Sono passati pochi giorni dall'8 marzo "Festa delle donne" e desidero parlare dell'emancipazione femminile in Istria attraverso le "tabacchine" rovignesi, che furono donne semplicemente ordinarie ma che hanno fatto la storia senza sapere di farla.
Sono figlio di una "tabacchina" di Rovigno. Mia madre, una "paladina" nata e cresciuta in via Trevisol, in città "vecia" con le "pantigane" ospiti indesiderate in casa, in una famiglia di sole donne. Ha cominciato a lavorare da giovane, lo stipendio serviva per aiutare la famiglia. Poi esule, per seguire il marito, mio padre, scappato in Italia perche ritenuto dal regime titoista "nemico del popolo" per essere stato - testardamente - cattolico.
Sposato in chiesa e battezzato il figlio a S. Eufemia negli anni Cinquanta, quando la chiesa era metaforicamente "fuorilegge". La sua una colpa, peggio di un assassino da rieducare e non allineato all'ideologia del nuovo potere politico del dopoguerra in Istria.
Ho ancora oggi ricordi confusi, sbiaditi dal tempo che fu, del mio primo viaggio su quel treno, con una locomotiva nera che sbuffava fumo a ogni curva e dai sedili in legno che da Rovigno mi portava a Divaccia, a Trieste e infine a Torino, che ho vissuto con occhi di stupore di bambino e come fosse un'avventura salgariana, con al mio fianco la presenza costante, protettiva e amorevole di mia madre.
Tra paesaggi indimenticabili dell'Istria che lasciavo con l'ingenuità di un bambino di 5 anni a cui si domandava di dimenticare la sua terra, i suoi amici, i suoi parenti, la sua casa a Rovigno dove era nato in piazza Tito e iniziare una nuova vita in una città diversa e tra gente sconosciuta.
Abituato a quattro anni ad andare da solo dai nonni, dalle zie e zii, dai cugini in una città in cui tutti si conoscevano, e dove la porta di casa non veniva mai chiusa a chiave e tutti potevano entrare, tanta era la fiducia e il rispetto tra i rovignesi. Non c'era il turismo che ha portato benessere ma anche tanta disuguaglianza. Eravamo più semplici e genuini, eravamo una comunità coesa e unità che parlava italiano, croato, rovignese, istriano. Tutti si conoscevano per soprannome per distinguere le famiglie con lo stesso nome.
Tutto inizia nel 1872, quando le autorità austro-ungariche fondarono la Manifattura Tabacchi sul lungomare della città. La scelta di Rovigno non fu casuale: la città era già un polo economico vivace nell'Ottocento, e ricca di una forza lavoro capace e disposta ad accettare le condizioni di un'industria moderna nascente.
La fabbrica sorse come un complesso imponente. Ricordo da piccolo quando tornavo a Rovigno durante le vacanze scolastiche e vi passavo davanti per andare a Punta Corrente, la grande soggezione e il rispetto che avevano quelle mura nell'animo di un bambino cresciuto in una grande città del Nord Italia. La Fabbrica con i suoi enormi capannoni ampi e luminosi affacciati sul porto, dove le brezze marine mantenevano l'umidità necessaria alla lavorazione del tabacco.
Le donne rovignesi facevano il lavoro, non per scelta ideologica, ma per precisa convenienza economica: erano pagate meno degli uomini a parità di mansioni.
Lavoravano il tabacco grezzo importato dall'Oriente e dai Balcani, che veniva essiccato, tagliato e confezionato in singoli sigari, sigarette e tabacco da pipa e destinati al mercato dell'intero Impero asburgico.
Le mani delle "tabacchine" erano strumenti di precisione: riconoscevano al tatto la qualità delle foglie di tabacco, dosavano con maestria il ripieno dei sigari, cucivano con velocità impressionante le confezioni. Le "tabacchine" rovignesi erano le regine della fabbrica. Conoscevano le foglie di tabacco come una cuoca conosce le sue spezie.
Tra le storie meno conosciute ma più significative delle "tabacchine" vi e' quella del primo asilo nido aziendale dell'Istria. Una novità assoluta per l'epoca: un luogo dove le madri operaie potevano lasciare i propri bambini in sicurezza durante le lunghe ore di lavoro. L'asilo non fu un atto di pura filantropia, bensì una risposta pragmatica a un problema reale. Le donne rovignesi, spesso sole a gestire famiglie numerose mentre i mariti erano in mare o impegnati in campagna, non potevano permettersi di rinunciare al salario. Senza una soluzione per i bambini piccoli, molte sarebbero state costrette ad abbandonare il lavoro, o peggio, a lasciare i figli da soli e incustoditi.
L'asilo era gestito dalle suore che offrivano ai bambini non solo sicurezza ma i primi rudimenti dell'istruzione elementare, pasti caldi e assistenza sanitaria di base. Per molte famiglie rovignesi rappresento' la differenza tra miseria e una vita dignitosa. Le madri potevano lavorare con la mente tranquilla, sapendo i figli al sicuro a pochi passi da loro.
Fu una conquista senza grandi proclami, come solo le donne sanno fare, ne' battaglie sindacali e anticipo' di decenni le politiche sociali che il movimento operaio avrebbe rivendicato in tutta Europa. La "tabacchine" sono state le pioniere, attraverso la loro semplice presenza in fabbrica e la loro capacità produttiva, avevano negoziato - coscientemente - uno dei primi esempi di welfare nella storia istriana.
Il lavoro femminile in fabbrica trasformo' profondamente la condizione sociale a Rovigno. Prima le donne della città conducevano vite interamente nella famiglia, con rare eccezioni legate al commercio del pesce.
