Se a intrattenere i nostri figli e nipoti nelle scuole sono dei militari, ricordiamo che essi hanno prestato un solenne giuramento di fedeltà non a qualche testo sacro, interpretabile a piacimento, ma alla Costituzione della Repubblica italiana. Un patto nato dalle macerie della guerra, che afferma il primato della soluzione pacifica dei conflitti. Una parola oggi quasi dimenticata: diplomazia.
Se proprio si ritiene opportuno invitare i militari nelle scuole, almeno si pretenda che raccontino che cosa significa davvero la guerra: uccidere a distanza esseri umani mai conosciuti, sapendo che altri faranno lo stesso con te; vedere le uniformi impregnate di fango, sangue e altri liquidi organici; morire bruciati tra le lamiere di un mezzo corazzato. E raccontino anche ciò che resta dopo: corpi mutilati, traumi, vite distrutte.
Se questo è il loro contributo educativo, la loro presenza può avere un senso. Se invece si tratta di presentare la carriera militare come un'avventura tecnologica ed eroica, allora è propaganda, non formazione.
Ai nostri ragazzi servirebbe soprattutto studiare meglio la storia contemporanea, per comprendere le cause delle guerre, gli interessi che le alimentano e le loro conseguenze umane. Scoprirebbero, per esempio, che secondo uno studio della Brown University, nelle guerre statunitensi successive all'11 settembre a fronte di 7.057 militari uccisi nelle operazioni belliche, si stimano ben 30.177 suicidi tra militari e veterani: oltre quattro volte tanto! Dati che non descrivono soltanto la morte sul campo, ma anche il prezzo umano che la guerra continua a esigere lontano dal fronte.
Anche questo è il volto della guerra, quello che difficilmente compare nei manifesti di arruolamento.
Graziano Rinaldi
Per Elba Forum per la Pace






