Presso la Gran Guardia di Portoferraio, a cavallo della settimana, il visitatore ha l'opportunità di osservare e valutare nella mostra allestita, tre differenti modalità di interpretare e trasformare la realtà attraverso il linguaggio componentistico e pittorico. Le opere presentate appartengono a tre espositori che offrono l'occasione per un interessante confronto tra sensibilità artistiche diverse, accomunate dalla volontà di tradurre il mondo visibile in una personale esperienza. L’ articolo si è reso un po’ più corposo del solito per comprendere nel commento, le opere di tre artisti nello loro differenti composizioni.
Va anche detto che nella critica d'arte è il risultato finale che assume un'importanza fondamentale. Infatti, un'opera può dirsi riuscita quando lascia nell'osservatore la sensazione di aver colto il messaggio dell'autore, entrando progressivamente nello spirito della costruzione pittorica e seguendone il percorso logico ed emozionale. Poco importa, in fondo, che il lavoro compiuto non coincida perfettamente con l'intenzione iniziale dell'artista. Questo accade più spesso di quanto si immagini. Durante il processo creativo infatti l'opera evolve, si modifica, suggerisce soluzioni inattese e talvolta conduce il suo autore verso esiti diversi da quelli immaginati all'inizio. I protagonisti della esposizione elbana del solstizio giugno sono Angela Chih, Angela De Franco e Mario Nannini.
Angela Chih
Nel merito di questa artista di prosa, si può dire che la sua riconosciuta esperienza teatrale sembra riflettersi anche nella ricerca nell’ arte plastica e figurativa. Non si tratta soltanto di comporre materiali, cornici, frammenti o superfici, ma di disporli quasi come elementi di una piccola scena, secondo una regia visiva che appartiene alla sua formazione. L’ attrice questa volta in un settore per lei esplorativo, non si limita a riprodurre la realtà, ma la attraversa e la accentua trasformandola in una interpretazione personale. Questo emerge sia nella composizione delle opere plastiche e quanto in quelle figurative. Così che anche le immagini non appaiono come semplici rappresentazioni, ma come esito di una ricerca.
In tal senso la chiave di lettura va ritrovata nel risultato finale ossia, nella volontà di interrogare la materia per dargli una posizione, una tensione, quasi una voce. Chi osserva queste composizioni deve quindi accettare di entrare non tanto in un quadro compiuto secondo i criteri tradizionali, quanto in un processo interpretativo, dove ogni elemento, cornice, ramo, rilievo, colore, detrito o frammento, partecipa a una sorta di scena interiore.
La ricerca diventa così il vero centro dell’opera: non semplice sperimentazione formale, ma possibile emblema di una indagine più ampia, ma personale. Ogni composizione può essere letta come il tentativo di dare forma visibile a un percorso interno. Si tratta della volontà di trovare, attraverso la materia e l’immagine, un significato ulteriore che appartenga sicuramente alla natura creativa dell’artista ma che senza altri supporti, possa risuonare anche nello spettatore. Un elemento però, che non facilita l’orientamento dei visitatori è rappresentato dall’assenza della firma sui lavori esposti. Nella tradizione artistica, la firma non costituisce soltanto un segno di riconoscimento dell’autore, ma anche l’atto conclusivo dell’opera: il momento in cui l’artista dichiara compiuto il proprio percorso espressivo e ne assume pubblicamente la paternità. Proprio in questa omissione sembra rivelarsi l’anima della ricercatrice, ancora protesa verso qualcosa di sempre più definito ma non ancora concluso.
L’artista non sembra quindi, cercare la bellezza pittorica nel senso classico del termine, né la compiutezza della figura o della composizione tradizionale di autore. Il suo lavoro appare così piuttosto come una proposta ai visitatori di interpretare soltanto l’ esito della propria “ricerca di soglia”: tra pittura e oggetto, tra cornice e quadro così come, tra superficie e rilievo oppure rappresentazione fotografica di un quadro nel quadro e materia reale. Le cornici sovrapposte, i frammenti naturali, i rami, i detriti, le geometrie irregolari e le materie terrose delle sue composizioni non vogliono tanto raffigurare qualcosa, quanto proporre con la forza della ostentazione creativa, nuovi valori. Ed è proprio questo che richiama il principio universale che tutte le espressioni artistiche hanno: il valore creativo dell’intenzione e della interpretazione oltre naturalmente, quello delle forme dell’ opera cosi concepita.
