Esiste ormai un abisso fra la popolazione-comunità-collettività e la (cattiva) politica. Si direbbe quasi che la politica sia diventata scadente e di bassa lega proprio in quel suo esistere “a prescindere” (a prescindere dall’interesse collettivo).
Come si sa, non è la somma algebrica di più soggetti e più desideri individuali a formare una comunità. Serve un progetto sociale e culturale, oltre che politico, che unisca, metta a fuoco le molte buone cose che uniscono gli individui e porti a compostaggio le poche cose negative (se va tutto bene diventeranno concime). Va detto che la politica culturale svolta dalle Istituzioni elbane (tutte) in questi decenni è stata, più che fallimentare, latitante.
L’assenza di progetto culturale è la lacuna più vistosa che traspare dal non-progetto dell'Arsenale delle Galeazze, vera e propria punta dell’iceberg del declino di Portoferraio. Dobbiamo un grande grazie di cuore a Giuseppe Beppe Battaglini e a Marcello Camici per la loro indefessa e preziosissima opera di diffusione delle conoscenze su questo monumento così importante e speriamo che continuino a parlarne e a scriverne.
Ciò detto, per chi avrà la bontà e la pazienza di leggermi, da qui in avanti procedo per punti, cercando di riassumere al massimo.
1. È incompleta la conoscenza del complesso delle Galeazze. Oggi non si restaura né si ristruttura senza un'adeguata conoscenza della storia del manufatto: il progetto fatto all’epoca, la sua storia, le tecniche edilizie adottate, i materiali, i leganti utilizzati, le trasformazioni nel tempo e i cambiamenti nella destinazione di uso, le sue fragilità strutturali. Speriamo che l’ottimo lavoro fin qui svolto da Battaglini e da Camici sui documenti dia vita ad una fase di studio degli aspetti materiali.
2. Va scritta la storia del sito circostante. Qual è stata, quali sono state le funzioni economiche, istituzionali, sociali di questa struttura in rapporto al tessuto urbano di riferimento attraverso il tempo?
3. A che cosa dovrà servire questo spazio/struttura una volta recuperato? Qui permane la sensazione di vuoto progettuale totale. Il recupero di uno spazio deve ovviamente approdare al progetto esecutivo firmato da un bravo professionista ma, con la mentalità dell’oggi, deve essere anche il risultato di una attenta fase di confronto con la cittadinanza. Sono le persone alle quali lo spazio sarà destinato che devono poter esprimere il loro parere, concorrendo alla stesura del progetto preliminare. Le domande sono semplici: come vorreste che fosse fatto il nuovo arsenale? Che cosa vorreste trovarci, che cosa vorreste fare all'interno? Volete partecipare alla stesura del progetto elaborando una serie di mappe di comunità?
4. È solo così che si fa crescere una coscienza di luogo. Non serve creare l'ennesimo museo o spazio espositivo (tanti ce ne sono già: Linguella, Falcone, Foresiana, Gran Guardia, ex-Telemaco Signorini, Forte Inglese…) calato dall'alto. Serve, al contrario, un luogo di condivisione, di incontro, non basato solo sul consumo di qualcosa, ma, al contrario, luogo di produzione culturale e sociale condivisa.
Mettiamo allora da parte, per un attimo, il problema dei problemi: il flusso turistico, l’ossessione del “bisogna fa’ veni’ più gente”. Concentriamoci, piuttosto, sulla comunità locale: associazioni, scuole, imprese, cittadini. Diamo a tutte queste persone l'opportunità per ritrovarsi come comunità, con una cultura condivisa e non più come somma algebrica di individui solo parzialmente cittadini.
Ciò detto, vedo le Galeazze non come luogo di mera esposizione o dove proiettare rassicuranti documentari su tartarughe, pesci, uccelli, fiori. Dovrebbe essere soprattutto il luogo del racconto delle antropologie dell'arcipelago. La nostra storia remota, quella recente, i nostri modi di vivere del passato e del presente, le nostre capacità di cambiare le cose e di rappresentarci. Possibilmente nella forma di laboratori interattivi. In molte istituzioni culturali piccole o piccolissime della Toscana si svolgono di attività che coinvolgono scolaresche, associazioni e molto spesso anziani che hanno la possibilità di uscire dalla solitudine. Fra poco non si saprà più come erano fatti un sandalino o un guzzo, una polpaia o una totanaia. Eppure, tante famiglie conservano ancora nelle loro cantine e soffitte oggetti di un passato più o meno recente a rischio di conservazione, che varrebbe la pena raccogliere, illustrare, raccontare. E anche quaderni, fotografie, film in 8 mm, cartoline, racconti orali, il tutto da organizzare in un archivio sicuro e da replicare in formato digitale. È di uno spazio che racconti noi stessi che abbiamo bisogno, non di un altro museo (archeologico, naturalistico, storico-artistico…).
La prima cosa da fare è costituire una commissione multidisciplinare (storia, storia dell’architettura, archivistica, storia dell’arte, archeologia, memoria digitale, intelligenze artificiali), che si riunisca tre o quattro volte nei prossimi mesi e produca alla fine un sintetico documento da sottoporre alla discussione della comunità invitandola alla scrittura del progetto. Pochi mesi spesi in questo modo sono tempo guadagnato in previsione della realizzazione di un progetto complesso che rischia di nascere vecchio e poco attraente. Se volete la commissione c’è già: basta cercarla nel Comitato Tecnico-Scientifico del Sistema Museale Arcipelago Toscano.
Franco Cambi, nato in via Montanara 2






