‘Il Corano è ciò che è. E i fondamentalisti, gli integralisti non sono il suo volto degenere. Sono il suo vero volto, il suo volto fedele. Esistono, però, i musulmani moderati: certo che esistono, ma sono una minoranza esigua. E’ un fatto che non tutti i musulmani sono terroristi, ma è ugualmente un fatto che tutti i terroristi sono musulmani.’ (Oriana Fallaci).
La difesa dello stile di vita europeo e americano di Oriana Fallaci si è manifestata con massima forza nell'ultima fase della sua vita, scatenata dagli attentati dell'11 settembre 2001. Attraverso la sua celebre ‘Trilogia’ (La Rabbia e l'Orgoglio, La Forza della Ragione e Oriana Fallaci intervista sé stessa - L'Apocalisse), la scrittrice ha lanciato un grido d'allarme contro quello che considerava un attacco frontale ai valori dell'Occidente. I pilastri della sua difesa si esprimevano su tre fronti. Identità e radici: la Fallaci rivendicava con orgoglio l'eredità culturale europea, fatta di arte, musica, scienza e filosofia, contrapponendola a quella che definiva la minaccia dell'islamizzazione. Libertà e diritti, ossia sosteneva che i diritti conquistati faticosamente in Occidente, come la libertà di parola, la democrazia e l'emancipazione femminile, fossero in pericolo di fronte all'avanzata dell'integralismo. Poi il concetto di ‘Eurabia’: coniò o popolarizzò questo termine per descrivere un’Europa che, a suo dire, stava rinunciando alla propria identità per piegarsi all'influenza culturale e religiosa islamica per ‘codardia’ politica. Inoltre espresse sempre un grande amore per l'America e nonostante le critiche che non risparmiò mai agli USA, li considerava il baluardo estremo della libertà. Trasferitasi a New York, descrisse l'America come un ‘sogno’ fatto di opportunità e resilienza, una seconda patria che difese strenuamente dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Non mancò poi di evidenziare una feroce critica al decadimento Occidentale. Oltre a scagliarsi contro il nemico esterno, la Fallaci fu durissima con la società occidentale stessa. Accusava gli europei di aver perso il ‘senso del dovere’ e la volontà di combattere per difendere il proprio modo di vivere, preferendo un ‘pacifismo ottuso’ o un'integrazione che considerava una sottomissione. Per lei, la difesa dell'Occidente non era solo una questione politica, ma un dovere morale per chi ‘ama la vita’ e rifiuta di essere comandato o di subire passivamente il declino della propria civiltà. Interessante poi nello sviscerare questa posizione così radicale della Fallaci verso il modello culturale americano e la sua dimensione di civiltà rispetto alle culture ‘altre’ del mondo e specialmente quelle islamiche ci possiamo rifare a un suo coevo illustre scrittore.
