FRATELLI D’ITALIA
«Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?!
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.»
L’Inno di Mameli -o Canto degli Italiani, come è intitolato ufficialmente-, è certamente uno deibrani più cantati in Italia dalla sua prima esecuzione nel dicembre 1847, e soprattutto da quando nel 1946 è divenuto “provvisoriamente” l’Inno della Repubblica italiana (dal 2017 Inno ufficiale).
Il suo carattere assolutamente rituale ha finito per oscurarne il testo, composto appunto da Goffredo Mameli, che resta fondamentalmente sconosciuto ai più e viene per lo più cantato come i canti liturgici in latino, con devozione e compunzione, ma senza capirne una parola.
Va detto che Mameli scriveva in un’epoca remota, alla vigilia della Prima guerra d’Indipendenza,prima del famoso anno 1848 nel quale -come dice la tradizione popolare- successe di tutto; e il giovanissimo poeta patriota, sollecitato nientemeno che da Giuseppe Mazzini (cui peraltro il testo non piacque molto), cercava di infondere nei suoi contemporanei l’ardore per la liberazione della Patria dai perfidi invasori -cui peraltro il possesso della nostra terra era stato assegnato da un trattato internazionale che aveva risistemato gli assetti politici europei dopo il “ciclone” napoleonico (Congresso di Vienna, 1814-1815).
Così il testo di quello che diverrà il nostro Inno Nazionale risente ovviamente della situazione politica di quegli anni, e al tempo stesso della cultura umanistica dell’autore e del suo entusiasmo ottimista.
Ecco così che l’Italia di nuovo si cinge la testa “dell’elmo di Scipio” -con riferimento alle vittorie salvifiche di Scipione l’Africano nelle guerre contro i Cartaginesi (210-202 a. C.)-, per conquistare una nuova Vittoria, poiché Iddio l’ha creata “schiava di Roma”.
Naturalmente l’entusiasmo e l’enfasi patriottica non accecano il Poeta: egli sa bene che l’“Elmo di Scipio” è stato riposto in tempi lontani, e la “Vittoria” si è resa schiava di altri eroi e di altri popoli.
E infatti, nella seconda strofa dell’Inno, confessa amareggiato: “«Noi siamo da secoli / calpesti, derisi / perché non siam Popolo, / perché siam divisi: / raccolgaci un’unica / bandiera, una speme: / di fonderci insieme / già l'ora suonò».
E’ un peccato che l’Inno venga utilizzato solo per la prima strofa: questa seconda è molto più interessante e attuale. Naturalmente non in prospettiva di una Unità nazionale ormai raggiunta e stabile, ma forse in un orizzonte ampliato alla dimensione Europea, in un mondo che al tempo presente risulta composto da blocchi “imperiali”, lasciando aperte due sole possibilità: essere assorbiti in uno di essi o costituirsi come entità tendenzialmente indipendente, non per costruire a sua volta un “impero” ma per contribuire alla vita della comunità mondiale con il patrimonio culturale sedimentato in secoli di storia -penso alla storia del pensiero politico, del diritto, della riflessione etica-.
Mi sono ritrovato a fare queste riflessioni leggendo un articolo di Conchita De Gregorio, oggi su Repubblica, che guarda con occhi di speranza e di sorpresa al “movimento” che si sta sviluppando a sostegno della Palestina. Un movimento trasversale in tutti i sensi: per età degli aderenti, per l’ampio spettro di retroterra politici, per diffusione sovranazionale; e di cui simbolo assai visibile è la “Flotilla” in navigazione verso Gaza.
Nel panorama stagnante degli ultimi mesi caratterizzati dallo stallo delle due guerre principali che sconvolgono alcuni Paesi e alcuni popoli -ma non il contesto politico generale-; nello squallore ripetitivo dell’informazione dei media impegnati a farsi eco dei comunicati ufficiali delle potenze belligeranti o dei loro fiancheggiatori; nel minuetto delle accuse di favoreggiamento scambiate fra gli aderenti ai diversi blocchi politici, qualcuno ha finalmente deciso di sparigliare: ed ecco le grandi manifestazioni, gli scioperi, le petizioni, in qualche modo la ribellione a un immobilismo mortale, in nome del valore della vita, della giustizia, del diritto, della pietà, e non per simpatia ideologica, per conformismo politico, per fedeltà a assetti consolidati.
Forse anche De Gregorio, come Mameli, si è lasciata prendere dall’entusiasmo e dall’ottimismo. E forse i tempi saranno lunghi come lo furono per coloro che cantarono ai suoi tempi l’Inno da luicomposto.
Del resto la speranza non si logora con l’uso. Venticinque anni prima di Mameli, un altro celeberrimo italiano, Alessandro Manzoni, scriveva nel Terzo coro dell’Adelchi: «Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti, / dai boschi, dall’arse fucine stridenti, / dai solchi bagnati di servo sudor, / un volgo disperso repente si desta; / intende l’orecchio, solleva la testa / percosso da novo crescenteromor […]»: anche allora un popolo schiavo “solleva la testa” per emanciparsi da chi lo asservisce.
Manzoni e Mameli guardavano a un oppressore esterno; nel nostro tempo l’oppressore sembra essere “interno”, formalmente alleato, partner economico (?), appartenente alla stessa (?) “civiltà”occidentale.
Ma la prospettiva non cambia: bisogna prendere consapevolezza, elaborare nuove strategia, “sparigliare”. Sperando che De Gregorio abbia ragione.
Luigi Totaro






