“Com’è che non riesci più a volare?” è il ‘refrain’ di una canzone di Francesco De Gregori e Fabrizio De André pubblicata nel 1975. E’ difficile dire cosa i due autori pensassero in quel tempo così lontano; ma, con il conforto di papa Gregorio Magno (“Omelia su Ezechiele”) -“la Scrittura cresce con chi legge”-, sembra di poter dire che il testo, letto oggi a oltre cinquanta anni di distanza, manifesta un’attualità profetica: descrive impietosamente l’incapacità del ceto politico di uscire dal torpore del consueto, di staccarsi dal conforto di una ‘routine’ in cui unici momenti vitali (?) sono ricordi e sogni, di abbandonare la sicurezza del conformismo -“si è sempre fatto così”, “questa è la nostra storia”-.
E anche quando una Tradizione è sedimentata nella lotta per la libertà e la giustizia sociale, i suoi eredi si ritrovano “con le finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla gente” a guardare la realtà con “gli occhiali che tra un po’ dovrai cambiare”.
“Com’è che non riesci più a volare?”. Il panorama descritto è puntualmente impietoso: “Con il tuo francescanesimo a puntate e la tua dolce consistenza, col tuo ossigeno purgato e le tue onde regolate in una stanza, col permesso di trasmettere e il divieto di parlare. E ogni giorno un altro giorno da scontare”.
Ma non è disperato. Un tempo - ormai lontano, diremmo - i padri e i nonni erano stati capaci di volare, guardando orizzonti lontani e pur vitali, cercando compagni di “volo”, “con le finestre aperte sulla strada ma con aperti anche gli occhi”. E il “popolo” era schierato al loro fianco, proiettato verso “il sol dell’avvenire” -un sole poi lasciato progressivamente impallidire, e tramontato, e forse non più atteso-.
E’ vero: c’erano anche allora i nostalgici del passato (“laudatores temporis acti” diceva già duemila anni fa Orazio nell’“Ars Poetica”), e un’altra Tradizione i cui eredi sono rimasti strutturalmente incapaci di volare, impegnati a difendere una ritualità senza senso (il “Presente”, il “saluto romano”) e una cultura che li affascina per il nome (“Futurismo”), perché lo confondono con il “Fantasy” (di nuovo evocato come sfondo scenico e non come letteratura).
Ordine e Sicurezza, entrambi armati perché si fa prima. Sangue, Etnia, Razza, Patria, Nazione, Confini, Identità, Forza, Competizione, ecc. Tutto patrimonio “ideale” ereditato dal passato, senza neanche uno sguardo al futuro: Conservazione, Nostalgia, Valori del tempo che fu, finalmente corroborati dall’“ora si comanda noi”, che è sempre portatore di consenso specialmente da parte di chi “non comanda” nulla, e si contenta di farlo per procura.
E il tempo presente si trova ad assistere al “titanico” confronto fra due “passati”, diversi - come si è detto - e da sempre contrapposti, ma uguali nello straniamento di fronte a un presente e a un futuro imminente e tuttavia esterno, impegnati in scaramucce che giustifichino la loro esistenza. La mitica Maggioranza di Destra, tenuta insieme dalla paura di perdere il “comando”; e l’altrettanto mitico “Campo largo”, che sembra più un insieme di orticelli, ognuno con il suo contadino in competizione con i confinanti. Non si tratta di schieramenti politicamente equivalenti: nel Campo largo le finestre sono aperte sulla strada anche se gli occhi paiono chiusi sulla gente; la Destra è attenta alla gente - ai gruppi sociali, ai portatori di interessi particolari, alle corporazioni economiche -, ma non guarda fuori
dalle finestre se non per cercare alleanze omogenee e consolidare assetti di potere anche internazionali.
Il Campo largo è fermo da mesi su una questione difficilmente comprensibile per la “gente” in strada: trascurando il senso e l’insegnamento dell’esito del Referendum sulla riforma della Giustizia -che ha riportato alle urne, oltre ogni interesse particolare ma per la difesa di un principio generale della nostra democrazia, un numero significativo di elettori che non votavano più, e di giovani elettori che sembravano disincantati-, rieccoci al confronto sulle procedure, sugli assetti
interni, sui veti e le esclusioni, sulle ambizioni personali e sulle rivalità.
La luna, intanto, sta compiendo il suo ciclo, nascosta dal dito che sembra essere più importante anche se è solo più vicino.
Perché la gente va a votare quando sente messa in gioco, o in pericolo, gli aspetti fondamentali della “vita politica”: la Democrazia, come si è detto; la pace, la giustizia sociale, i bisogni vitali. E capisce bene che la sicurezza dei cittadini dipende da democrazia, pace, giustizia sociale, soddisfacimento dei bisogni vitali, e non dall’efficienza della Polizia.
“Volere la luna”, perseguire l’utopia, difendere la verità. Agli amici del “Campo largo” girerei l’implicito suggerimento di De Gregori - De André. Non è più tempo di aspettare, bisogna tenere le finestre aperte, ascoltare la gente per la strada e finalmente cambiarli quegli occhiali!
Luigi Totaro