Pier Paolo Pasolini visitò gli Stati Uniti una sola volta, nel 1966, in occasione della presentazione del suo film Uccellacci e uccellini al ‘New York Film Festival’. Le sue reazioni furono caratterizzate da uno stupore inaspettato, che lo portò a rivedere profondamente alcuni suoi pregiudizi ideologici. I punti principali delle sue reazioni e impressioni furono un ‘innamoramento’ inatteso per cui contrariamente alle aspettative di un intellettuale marxista critico verso il capitalismo, Pasolini rimase folgorato da New York. Infatti dichiarò apertamente: ‘dell'America sono innamorato fin da ragazzo’, ricordando il fascino esercitato su di lui dal cinema statunitense ‘violento e brutale’. La città gli apparve vitale, energetica e tutt'altro che ‘morta’ come la immaginava. Poi vi fu da parte sua la scoperta della Nuova Sinistra (New Left). Uno dei motivi del suo entusiasmo fu l'incontro con i movimenti studenteschi e la controcultura americana (Beat Generation, Black Panthers). In loro vide una forza rivoluzionaria autentica che non trovava più in Europa. Infatti incontrando Allen Ginsberg Pasolini sentì una sintonia profonda con quel tipo di protesta che univa politica e vita. Inoltre rimase colpito dal modo in cui i giovani americani contestavano il sistema dall'interno, definendo New York come una città dove ‘il dissenso è possibile e visibile’. Infine: lo sguardo antropologico. Pasolini osservò l'America non solo come centro economico, ma come un laboratorio antropologico trovando nelle strade di New York (soprattutto a Harlem e nel Greenwich Village) una purezza e una ‘fame di vita’ che in Italia sentiva ormai svanire a causa dell'omologazione consumistica e fu attratto dalla brutalità e dalla sfrontatezza americana, vedendovi un'alternativa alla ‘piccola borghesia’ europea che tanto detestava. L'impatto per il poeta friulano fu così forte che in un'intervista con la Fallaci stessa arrivò a dire: ‘Vorrei aver diciott' anni per vivere tutta una vita quaggiù’. Per lui, l'America rappresentava in quel momento l'unico luogo dove la rivoluzione e la poesia potevano ancora coesistere in modo esplosivo. Insomma, il viaggio in America fu per Pasolini una ‘seduzione senza fine’, un'esperienza che mise in crisi la sua visione del mondo occidentale come un deserto culturale, mostrandogli invece una realtà dinamica e ricca di fermenti rivoluzionari. Ora questo entusiasmo destò scalpore nell’italica ‘intellighenzia’ di una certa cultura trasversale che dell’antiamericanismo a priori aveva fatto una bandiera, sia dalle parti dell’estrema (ma poi non tanto) sinistra culturale sia presso quella destra ancora radicata nella visione dell’americana ‘intrusione’, non liberazione e conseguente distruzione del ventennio fascista. Forse quella visione totalmente autonoma che aveva Pasolini sul mondo e sulle Idee aveva fatto ‘specchio’ con alcuni episodi che lo videro smarcarsi dal comune pensiero politico dominante, come ‘i fatti di Valle Giulia’. Il poeta aveva una visione rivoluzionaria e poteva assimilarsi, nelle modalità di approccio con la scena politica e culturale mondiale, alla Fallaci nel difendere i modelli occidentali.
Ora siamo schiacciati da una contemporaneità minacciosa che ci impone di nuovo di fare scelte difficili, tra guerre mal orchestrate e mal gestite (ma si sa nelle guerre si fa quel che si fa e si può, una volta iniziate) verso regimi tirannici di ‘fallaciana’ memoria e modelli culturali lontani da noi anni luce ma che si rischia di difendere in modo subdolamente indiretto, se non si è chiari, schierandosi. Quindi la lezione della Fallaci è più che mai attuale in questo momento di grande sbandamento culturale e ideologico. Allora, se si è realistici e non si fa della ‘realpolitik’ un abito prêt-à-porter da usare a seconda degli scenari che ci troviamo davanti e non con un criterio di assoluta razionalità, come i fatti internazionali dirompenti ci impongono, allora si deve fare tesoro dei nostri valori occidentali e delle ‘imperfette democrazie’ che sono nostre alleate. Anche quell’America, così criticabile per eccessi e superficialità, lontana dalla nostra cultura millenaria e sedimentata nei secoli ma nel mondo attuale possibile vittima della minaccia di stati e culture di stato (si badi bene, non di popoli e culture diverse dalla nostra) rimane, come era per la scrittrice fiorentina, l’unica via possibile per la nostra sopravvivenza. Fa ridere la polemica poi sull’uso delle basi americane, senza le quali la nostra protezione sarebbe pari a zero in un contesto internazionale (vedi la potenza bellica che l’Iran sta dimostrando): esse ci garantiscono protezione e se non possono essere usate che protezione possono garantirci? Resettiamo i cervelli da anacronistici e residuali preconcetti, fuori dal tempo e dalla storia. Qui siamo e qui, credo, vogliamo rimanere.
Jacopo Bononi - Presidente Premio letterario La Tore Isola d’Elba






