10 febbraio "Giorno del ricordo" per non dimenticare la diaspora, l'esodo, le foibe ed i discendenti sparsi per il mondo. L'esodo e' stato pagato da coloro che stavano sul confine orientale dopo la Seconda guerra mondiale. Non è stata una migrazione economica, ma una pulizia etnica. Le foibe, volutamente dimenticate dalla politica italiana sia per le convenienze interne che internazionali.
Il maresciallo Tito, dopo la rottura con Stalin nel 1948, fu considerato un prezioso alleato occidentale; il PCI che aveva partecipato alla promulgazione della Costituzione italiana rimaneva un partito internazionalista legato al Cominform; i delatori che indicavano ai partigiani slavi dove andare a prelevare di notte gli oppositori o solo in quanto non allineati al nuovo regime titoista, infoibati in Istria e gettati in mare con pietre al collo in Dalmazia.
Dare voce a chi non ha avuto voce in questa tragedia: partendo dal fatto che due-trecentomila furono gli esuli istriani-fiumani-dalmati che abbandonarono le loro case, le loro storie, le proprie cose in un territorio autoctono dove vivevano da secoli e che cambia in modo radicale con la struttura etnica, sociale ed economica dell'Istria, e se ne parla poco? In Italia si parla molto degli esuli, con enormi, forti condizionamenti della politica. In Croazia e Slovenia si e' insistito sui crimini del fascismo e si è spesso parlato di "optanti", di una scelta "volontaria".
Memorie antagoniste dalle quali venivano esclusi alcuni attori della vicenda: i rimasti (termine che gli italiani in Slovenia e Croazia non amano), e i nuovi "venuti" a vivere nelle case istriane, fiumane e dalmate rimaste vuote con l'esodo.
Per comprendere il contesto in cui si è sviluppato l'esodo è opportuno ripercorrere la tormentata storia di questa terra di confine, multietnica, multiculturale, mediterranea e ufficialmente bilingue, a partire dall'incendio del Balkan che diede avvio alle violenze fasciste, che provocarono 100mila esuli sloveni e croati nei territori diventati italiani con il trattato di Rapallo, e i 130mila "regnicoli" arrivati in Venezia Giulia tra le due guerre mondiali. La durissima repressione nazista, la guerra partigiana, il controesodo dei lavoratori di Monfalcone emigrati in Jugoslavia; la rottura Tito-Stalin e le divisioni all'interno del movimento comunista di qua e di la dal confine con l'incubo di Goli Otok, il lager titino per dissidenti e tante storie difficili e indigeste come le foibe o la chiusura delle scuole croate e slovene imposte dal fascismo e le leggi razziali del '38, contro gli ebrei con il discorso a Trieste di Mussolini.
Finalmente, pare arrivato il tempo di smentire le storie ufficiali dell'italiano fascista e del bravo sloveno e croato poiché i ruoli possono invertirsi quando il perseguitato diventa persecutore.
L'esodo istriano, fiumano e dalmata si colloca in una cornice di "trasferimento forzato" di popolazione, dove il vincitore prende tutto, con l'amara considerazione che la memoria non è né condivisa né riconciliata: rimane il peso dei crimini fascisti, rimane il peso dell'esodo e delle foibe, la strage avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla a Pola. L'esplosione che provocò la morte di almeno 100 persone, di cui solo 64 furono identificate. Un terzo delle vittime erano bambini. I responsabili non furono mai scoperti. Ancora oggi, continuiamo ad essere perseguitati dal nostro passato.
Da rovignese parlo di Antonio Borme. L'intellettuale che invitò i suoi concittadini a preferire la Jugoslavia e che nel 1973 racconta la fine delle illusioni.
Il professor Borme è stato rinnegato due volte. La prima dall'Italia quando scelse di non andare via da Rovigno per mettere la sua parte di mattoni nella costruzione del paradiso socialista. La Seconda dalla Jugoslavia quando si accorse che si era sbagliato e cercò disperatamente e coraggiosamente di strappare spazi per la sopravvivenza della nostra gente italiana rimasta.
Fu presidente dell'Unione degli italiani d'Istria e di Fiume e deputato a Belgrado. Epurato da un giorno all'altro e sepolto nell'anonimato. Borme passava gli inverni a casa della figlia a Trieste, era deluso da tutto e tutti e non aveva più voluto aprire bocca. Gli italiani rimasti lo conoscevano come "il nostro faro". Nel 1988 racconta per la prima volta la tragedia dell'esodo vista dall'altra visuale. Ci sono voluti 15 anni per prendere coscienza e confessare di essersi sentito imbrogliato, ma non avere avuto tentennamenti quando si trattò di scegliere.
Nato a Trieste, laureato a Padova, convinto che il nuovo regime di Tito avrebbe garantito agli italiani rimasti più di quanto potesse offrire l'Italia. Non si è mai pentito: "fu una scelta di sinistra, umanistica". Certo, era un'utopia. Non ci si può pentire di avere sognato. Non si conosceva le esperienze tragiche dell'Est Europa, l'Unione Sovietica era un mito, Stalin sembrava il personaggio di una nuova organizzazione sociale che riconosceva l'uomo e tutte le minoranze. Tutto vero, in teoria, la pratica e' un'altra cosa, ma "non lo sapevamo, allora".