Le produzioni di Chih danno l’impressione di una personalità creativa che esponendosi quanto tanto basta nella pittura, non si lascia rinchiudere in una sola disciplina. Forse proprio per questo pittura e composizioni, appaiono in lei come dei luoghi possibili per ottenere una sensibilità più ampia, contemporaneamente attraversata anche, dal teatro all’ allestimento, dalla composizione scenica al gesto di appartenenza: così nell’ arte plastica, così nell’ arte figurativa.
Angela De Franco
Il tema che caratterizza questa pittrice è molto interessante perché non riguarda solo una scelta tecnica, ma una vera posizione psicologica della percezione visiva. Le forme oblunghe, sinuose o semitrasparenti che caratterizzano gran parte dei suoi quadri, danno la vaga impressione che siano immerse o intraviste sotto l’acqua, coperte da una velatura che le rende visibili e insieme sfuggenti. Si tratta di forme che possono essere interpretate come segni che la pittrice non vuole “mostrare” direttamente, ma far affiorare. Non è quindi, una pittura della superficie ma della profondità percepita da chi osserva questi quadri. In termini psicologici, il metodo adottato è eloquente.
L’artista non intende rappresentare l’oggetto come certezza, ma come apparizione filtrata. Vede il mondo come qualcosa che non si concede mai interamente. La forma c’è, ma è attenuata; è presente ma non posseduta; è certamente riconoscibile ma volutamente non del tutto definita. Questo può indicare una sensibilità introspettiva, forse anche una certa pudicizia emotiva: la pittrice non urla la forma ma la lascia emergere da una distanza liquida. E perché questo? Perché l’acqua, in pittura, non è mai soltanto acqua: è memoria, inconscio, tempo, profondità, maternità nonché dissoluzione delle apparenti certezze. Se le forme sono sotto l’acqua, allora non appartengono più al mondo immediato della vista: appartengono a una zona intermedia tra il reale e il mentale. Sono come pensieri lunghi, ricordi allungati, presenze sinuose che si deformano perché attraversate da un elemento instabile. In diverse sue opere la dominanza della trasparenza opaca, sembra una contraddizione, ma è esattamente qui il punto, perché è proprio l’opacità che si trasforma per l’ osservatore in una trasparenza emotiva. L’occhio vede, ma non domina; guarda attraverso un filtro che insieme rivela e nasconde. Questo produce una pittura di profondità, perché il piano della tela non è più una superficie frontale: diventa una soglia. Dietro il primo velo ce n’è un altro, e poi un altro ancora. Le immagini oblunghe e curvilinee poi, hanno spesso una forza simbolica particolare: non sono statiche né architettoniche e neppure razionali, sono piuttosto forme vitali, organiche, quasi embrionali o acquatiche. Possono anche ricordare alghe, corpi sommersi, pesci, radici, memorie corporee. Non indicano necessariamente qualcosa di preciso ma piuttosto una energia in trasformazione. È come se l’artista non dipingesse oggetti, ma stati di passaggio.
La pittura di questa artista non cerca la nitidezza, ma la profondità; anche quando in alcune sue opere appare maggiore chiarezza delle forme, De Franco non vuole descrivere il mondo reale, ma restituire il modo in cui il mondo viene percepito quando passa attraverso la memoria, l’acqua, il sogno e l’inconscio. Le forme allungate talvolta anche nitide, appaiono come presenze sospese, sinuose : né completamente astratte né completamente figurative. Sono “quasi qualcosa”, e proprio per questo diventano più suggestive. Si tratta, come detto, di forme sommerse, oblunghe e nebulose che sembrano appartenere a una geografia interiore. L’acqua non le cancella, ma le protegge e le allontana quel tanto che basta perché l’occhio non possa possederle del tutto. È una pittura della distanza, della memoria e dell’attesa che questa giovane pittrice sembra volersi prendere per esprimersi nella sua progressione artistica in divenire.
Mario Nannini
Quando si osservano le opere di Mario Nannini è necessario distinguere le due principali direttrici della sua ricerca creativa, due sentieri espressivi differenti ma profondamente collegati dalla stessa sensibilità artistica.
