Riceviamo e pubblichiamo
Secondo diverse analisi di area liberal e riformista, sostenere il diritto all'esistenza e all'autodifesa di Israele non esclude l'appartenenza all'area progressista alla quale mi sento di appartenere nel mio animo profondo, né implica l'approvazione automatica di ogni scelta del suo governo. Molti osservatori sottolineano che è possibile difendere la legittimità democratica di Israele e la sicurezza dei suoi cittadini e contemporaneamente mantenere una posizione critica verso specifiche politiche dei suoi leader, esattamente come avviene all'interno dello stesso dibattito politico e sociale israeliano.
Una parte significativa del mondo progressista rifiuta la logica del ‘campismo’ ossia l'idea di dover sostenere acriticamente chiunque si opponga all'Occidente e ribadisce la condanna netta di organizzazioni come Hamas ed Hezbollah, nonché di regimi teocratici come quello di Teheran, considerati antitetici ai valori di libertà, diritti civili e uguaglianza. Tuttavia sempre più incerto appare il confine tra sostenere una critica alle decisioni americane e israeliane in politica estera e il volere stare ‘dalla parte giusta della Storia’.
Lo stesso vale per due regimi dittatoriali che ancora più subdolamente fanno della dominazione del pensiero e dell’annullamento delle libertà civili una ‘bandiera culturale’: eppure pur di muovere critiche al metodo ‘israeloamericano’ in politica estera si dimentica quanto e come questi due regimi sanguinari stiano minando l’integrità fisica e spirituale delle loro popolazioni. Il parallelismo tra la Repubblica Islamica dell'Iran e il regime dei Talebani in Afghanistan viene spesso utilizzato dagli analisti geopolitici per descrivere forme estremiste di teocrazia, sebbene presentino radici confessionali e strutture istituzionali differenti. Iran (Teocrazia Sciita) e Afghanistan (Emirato Sunnita) procedono su vie parallele, tanto ne è vero che l’unica ‘strada’ per uscire dallo stato con capitale Kabul ad oggi pare sia la via iranian. La prima è una teocrazia basata sul clero sciita e sul principio della Velayat-e Faqih ossia la Guida Suprema mentre la seconda è un regime teocratico fondamentalista sunnita, guidato dai Talebani. Tratti salienti dei due regimi sono ad esempio la segregazione di genere sistematica, leggi sull'obbligo del velo e violenta repressione dei movimenti civili come ad esempio ‘Donna, Vita, Libertà’.
Ricordiamo il recente appello di Meryl Streep all’ONU in favore delle donne afghane vista la loro totale esclusione dalla vita pubblica, dall'istruzione secondaria e universitaria e dalla maggior parte dei lavori: nel suo intervento ha ricordato come in passato le donne afghane godessero di ampi diritti, mentre oggi editti severissimi negano loro l'istruzione, il lavoro e la libertà di espressione, arrivando a dire che una gatta o uno scoiattolo a Kabul hanno più libertà di una donna o di una bambina. La famosa attrice ha infine esortato la comunità internazionale a unirsi per fermare questa grave violazione dei diritti umani. In Iran esiste un apparato statale formale (Parlamento, Presidente) ma il potere assoluto e di veto spetta alla Guida Suprema e ai Pasdaran e vi è la totale assenza di una costituzione democratica o di organi elettivi; il potere è concentrato nelle mani dell'Emiro e del Consiglio dei chierici a Kandahar. L’Iran è uno stato fortemente centralizzato con una vasta rete di milizie regionali (Asse della Resistenza) e programmi tecnologici e militari avanzati. L’Afghanistan è stato isolato internamente, focalizzato sul controllo territoriale e sul contrasto a fazioni rivali, privo di proiezione militare globale. Gli analisti geopolitici internazionali definiscono l'Iran una minaccia globale non solo per la repressione interna della propria popolazione, ma per la sua capacità di finanziare e armare attori non statali in tutto il Medio Oriente e per le sue ambizioni nucleari, elementi che lo differenziano dall'isolazionismo strutturale dell'Afghanistan.
