Il presidente degli Stati Uniti sembra sempre più furioso con tutti per le notizie secondo cui sarebbe ossessionato dall'idea di trovare una via d'uscita dall'Iran. Quando si protesta un po' troppo, pare ovvio il contrario, dopo che ha infranto la regola fondamentale: non iniziare nuove guerre senza prima avere una strategia d'uscita. Trump ha ripetuto più volte la settimana scorsa: "Sono l'opposto della disperazione". "Non me ne importa nulla".
La sua gestione della guerra contro Teheran è piena di chiacchiere che smentiscono altre chiacchiere: prima dice di avere vinto, poi altro. Che confusione! Se la guerra è vinta, allora, perché sta inviando migliaia di altri soldati statunitensi in Medio Oriente?
Continua a insistere che l'Iran vuole un accordo, mentre la Repubblica Islamica dice di no e tiene sotto scacco l'economia globale con il blocco dello Stretto di Hormuz, dove, prima della guerra passavano venti milioni di barili di petrolio al giorno, ora e' sotto il controllo dei Pasdaran che stanno causando una crisi energetica mondiale.
A più di un mese dall'inizio del conflitto, è chiaro che gli incessanti raid aerei israeliano-statunitensi hanno fatto danni terribili alla macchina bellica degli ayatollah, ma è altrettanto evidente che la vittoria tattica non è (ancora) una vittoria strategica.
L'amministrazione Trump non comprende che sono in corso due guerre. Washington e Tel Aviv stanno facendo un conflitto tradizionale, con il loro schiacciante potere militare. Quando affermano che le capacità missilistiche, dei droni e militari dell'Iran sono compromesse, hanno ragione. Mentre, l'Iran sta combattendo un'altra guerra di sopravvivenza. Proprio come fecero i nemici degli Stati Uniti in Vietnam e in Iraq per contrastare l'avversario più potente. Con una guerra di resistenza ed esercitando una pressione economica e politica su Trump per una sua - marcia indietro -.
Una strategia che sta funzionando per Teheran. Trump sta, giorno dopo giorno, rinviando attacchi militari contro gli impianti energetici iraniani, per costringere i Pasdaran, a suo parere, ad aprire alla libera navigazione Hormuz. Se il presidente degli Stati Uniti li avesse portati avanti, avrebbe scatenato il caos economico sui mercati globali, ma lasciare questo punto strategico sotto controllo degli ayatollah rappresenta, al tempo stesso, un disastro per gli Stati Uniti e Israele?
Un possibile approccio per sbloccare Hormuz sarebbe quello di impiegare le truppe di terra per cercare di snidare le rampe di lancio di missili e dei droni lungo la costa iraniana. Una operazione militare che potrebbe comportare il rischio di pesanti perdite umane di soldati statunitensi che la Casa Bianca non si può permettere. Intanto, sabato scorso, 8 milioni di cittadini americani sono scesi in piazza con lo slogan "No kings": la protesta contro la prepotenza trumpiana, e per dare scacco alle politiche di autarchi come Vladimir Putin e Xi Jinping.
Il bivio di Trump in Iran: - o il presidente trova il modo di cambiare le dinamiche di questa guerra - o accetta un accordo alle condizioni dell'Iran e sminuisca le proprie esagerate affermazioni di vittoria -.
Oppure si trova di fronte ad una scelta straziante, ma familiare ai presidenti precedenti, impegnati in guerre interminabili: intensificare la guerra con Teheran nella speranza di trovare una via d'uscita.
La notizia, non positiva, è che anche lo Yemen è entrato in guerra. Gli Houthi con lo stretto di Bab - el - Mandab che collega il Mar Rosso con l'Oceano Indiano possono formare un secondo imbuto alla navigazione verso il Canale di Suez, fondamentale per l'economia mondiale.
Nostri soldati sono imbarcati sulle navi della Marina Militare italiana e possibili bersagli, impegnati nella missione europea Aspides, un'operazione difensiva dell'UE, iniziata nel febbraio 2024, per proteggere la navigazione delle navi mercantili dagli attacchi dei ribelli Houthi nel Mar Rosso, Golfo di Aden e zone limitrofe.
Oltre all'Italia, gli altri Stati europei che partecipano attivamente con le loro Marine Militari sono: Francia, Germania e Grecia. Inoltre, sono coinvolti: Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Estonia, Finlandia, Lettonia e Svezia con personale di comando, supporto logistico e intelligence.
Intanto, il conflitto in Iran si sta allargando; oltre alla crisi dalle conseguenze energetiche, come Unione Europea, siamo diventati dei possibili bersagli in una guerra che è stata voluta da altri. Probabilmente, è arrivato il tempo per Donald Trump di trovare una soluzione. L'Europa lo chiede, come anche tutto il resto del mondo - dall'India alla Cina, dalle Filippine al Giappone, dalla Corea del Sud all'Australia -.
I giovani della Gen Z sono stufi della politica - muscolare e umorale - trumpiana che pare non avere una strategia e di un leader che finora si e' dimostrato un acceleratore del caos. L'impressione data da Trump non è quella di uno statista come Eisenhower ma di un - business man -.
Forse, la più grande decadenza occidentale, dopo quella dell'Impero romano avvenuta nel 456 d.C. e dovuta alla grande dissolutezza morale della classe dirigente priva di un "bene comune" con la realtà della gente e che si è circondata da cortigiani e giullari di corte, i c.d. - yes men - senza la schiena dritta, la testa alta e il pensiero critico verso il potente di turno, che come nella - Metamorfosi - di Kafka, la metafora dell'uomo moderno: si trasforma in un gigantesco insetto e nel momento in cui smette di produrre cessa di avere valore umano agli occhi degli altri, della famiglia, della comunità e muore in solitudine. Kafka scrive di un "insetto" che credeva di essere uomo.
Tutti vogliamo il crollo della dittatura teocratica in Iran. Un regime sanguinario che uccide i suoi giovani e tiene sottomesse le donne e la sconfitta dei Pasdaran, ma il cambio di regime lo devono fare gli iraniani. La storia ci insegna che con la guerra non si esporta la democrazia, ma solo caos e anarchia, che non e' negli interessi né americani, né europei, né mondiali. Spetta agli iraniani decidere da chi vogliono essere governati.
Enzo Sossi