La fabbrica apri' alle rovignesi un mondo nuovo: quello del salario proprio, sudato con le proprie mani, un'identità professionale e la solidarietà.
Anche un salario per quanto inferiore a quello degli uomini, significava per le "tabacchine" contribuire al bilancio familiare, per le nubili e le vedove, mantenersi in modo autonomo. Era una rivoluzione: una donna che guadagnava, era una donna che poteva permettersi scelte, opinioni e persino resistenza al patriarcato.
Parlare delle "tabacchine" rovignesi senza menzionare la loro proverbiale eleganza sarebbe solo come raccontare una parte della storia. Nella città di S. Eufemia, la santa bambina "che ci guarda da lassù", la cura dell'aspetto delle donne aveva radici culturali profonde - Rovigno era una comunità di mercanti e marinai attenti alle relazioni sociali -.
Le "tabacchine" svilupparono un loro stile, riconosciuto e ammirato dalla comunità. Tanto, potrebbe apparire a uno sguardo distratto paradossale: come potevano le donne trascorrere otto o dieci ore al giorno a lavorare foglie di tabacco, con le mani annerite e i vestiti da lavoro essere eleganti?
La risposta: e' nella determinazione e nella distinzione netta che le "tabacchine" tracciavamo tra il tempo della fabbrica e quello della vita pubblica. All'uscita dal lavoro - specialmente nei giorni di festa - si trasformavano.
Investivano una parte del loro salario nell'abbigliamento. Frequentavano le sarte locali, seguivano le mode che arrivavano da Trieste e da Venezia. Si presentavano sulla passeggiata del lungo mare o in piazza con abiti curati, accessori scelti con attenzione e la cura dei capelli che le distingueva dalle altre donne. Non era frivolezza, era una affermazione di dignità, era come dichiarare al mondo e alla comunità che il loro lavoro manuale non le rendeva inferiori a nessuno.
Le "tabacchine" sfilavano in gruppi, chiacchierando e ridendo con una sicurezza nei movimenti e una chiara consapevolezza del proprio corpo che colpiva la gente. Il loro valore non lo nascondevano. Erano le più belle della città. Si riconoscevano subito: camminavano come regine, anche quando avevano i piedi stanchi dal lavoro.
La cura dell'eleganza aveva una dimensione collettiva e identitaria. Essere "tabacchine" a Rovigno significava appartenere a una sorta di corporazione informale, con i suoi codici, le sue gerarchie e i suoi riti.
Le operaie anziane tramandavano alle più giovani non solo i segreti del mestiere ma anche consigli sulla vita: come trattare con i mariti, come gestire i soldi, come mantenersi rispettabili in una comunità piccola come Rovigno, dove tutti si conoscevano e sapevano tutto.
Oggi, la Manifattura Tabacchi e' stata ristrutturata e riconvertita. Rovigno e' diventata una delle destinazioni turistiche più apprezzate dell'Adriatico orientale. I suoi muri ospitano attività culturali e spazi espositivi. Vi e' un non so che, qualcosa di nuovo e commovente in questa trasformazione: i luoghi dove donne, generazione dopo generazione, hanno lavorato il tabacco, allattato i figli e costruito solidarietà, sono visitati da persone da tutto il mondo che spesso non sanno e ignorano questa storia.
Eppure la memoria delle "tabacchine" sopravvive. Sopravvive nei racconti delle famiglie rovignesi, nel dialetto locale che conserva espressioni nate in fabbrica, nelle fotografie ingiallite e custodie nei cassetti. Sopravvive nella consapevolezza che quelle donne hanno contribuito a plasmare il cuore e il carattere di Rovigno: una città che ha imparato a tenere la schiena dritta e la testa alta, anche nei momenti più difficili della vita.
La storia delle "tabacchine" rovignesi e' molto di più che una parentesi, ma e' emancipazione conquistata poco a poco, con la fatica delle mani annerite dal tabacco e con il male ai piedi per le tante ore di lavoro, la solidarietà e la dignità. Donne forti che con il lavoro hanno affermato la loro indipendenza, la fabbrica come comunità.
I "foresti" non possono capire.
Il primo asilo aziendale, la loro eleganza, la solidarietà che vi era senza alcuna distinzione etnica: i segni di un protagonismo femminile che merita essere riconosciuto e raccontato. Le "tabacchine" non erano eroine, ma erano donne straordinariamente ordinarie che hanno fatto la storia di Rovigno.
Tuttavia, in un tempo in cui Rovigno si interroga sulla propria identità in Europa, riscoprire e valorizzare le nostre radici autentiche non e' solo un atto di giustizia sociale e storica, ma un modo per ritrovare una comunità che sa cosa significa lavorare duramente, tenersi unite e mantenere la propria eleganza e sensualità di donna.
Un ultimo pensiero alle "tabacchine". Sarebbe bello se la piazza principale di Rovigno venisse chiamata "Piazza delle Tabacchine" e con un monumento in marmo di Carrara, tra i più pregiati e costosi, a loro dedicato. Con un "crowdfunding" tra i rimasti, gli esuli e i nuovi venuti. Un progetto da portare avanti dalla C.I. "Pino Budicin" di Rovigno, con il contributo della Città, dell'Unione Italiana, dell'Università Popolare di Trieste, della Regione Friuli Venezia-Giulia e della Regione Veneto. Un monumento alla memoria e un omaggio da tutti i rovignesi.
Senza dimenticare "Maistra" che non sarebbe diventata una potenza turistica, economica e politica rovignese se non ci fossero state le "tabacchine".