Il primo riguarda la creazione di oggetti, prevalentemente metallici, realizzati attraverso l’assemblaggio di frammenti provenienti da vecchi manufatti, utensili o componenti dismessi che l’artista recupera e trasforma in piccole opere d’arte. Sono composizioni costruite mediante l’accostamento e la saldatura di elementi appartenenti a oggetti diversi, i quali perdono la loro funzione originaria per diventare materia creativa destinata a nuove forme. Queste opere non necessitano di particolari spiegazioni interpretative nel loro significato immediato: è sufficiente osservarle per comprenderne la forza espressiva. Esse si presentano infatti come costruzioni nate dall’incontro di frammenti, pezzi e strutture eterogenee che, una volta ricomposti, acquistano una nuova unità visiva. Non rappresentano necessariamente qualcosa di già esistente, ma trasformano elementi della realtà quotidiana in una realtà diversa, autonoma e originale, generata dall’immaginazione dell’artista.
Il secondo livello, secondo soltanto in ordine espositivo e non certo per importanza, riguarda invece la sua produzione propriamente pittorica e figurativa, dove l’immagine si apre a una lettura più libera e personale. In queste opere il valore artistico non risiede esclusivamente nella figura riconoscibile, ma soprattutto nella dinamica compositiva dei colori, delle linee, delle curve e dei contrasti. I colori non si fondono in un impasto uniforme, ma scorrono quasi parallelamente, come filamenti cromatici che si intrecciano in arabeschi, percorsi sinuosi, linee allungate e curve accentuate. In alcuni punti il colore si attenua e lascia emergere spazi più rarefatti; in altri si concentra improvvisamente, generando zone di intensa attrazione visiva. Spesso un fondo più scuro, o comunque differente nella tonalità dominante, svolge la funzione di valorizzare le parti più luminose e interpretativamente significative della composizione.
Le figure che emergono dall’osservazione non appaiono necessariamente imposte dall’artista in modo rigido e definitivo, ma sembrano suggerite dalla stessa struttura dell’opera. Oltre al quadro delle fiamme rosse che paiono avvolgersi e contorcersi in una sorta di energia scenica e simbolica, particolarmente rappresentativa della sua poetica, vi sono opere nelle quali le immagini risultano più evidenti e altre nelle quali rimangono immerse in una dimensione più fantastica e allusiva. Linee, colori e curve generano così creature immaginose, animali, pesci, uccelli, rocce, figure mitologiche o presenze animate che sembrano affiorare spontaneamente dalla tela. Il processo percettivo ricorda ciò che accade osservando le nuvole, quando vi riconosciamo forme e figure che non sono realmente disegnate ma nascono dall’interazione tra ciò che vediamo e la nostra immaginazione.
Le opere pittoriche di Nannini sembrano nascere proprio dalla volontà di suscitare nello spettatore questo particolare meccanismo percettivo. Tuttavia non si limitano a evocare semplici suggestioni visive: esse si sviluppano attraverso una composizione libera, nella quale materia, colore e fantasia collaborano per creare una dimensione aperta e continuamente rinnovabile. È un’arte figurativa che rifugge la descrizione banale e immediata per assumere una funzione evocativa. Prima suggerisce immagini, poi accende associazioni mentali e infine invita l’osservatore a soffermarsi e a meditare su forme più o meno nascoste. Spesso avviene che alcuni osservatori si soffermano sulle opere di questo pittore ’ per cercare con evidente curiosità la scoperta progressiva di presenze che emergono lentamente dallo spazio pittorico. Peccato che Nannini, pittore di lunga esperienza abbia omesso nei quadri esposti la propria firma. Il nome scritto sul cartellino sottostante non restituisce al quadro alcunché, in quanto lascia l’ acquirente privo nel futuro, del necessario riferimento di autore. Non va infatti, dimenticato che la assenza della firma blocca il plusvalore di mercato degli stessi quadri perché non potrebbero essere attribuibili ad alcun autore.
Questo artista in entrambe le sue modalità espressive, sia nell’assemblaggio metallico, sia nella pittura, realizza da elementi della realtà ordinaria, composizioni appartenenti ad una realtà diversa. I frammenti della quotidianità ordinaria vengono ricomposti e trasfigurati fino a diventare simboli allusivi della loro stessa esistenza. Ogni nuova osservazione rivela particolari differenti: le strutture assemblate, anche nella staticità delle stesse inconfondibili forme, esprimono la loro storia mondana ricca nei ricordi di ciascuno, di significati diversi, mentre le immagini arabescate delle tele, come detto, si trasformano continuamente sotto lo sguardo di chi osserva. Colore, linea e immaginazione si fondono così in un processo creativo che non si conclude nell’opera, ma prosegue nella percezione degli osservatori, generando figure sospese tra oggetto, simbolo e visione.
La rassegna può concludersi: “vedere per credere”.
Alberto Zei






