinerario di Ulisse prima del 480.a.C. la civiltà etrusca e quella fenicia dominavano il Mediterraneo occidentale e dai ritrovamenti nelle tombe etrusche abbiamo le prove di un commercio abbastanza intenso con l'Egitto. Io ho scritto degli articoli sulle tappe del viaggio di Ulisse lungo il Mar Tirreno, sotto le voci Circe, Calipso, i Feaci etc. Che si possono trovare sotto il mio nome, vedi Google.
Lydia Schropp
La filologia dello "scarto" e la censura del testo imbarazzante
Gentile Signora,
la Sua difesa della versione canonica — quella del "poeta cieco tra i Feaci" — è comprensibile: è la storiella rassicurante che si ripete da secoli nelle aule scolastiche. Tuttavia, nel campo della ricerca storica, la ripetizione non è garanzia di verità.
Il vero problema metodologico, che purtroppo affligge certa filologia accademica, è l'abitudine a trattare i testi antichi come un letto di Procuste: se un documento è "troppo lungo" o sporge dai bordi della teoria accettata, lo si taglia. Se è "imbarazzante", lo si dichiara corrotto.
Le porto tre esempi di come questa "filologia dello scarto" abbia operato una damnatio memoriae sistematica sul ruolo del Tirreno arcaico:
1. Il caso "Eraclide": cancellare la Tirrenia.
Nelle edizioni critiche moderne (Wehrli, Gottschalk) del De Politiis, il paragrafo su Cefalonia è stato "ripulito". Perché? Perché nelle edizioni storiche pre-1700 (come la Varia Historia curata da Vulteius, 1613, basata su manoscritti che oggi si preferisce ignorare), il testo greco recita inequivocabilmente: Testatur Homerus se ex Tyrrhenia... ("Omero stesso testimonia di essere giunto dalla Tirrenia...").
Poiché l'idea di un Omero proveniente dall'Etruria (e non da Chio o Smirne) è inaccettabile per l'ellenocentrismo ottocentesco, la soluzione è stata semplice: prima si declassa l'autore (da Eraclide Pontico, vicerettore di Platone, a un oscuro Eraclide Lembo), poi si espunge la parola "Tyrrhenia" trattandola come errore, oppure si rimuove l'intera frase. Si elimina il documento per salvare il dogma.
2. Il "lapsus" di Servio: Ilva e Itaca.
Quando il grammatico Servio, commentando l'Eneide, accosta l'isola d'Elba (Ilva) a Itaca, i moderni gridano all'errore geografico o alla confusione del copista. Ma la lectio difficilior (la lettura più difficile e meno ovvia) è spesso quella vera. Quell'accostamento non è un errore, è la memoria residua di una rotta arcaica che legava l'arcipelago toscano alle Ionie. Etichettarlo come "errore" è solo un modo pigro per non dover riscrivere la storia delle rotte mediterranee.
3. Il pregiudizio su Aithalia.
Si accetta che Aithalia sia un nome antico di Lemnos, ma si ignora o si minimizza che fosse il nome antico dell'Elba. Si ignora che entrambe erano isole vulcaniche/metallurgiche legate ai culti dei Cabiri e di Efesto. Si rifiuta di leggere la connessione perché ammetterla significherebbe riconoscere che la "barbara" Etruria condivideva lo stesso substrato sapienziale dell'Egeo.
In conclusione, l'attitudine a scartare ciò che non si comprende è pericolosa. Chi definisce "errore dello scriba" tutto ciò che contraddice il manuale, non sta facendo scienza: sta facendo teologia.
La ricerca seria non butta via nulla. Raccoglie le anomalie, le varianti scartate, i frammenti "impossibili", perché è spesso lì che si nasconde la realtà storica, sepolta sotto secoli di correzioni arbitrarie.
Come dice un vecchio adagio contadino: la Verità è come il maiale, non si butta via niente.
Distinti saluti.
Angelo Mazzei