Tutto questo pur essendo alla base delle critiche ai due regimi non è sufficiente per una condanna definitiva dei due regimi e il pantano in cui Trump ha infilato gli USA nella recente guerra con l'Iran sembra fortificare l’asse anti sionista e anti USA specialmente per la vicenda di Gaza. Il dibattito sollevato da documentari come NAZA tocca corde profonde e complesse, poiché chiama in causa la responsabilità etica dell'informazione, la percezione pubblica dei conflitti e il rischio che la denuncia si trasformi, anche involontariamente, in un veicolo di risentimento o pregiudizio. Gli storici, i sociologi e i critici culturali che analizzano il parallelo tra la passività o l'accettazione dell'antisemitismo storico e le dinamiche odierne individuano alcuni punti di contatto e di profonda divergenza nelle modalità con cui l'opinione pubblica reagisce a questi fenomeni. Durante il periodo nazista, la "quiescenza" (o l'indifferenza) della popolazione fu favorita da una propaganda di Stato totalitaria e dalla progressiva normalizzazione della discriminazione nella vita quotidiana.
Oggi, in un contesto democratico e iper-connesso, si teme che il bombardamento mediatico costante di immagini grafiche, unito alla polarizzazione delle piattaforme digitali, possa generare una forma diversa di desensibilizzazione o di assuefazione al conflitto. La critica mossa a opere di forte denuncia politica come NAZA da parte di comunità ebraiche e analisti non risiede necessariamente nell'indagine giornalistica in sé che si focalizza sulle decisioni di un apparato militare e politico, ma nel modo in cui tali contenuti vengono recepite dal pubblico di massa. Il rischio paventato è che la denuncia delle azioni di uno Stato o di un esercito venga strumentalizzata o decontestualizzata, alimentando un filone di antisemitismo contemporaneo che confonde intenzionalmente le scelte politiche del governo israeliano con l'identità del popolo ebraico a livello globale. Come negli anni Trenta la retorica del ‘noi contro loro’ venne istituzionalizzata, oggi la discussione pubblica sui social media tende a eliminare le sfumature. Opere complesse rischiano di essere ridotte a slogan radicali da chi già nutre pregiudizi, trasformando un'inchiesta sui ‘danni collaterali’ e sull'intelligenza artificiale in un pretesto per riproporre antichi stereotipi antiebraici sotto nuove sembianze. L'antisemitismo nazista era un'ideologia di Stato biologicamente e razzialmente definita, volta all'annientamento sistematico di un intero popolo. L'antisemitismo che si manifesta oggi nel contesto del conflitto mediorientale spesso si nasconde dietro la critica politica ossia l’antisionismo, rendendo i confini del pregiudizio più fluidi e per questo complessi da identificare e contrastare. Mentre la Germania nazista operava in un regime di censura assoluta dove non era permesso alcun dissenso, il documentario NAZA nasce all'interno di un sistema di stampa libero e pluralista, co-prodotto da testate internazionali e basato anche sulle voci di ‘whistleblower’ interni al paese stesso.
Questo dimostra che il dibattito attuale avviene alla luce del sole, permettendo la coesistenza di aspre critiche e di repliche ufficiali. La preoccupazione espressa da molti osservatori è che, in assenza di una solida educazione civica e storica, l'esposizione emotiva a documentari di forte impatto possa, senza volerlo, riattivare sacche di intolleranza e indifferenza verso l'antisemitismo, minando la sicurezza delle comunità ebraiche nel mondo. Stare dalla parte giusta della Storia non sempre è facile, cerchiamo almeno di non stare da dalla parte sbagliata, di cui due grandi moniti sono stati Auschwitz e Mauthausen.
Jacopo Bononi
Il Direttore di Elbareport, pur ospitando questo articolo, tiene a precisare che si dissocia totalmente dal suo contenuto.






