Il punto è che Enel sembra parlare di inquinamento locale al camino e non dell’impatto climatico complessivo del combustibile. La normativa MCP riguarda infatti soprattutto SO2, NOx, polveri e il monitoraggio del CO per gli impianti di combustione medi; non è una norma pensata per ridurre direttamente la CO2.
Quindi, in teoria, questa frase può essere tecnicamente vera solo in un senso ristretto: se i nuovi motori sono più efficienti, lavorano meglio ai carichi stagionali e hanno filtri fumi più efficaci, possono ridurre alcune emissioni locali per kWh prodotto o anche in totale rispetto ai vecchi gruppi. È coerente con quanto scrive Enel sull’adeguamento ai nuovi limiti MCP e sulla sostituzione con macchine “più moderne ed efficienti”.
Però, se il passaggio è davvero da biodiesel a diesel fossile, allora sul piano della decarbonizzazione e del ciclo di vita della CO2 il ritorno al fossile resta difficilmente conciliabile con l’idea di “ridurre l’impatto ambientale”. La letteratura e i riferimenti UE/IEA indicano in generale che i biofuel sostenibili possono avere emissioni climalteranti di ciclo di vita inferiori rispetto al diesel fossile, pur con differenze importanti a seconda della filiera e della materia prima.
In altre parole, la chiave è questa:
- meno NOx/polveri/fumi locali: possibile, se impianto e filtri sono migliori;
- meno CO2 e meno dipendenza dal fossile: - molto meno credibile, se il combustibile torna non-bio.
Non basta dire “riduciamo l’impatto ambientale” senza distinguere tra:
- inquinanti atmosferici locali;
- emissioni climalteranti;
- origine fossile o rinnovabile del combustibile.
Senza questi dati, il comunicato rischia di mescolare piani diversi e di suonare come una semplificazione, se non come greenwashing. Anche nel dibattito locale la contestazione infatti è proprio sul “ritorno al fossile”, mentre Enel risponde spostando l’argomento su efficienza e filtri.
La domanda giusta da fare a Enel è molto concreta: quali emissioni diminuiranno, di quanto, e rispetto a quale scenario?
Servirebbero almeno questi numeri:
- NOx, SO2, polveri e CO prima/dopo;
- consumo specifico di combustibile per kWh;
- CO2 totale annua prima/dopo;
- tipo esatto di biodiesel usato prima e di diesel usato dopo.
Senza quel confronto, la frase “il ritorno al diesel non-bio non comporterà maggiore inquinamento” resta, nel migliore dei casi, parziale. Capraia, come molte isole minori italiane, rappresenta un contesto ideale per sperimentare soluzioni energetiche innovative basate su fonti rinnovabili, accumulo energetico e sistemi intelligenti di gestione della domanda.
In questo quadro, l’aggiornamento tecnologico degli impianti esistenti può essere un passo positivo, ma non dovrebbe tradursi in un arretramento rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione.
La vera sfida non è semplicemente rendere più efficienti i motori diesel, ma ridurre progressivamente il loro utilizzo.
Massimiliano Pardi