Tutti della famiglia di Antonio Borme se ne andarono da Rovigno, come il 90 p.c. degli abitanti. Restò suo padre Giuseppe e suo fratello Sergio. Quando ci fu la rottura tra Tito e Stalin, Borme scelse il primo, il padre e il fratello Stalin. Il padre fu licenziato, il fratello finì in un campo di concentramento; uscito se ne andò in Italia. Molti italiani nel 1948 si schierarono con Stalin e finirono a Cherso "al confino" o in prigione a Belgrado. Borme non ebbe alcun dubbio c'era l'ideologia, c'era l'utopia. "Senza l'utopia saremmo andati tutti via con l'esodo" disse. Quasi tutti i rovignesi scelsero l'esodo, ma anche croati e sloveni.
Non è vero che erano tutti fascisti. C'erano anche quelli, ma la maggioranza, la stragrande maggioranza era fatta di lavoratori, pescatori, contadini, bottegai, professionisti. Piccola borghesia. Era gente spaventata, piena di dubbi, abituata ad essere egemone ed era in crisi davanti agli slavi, che ora comandavano e di cui non conoscevano la lingua, gli usi, i costumi, le tradizioni, la cultura. Avevano paura dopo le foibe e dopo Vergarolla.
"Se fossimo rimasti di più a Rovigno, forse, avremmo avuto un potere contrattuale maggiore e il patrimonio italiano non rischiava di andare perduto" disse Borme.
Tra gli intellettuali rimasti, una decina in tutto, Borme fu nominato preside del ginnasio di Rovigno (che in questi giorni ha preso il suo nome), aveva 23 anni. Mentre il nostro mondo si svuotava, e gli esuli lo accusavano di essere un traditore. Un insulto che al professor Borme e ai connazionali di Rovigno feriva, ma anche inorgogliva.
Le assicurazioni date dal regime titoista erano importanti sulla carta, la tutela della minoranza italiana rimasta era avanzata. Un poco alla volta ecco i dubbi. I censimenti antistorici, antiscientifici: se il tuo cognome finiva con una vocale eri italiano, se finiva in 'ich" eri slavo. Qualche Comune falsificava e croatizzava i nomi, cambiavano i segnali stradali, i nomi delle vie. I rapporti sociali furono capovolti, dall'egemonia italiana all'egemonia slava. Non fu una svolta rapida. Fu lenta, lentissima.
Il risveglio dei rovignesi rimasti avvenne negli anni Sessanta. Volevano che le leggi venissero applicate. Non potevano tollerare di essere trattati in modo diverso dalla Croazia e dalla Slovenia, da Comune a Comune. Rovigno era una città mista, non volevano ghetti italiani, ma il bilinguismo integrale. I rimasti rivendicarono il loro diritto ad una autonomia economica e di autogovernarsi almeno in alcuni settori. Lo avevano promesso, adesso lo dovevamo dare.
"Kardelj, il braccio destro di Tito, ci dava ragione", disse Borme e spinse, credeva di avere dietro tutti. Quando si voltò non c'era nessuno. Ricordo la celebre frase di Don Abbondio nei Promessi Sposi (Capitolo I): "Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare".
La Lega comunista convocò gli iscritti e chiese la sua testa. Era il 1973, fu espulso da un giorno all'altro. Sul verbale fu scritto che il provvedimento era stato preso "su richiesta delle Repubbliche di Croazia e Slovenia". Le regole furono stravolte, ma non c'era nulla nel proprio passato, lo cancellarono (questo succede quando parli di cose troppo compromettenti per il regime al potere), se no l'avrebbe pagata dura.
Non gli veniva perdonata la propria indipendenza, i nuovi rapporti che cercava di ricostruire con l'Italia, la fermezza nel rivendicare i diritti degli italiani rimasti.
Borme dichiarò: "Se avessi saputo che finiva così sarei andato via anch'io". In Jugoslavia il "buon cittadino" era chi rinunciava alla propria identità. E finì la sua politica.
Tuttavia, sono rimasti troppo pochi. Resteranno i circoli, le biblioteche italiane, ma l'etnia della minoranza italiana no. Non credo possa sopravvivere. La Generazione Z, la prima digitale, cresciuta con internet e i social media, ora parla inglese e non rovignese. La "Fameia Ruvinisa" fatta oramai di anziani d'antan, piena di ricordi iconici, di canti e "ciacole" è in una fase di stagnazione decrescente. Un circolo chiuso, poco propulsivo e destinato a tramontare, nella nostalgia di un passato che non c'è più e che forse non si è saputa rinnovare. Oggi, il futuro è delle giovani generazioni multietniche, multiculturali e di una nuova Europa unita con un federalismo pragmatico. L'ordine internazionale, così come l'abbiamo conosciuto, pare defunto, così come il sovranismo nazionale e' in declino di fronte alle nuove sfide che ci aspettano, superando la frammentazione europea fatta di stati e staterelli.
Enzo Sossi






